martedì 4 aprile 2017

Il mondo là fuori e la mente ondivaga.

Negli ultimi due giorni ho fatto un'esperienza strana, a tratti kafkiana, a tratti banalmente comune. Insomma, avevo un problemino di salute - da lungo tempo, noioso, avvilente - che andava risolto e mi sono decisa a farlo (anche dietro insistenza del medico). 
Degli ospedali detesto tutto: l'ingresso del Pronto Soccorso affollato, gli ascensori di metallo freddo, i corridoi dal pavimento lucido, le stanze dove in due si entra appena. Pur trovandomi in uno dei grandi ospedali di Roma, e non in una di quelle grottesche realtà del sud, non trovo alcuna differenza. Neppure l'odore di ambiente asettico sopporto. Insomma, mi ritrovo catapultata e immersa in questo mondo e ne traggo qualche spunto.
Umanità varia, molte persone di altre nazionalità spesso strapazzate dal personale. Diverso l'atteggiamento nei miei confronti, mi sono sentita trattare con gentilezza e perfino con giovialità.
Deve essere un piccolo intervento ambulatoriale e diventa invece un intervento in sala operatoria, quindi tutta la trafila di documentazione e di prelievi prima del grande evento.
Mi preleva il sangue un'infermiera alle primissime armi, che mi flagella le braccia alla ricerca di vene troppo sottili e pressoché invisibili. Mi fa un elettrocardiogramma, in silenzio, con elettrodi che mi ha disseminato ovunque, poi misura la mia pressione, la sola cosa realmente chiara in tutto questo. 
Mi dicono che devo essere ricoverata, anzi che praticamente lo sono già. Io, senza pigiama, pantofole e altro, li guardo incredula e a loro volta mi guardano con il mezzo sorriso di chi si trova dinanzi uno strano personaggio che non sa nemmeno di trovarsi in un ospedale. 
Strana questa umanità, abituata a questo lavoro, immersa in esso, direi un tutt'uno con l'ambiente che li circonda. Questi qui devono proprio amare questi posti, forse non possono starne lontani mentre io vorrei essere da tutt'altra parte. 
L'infermiera peruviana è gentile. Le chiedo da dove venga e lei mi racconta del suo Perù, della scelta di vita di ventiquattro anni prima, del fatto che a lavorare in un reparto di Ostetricia e Ginecologia ci si consola rispetto ai reparti in cui passa tanta sofferenza. 
Mi ritrovo con una piccola veste di cotone a fiori, aperta sul dietro come si vede nei film, mentre cammino nella stanza che mi è stata assegnata, accanto al letto di una giovane donna che dorme (o forse è attempata, non saprei definire). Cammino con i calzettoni ai piedi, e attendo che vengano a prendermi, mentre mio marito è andato a casa a mettere insieme il corredo adatto a una paziente ospedalizzata. 
Mi vengono a prendere dicendomi che andrò in sala operatoria con tutto il letto, e io mi piego allo strano rituale del trasbordo del malato su un letto a ruote che varca i corridoi del reparto, mentre facce sorridenti mi salutano, forse un po' compassionevoli. Una che va in sala operatoria è comunque da rispettare. Le infermiere fanno battute su un profumo di dolci provenienti dal reparto opposto, parlano di diete. Poi arriviamo alla stanza verde. Sono verdino chiaro le pareti, la stoffa del tavolo operatorio è verde scuro, come i berretti dello staff e tutto quello che indossano. 
Il medico è sorridente, fa qualche battuta per sdrammatizzare. Mi fanno levare i calzettoni e mi imbustano i piedi e i capelli. Il mio anello finisce in un nastro adesivo che appendono al letto a ruote. 
Vado sulle mie gambe sul tavolo operatorio. Su un lato c'è lo spazio per il braccio in cui inietteranno il liquido nelle mie vene e io potrò andare fra le braccia di Morfeo - non so perché mi viene in mente il film Dead Man Walking. 
Mi adagio, il mio ago è già incannulato nel polso sinistro, l'anestesista mi dice che fra qualche secondo mi girerà la testa. Passa qualche secondo e la profezia si avvera. Sono distesa ma la testa comincia a girare ed è un attimo, un clic, un interruttore che si spegne. 
La mente ondivaga avrà elaborato un qualcosa nei venti minuti di incoscienza. L'interruttore si riapre nel momento in cui sento schiaffetti sulla mia faccia e qualcuno che pronuncia il mio nome. Non so come, non lo saprò mai, mi ritrovo sul letto a ruote con i vestiti che mi ero tolta nuovamente indosso, con l'anello al mio anulare, e senza cuffia né copripiedi. 
Farfuglio qualcosa... mi sento cosciente e non ancora del tutto in me. Sento che la mia faccia si atteggia a sorriso. Sto parlando di teatro. Parlo di palcoscenici e di cose che sono avvenute da poco, pronuncio le parole "L'attimo fuggente". Vedo un'infermiera dello staff sorridere e rivolgersi a un'altra ripetendo le parole "L'attimo fuggente". Vedo sui loro volti che quello che dico piace, fa effetto. Comincia il trasbordo verso la mia stanza, sul mio letto a ruote, vedo il volto amato "ciao, tesoro" e il medico che annuisce soddisfatto. 
Torno nella stanza immersa nella penombra e mi addormento lentamente, lo sguardo sul lento gocciolare dei sali minerali nella flebo, la sensazione di pace che mi ha dato andare su un palcoscenico con la mia mente ondivaga da teatrante in una sala operatoria una sera di primavera. 

20 commenti:

  1. Il risveglio post operatorio è sempre un po' onirico. L'importante è che ora stai bene ;-)

    RispondiElimina
  2. L'anestesia totale è la cosa che mi inquieta di più.Tutto bene comunque?
    Per me l'ospedale è casa. Sarà brutto a dirsi ma è così. Mi piace, è il luogo del fare, ogni giorno misuri te stesso e quanto vali.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ora ricordo, sei un infermiere o un caporeparto, mi pare.
      Beh, siete coraggiosi, anzitutto. Tenaci macchine da guerra. Credo che si debba nascere con una vocazione per questo lavoro particolare.
      Tutto bene, sono in buona risalita. :)

      Elimina
  3. Hai descritto con la consueta vivacità un ambiente che pure non ami. Mi è piaciuto molto il risveglio con "L'attimo fuggente" sulle labbra! Un abbraccio e moltissimi auguri di un pronto recupero.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie, Cristina.
      Avevo bisogno di scrivere. Mai come in questa occasione la scrittura è stata "liberatoria".

      Elimina
  4. Condivido il tuo senso di estraneità per l'ambiente ospedaliero. Ne è nato comunque un post molto bello.
    Un abbraccione.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Contenta che tu lo abbia apprezzato, un abbraccio a te.

      Elimina
  5. Cazzo, questo sì che è un post scritto benissimo :)
    Mi hai tenuto incollato.
    E mi sono rivisto lì, quando mi operai molti anni fa, provando la stessa sensazione nel risveglio.

    Moz-

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Un mondo parallelo, un "non so che" in cui tutte le esperienze si assomigliano, in effetti.
      Grazie, Moz.

      Elimina
  6. Cara Luz, spero davvero che tutto si sia risolto per il meglio e che tu sia di nuovo a casa in buona salute. Hai tutta la mia comprensione, nella tua esperienza ho rivissuto qualcosa che mi accaduto alcuni anni fa e mi è sembrato di sentire di nuovo intorno a me quell'atmosfera e le sensazioni addosso di vulnerabilità e stordimento.
    Certo che andare per un intervento ambulatoriale e ritrovarsi con l'anestesia totale non deve essere stato affatto piacevole.
    Al di là di tutto, ciò conferma quanto tu sia brava a raccontare e a trasmettere delle emozioni. Un abbraccio

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Cara Maria Teresa, non è la prima volta che affermiamo di aver visto l'una nella scrittura dell'altra qualcosa che sentiamo molto familiare e condivisibile. Mi rende assai contenta.
      Sono stata dimessa la mattina seguente, ieri, e stamani sono tornata al lavoro, sentendo per altro fra le mura di scuola che diverse colleghe hanno vissuto lo stesso disturbo.
      Grazie per il tuo affettuoso apprezzamento. :)

      Elimina
  7. Hei, ti lascio con un applauso e ti trovo con i calzari di plastica ai piedi e una cuffietta in testa su un lettino d'ospedale? Mi sa che ci stringeremo ancora le mani: diciamo che di recente (dopo il nostro incontro) anch'io ho avuto a che fare con interventi e ambulatori. Ma se siamo qui a sorriderne e parlarne..., tu ne hai pure scritto un pezzo piacevolissimo. Parlassi del mio, non userei lo stesso garbo! :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non so se per te sia lo stesso, ma quando succede una cosa del genere è come staccarsi totalmente dalla realtà. Sarà la mia totale estraneità all'universo ospedaliero? Mi è talmente "ostile" che è come sparire, "andare da un'altra parte".
      Scriverne mi ha permesso di mettere ordine nel caos della mia mente. Il teatro in quel sonno indotto mi è accorso in aiuto, ma rimaneva pur sempre una parentesi irrisolta che solo la scrittura è riuscita a svelare. Con un pizzico di ironia che non guasta. :)
      Grazie, Marina.

      Elimina
    2. Io sono talmente estranea all'universo ospedaliero che, quando posso, evito il ricovero e faccio tutto in day ospital, anche se questo comporta l'uso di anestesie locali che, certo, non vanno a beneficio della tensione.
      L'unico letto ospedaliero sperimentato a oggi mi ha visto quando ho partorito, ma lì... è tutta un'altra faccenda! 😌

      Elimina
    3. Io non ho figli, e ho avuto la fortuna di non avere mai bisogno di entrare in una sala operatoria. L'anestesista quando mi ha posto le domande di rito ha fatto un'osservazione a riguardo del tipo "ma guarda, che fortuna!".
      Insomma, fino a poco tempo fa una salute di ferro. Dopo gli "anta" è innegabile che inizino i primi acciacchi. I controlli medici devono farsi abituali, devo entrare in una nuova mentalità.
      Mi hanno praticato questa anestesia generale di una ventina di minuti che è stato un volo niente male. :)

      Elimina
  8. Io ho il terrore degli ospedali, lo dichiaro pubblicamente. Non tanto per la mia persona, ma ad esempio il tuo racconto ha risvegliato momenti vissuti con tensione e ansia nelle attese di risvegli e comunicazioni da parte del personale.

    Il tuo pezzo è davvero molto bello, riesce a comunicare moltissimo!
    A parte tutto ciò, sono felice di leggere che il momento è superato e che sei tornata alla vita di tutti i giorni. Un abbraccio!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La sensazione è di un attacco claustrofobico e di profonda angoscia, la pensiamo allo stesso modo. Anche durante la breve "intervista" prima del ricovero, mi sentivo come una delinquente in commissariato, un pesce che boccheggia fuori dall'acqua.
      Grazie per avere apprezzato questo pezzetto sull'esperienza. :)

      Elimina
  9. Accompagnata proprio ieri mia madre in un ospedale cittadino per una visita oculistica. La vera esperienza onirico/kafkiana l'ho vissuta però durante il viaggio in auto all'andata e al ritorno. Era un pezzo che non facevo quel percorso stradale e mi sono sentito fagocitato in una specie di gigantesco videogame dove sembra che si guadagnino più punti più ci si comporta male alla guida dell'auto.
    Auguroni Luana!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie, Ivano.
      Beh, anche quello può essere uno strano volo onirico, in effetti. :)

      Elimina