Charlie Chaplin

Luci della città, 1931

Monk's House

La stanza tutta per sé di Virginia Woolf

Miranda - The tempest

John William Waterhouse, 1916 (particolare)

I nottambuli

Edward Hopper, 1942

martedì 17 aprile 2018

Le madri straziate, la Letteratura e la Storia.

Questo è un episodio accaduto qualche mese fa nella mia terza classe delle medie, una di quelle manciate di minuti che ti fanno pensare che non tutto è perduto riguardo all'interesse dei ragazzi per la letteratura. 

Mi è tornato in mente perché mi è passata dinanzi l'immagine dolente di una donna, una madre probabilmente, che tiene fra le braccia una bambina priva di sensi; lo scenario è quello della Siria dei giorni dell'attacco ad Aleppo, della tragedia degli ennesimi attacchi chimici ai danni di popolazioni inermi e innocenti di un paese martoriato. 
Preferisco non pubblicarla, per pudore e rispetto. 
Come la madre siriana, la madre di Cecilia del celebre brano de I Promessi Sposi, è il simbolo di tutte le madri straziate dal dolore
Sembrerebbe un paragone azzardato, eppure la forza che emana dalle parole di Manzoni è innegabile e rappresentativa. 
Uno dei compiti di un insegnante di Italiano dovrebbe essere quello di far comprendere quanto la letteratura sia universale e trasversale. Non v'è letteratura lontana dalla realtà in cui prende forma. Manzoni, strenuo ricercatore di dettagli in fase di preparazione di quelle che saranno le diverse stesure del suo capolavoro, attinge alle cronache della peste che decimò Milano nel XVII secolo. 
Era la mattina in cui avremmo chiuso l'argomento Manzoni, ma i brani che presenta il nostro testo non esauriscono il discorso sulla bellezza di certi passaggi. E meno male che comprende l'addio monti e la descrizione della Monaca di Monza
Non si potevano perdere le righe della madre di Cecilia, così le ho cercate sul mio tablet e ho richiamato la loro attenzione intanto descrivendo il momento. 
La madre di Cecilia ha un portamento dignitoso, nobile, nell'atto di consegnare la propria figlia ai monatti, gli incaricati pubblici di portare i cadaveri nei lazzaretti. La descrizione di Manzoni è minuziosa, solenne, è il punto di vista di un autore che può ben definirsi "realista" e allo stesso tempo partecipe di ciò che narra. 
La mia lettura quella mattina è stata accorata, il mio tentativo è stato quello di far entrare idealmente i ragazzi in quei minuti narrati. E loro sono stati silenziosi, rispettosi, alcuni hanno detto che era un passaggio bellissimo. 
Eccolo qui di seguito. Mi sento di dedicarlo alle madri che non hanno voce, raccontate solo dalle immagini di reporter di guerra. 

Un'immagine di Aleppo, oggi
Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne cuori. 
Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo dintorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così».Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po' di posto sul carro per la morticina. 
La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’ io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.

lunedì 9 aprile 2018

Quando uno spettacolo teatrale è brutto?

Niente di più futile, di più falso, di più vano, niente di più necessario del teatro. 
Così scriveva Louis Jouvet, stigmatizzando la contraddizione insita nel teatro. 

C'è dell'ottimo teatro fra professionisti e amatori, così come c'è del pessimo teatro in entrambi gli ambiti. Vi è mai capitato di assistere a uno spettacolo teatrale in cui vi sia venuta la sana voglia di alzarvi e andarvene?
A me è capitato di assistere a più di uno spettacolo teatrale noiosissimo: questo è un giudizio da spettatrice. Se ci aggiungo che li ho guardati anche con l'occhio un po' esperto di chi pratica il teatro sul palcoscenico e fuori, direi che erano oggettivamente brutti
Quello che ho imparato vedendo del brutto teatro è che vedere del brutto teatro serve
Parrebbe una contraddizione in termini, invece è un paradosso assolutamente utile. 
Vedere del brutto teatro può offrire la cifra di ciò che non va fatto, perché il giudizio scaturisce assistendovi da una platea, e se si fa del teatro occorre tenere presente anzitutto il rispetto del pubblico. Non possiamo farci illusioni: il teatro non può permettersi di essere un atto di puro egocentrismo. Tutto ciò che si muove e viene raccontato in palcoscenico non può né deve essere il momento di un tronfio narcisismo. 
Sia chiaro, c'è anche un teatro a uso e consumo locale che non ha bisogno d'altro che di ciò che già conosce, per divertire amici e parenti, ed è perfettamente bastevole a se stesso. 
Voglio invece riferirmi a un teatro autentico, quello destinato a un'ampia platea, che vuole uscire da determinati confini, che si sente pronto ad andare incontro a spettatori d'ogni luogo.

The Laughing Audience by Edward Matthew Ward (1816-1879)

Gli errori più comuni di chi mette in scena un brutto spettacolo:
1. Una brutta drammaturgia: lo si nota in particolare coi testi inediti. Il teatro amatoriale pullula di autori, io ne sono parte. Moltissimi registi amano scriversi i copioni da soli, questa può essere cosa buona e giusta ma anche un errore grossolano. L'ultimo brutto spettacolo che ho visto era una drammaturgia inedita in cui sovrabbondavano citazioni intellettualoidi e battute vagamente riferite al repertorio brillante anglosassone, col pessimo risultato di un cicaleccio fra attori e attrici, sovraccarichi di battute e gag, in cui emergeva tutto l'autocompiacimento di chi ha scritto quel pessimo testo. Non si riusciva a individuare il tema, non ho capito dove volesse arrivare. Lo spettatore era disorientato, molti non sono arrivati a fine spettacolo.

2. Troppo di tutto: una brutta drammaturgia di solito presenta questo errore grossolano. Troppi personaggi, troppe parole, troppe situazioni, molte delle quali totalmente inutili. Il che mi fa pensare che alcuni si mettano a scrivere senza conoscere nessuna regola fondamentale della drammaturgia. La scrittura drammaturgica non ammette errori del genere. La vera scrittura drammaturgica lavora tutta per estrazione, sottrazione.

3. Attori e attrici "fuori ruolo", non "in parte": assegnazioni fatte per accontentare amici, magari... Pessima idea! A ogni attore il proprio ruolo, questo è un principio fondamentale. Una parte va assegnata considerando tutto, oltre alla capacità interpretativa è necessaria una credibilità fisica, e assieme a questa anche la scelta di ogni costume deve essere coerente. Mi è capitato di trovarmi dinanzi a interpreti in maglione e altri in prendisole, nella stessa scena e senza alcuna motivazione. È spiazzante e non solo, infastidisce proprio. Lo spettatore dinanzi a un dettaglio del genere sposta la mente continuamente su ciò che lo infastidisce, è un classico.

4. Uso scorretto degli arredi di scena: la cosa va dal non decidere da dove si entri e si esca per intendere la soglia di casa, all'infilarsi dietro una quinta in uscita senza che questa sia effettivamente la stanza che prima si intendeva. Fino a recitare tutto lo spettacolo dietro un divano posizionato a centro scena. Senza motivazione alcuna.

5. Assenza di una vera regia: se la storia è già pessima, figuriamoci cosa diventa quando è mal diretta. Anche qui, devo ripetermi. Alcuni non solo non scrivono correttamente ma non dirigono neppure. Non conoscono le norme fondamentali del dirigere un lavoro perché di fatto non hanno inventiva. Il regista firma anche metaforicamente il lavoro, è la sua visione personale
Fare regia richiede conoscenza, studio, esperienza. La regia nasce da un lampo, qualcosa che arriva e che richiede di essere raccontata. Personalmente ho delle vere e proprie visioni, il che mi ricorda un bellissimo racconto di Fellini a riguardo, quando disse che da bambino gli bastava mettere la testa su ogni angolo del suo letto perché quella visione si diversificasse. 
L'assenza di una vera regia guasta totalmente uno spettacolo, anche dinanzi a una buona drammaturgia. Mai affidare un racconto in palcoscenico a chi si millanta regista senza esserlo. 

Probabilmente anche altri aspetti rendono brutto uno spettacolo, ma questi cinque mi paiono quelli più evidenti. In definitiva, i brutti spettacoli cui ho assistito erano tutti il prodotto di un certo autocompiacimento che non giova al teatro, come lo spettatore sa assai bene. 
È necessario disporsi perennemente nella posizione di chi apprende. Sapere di avere ancora tanto da imparare aiuta, e l'umiltà è una fonte cui bisogna attingere sempre, dubitando e ancora dubitando. 

Avete mai assistito a un brutto spettacolo teatrale? 
Se sì, cosa avete trovato particolarmente intollerabile?

mercoledì 4 aprile 2018

La noia (un "jet lag" tutto primaverile)

Sono appena tornata dalla Calabria da quattro giorni intensi, come lo sono sempre quelli che trascorri rivedendo la famiglia e i luoghi dove si è nati e cresciuti. 
Le vacanze pasquali in Calabria hanno un leit motiv che va dall'affondare nel divano di mia madre guardando assieme a lei programmi televisivi che non guarderesti mai a casa tua, al passeggiare avanti e indietro sul lungomare che si affaccia su un pezzetto di Tirreno che in giorni primaverili assume colori diversi e un variare di onde, fino ai pantagruelici pranzi in cui il palato di riabitua festoso ai gusti di una cucina che sanno tener viva solo le donne della generazione precedente. 
La Pasqua finisce con l'essere bella, breve e intensa, troppo breve per chi si ritrova catapultata in giorni scolastici in cui attendono le famigerate Prove Invalsi per la prima volta on line. 
Ho scritto proveinvalsi? Sciò, non voglio pensarci almeno oggi, adesso, qui. 
Tornare dalla Calabria dalle vacanze pasquali significa:
sette ore di coda in autostrada e poi farsi una ragione al fatto che fino all'estate non ci sono ulteriori vacanze se non qualche festività qua e là;
- una montagna di impegni di chiusura anno scolastico e relativi esami, con l'aggravio di una serie di novità che fanno di noi prof un popolo di disorientati professionisti della scuola italiana; 
- convincersi che bisogna iniziare la dieta detox e andare in palestra puntualmente;
- scrivere due copioni entro luglio;
- occuparsi della messa in scena di Peter Pan per giugno.

Una bella serie di impegni improrogabili e buoni propositi, a quali durante i giorni in Calabria pensi con impeto futurista ("farò! non vedo l'ora! scansatevi, arrivo io!") e che poi diventano un nugolo di cose da fare cui guardi fra il terrorizzato e il vago. 
Oggi sono tornata in palestra, sì, prima di andare al lavoro come ogni mercoledì, ma per tutta la mattina ho ciondolato in cattedra in preda a un sonno invincibile. I ragazzi ovviamente non erano preparati per un'interrogazione, quindi giù a correggere i compiti di grammatica e letteratura, mentre in uno stato di confusione mentale non ricordi se "piacere" è un verbo intransitivo (!)
Ferma al semaforo di ritorno da scuola, ho avuto la certezza che non si trattasse solo di comune stanchezza stagionale, ma anche di... noia
La noia è qualcosa di terribile per me. 😣
Rifiuto categoricamente ogni felice definizione che la vedrebbe un'opportunità di rigenerazione. 
Sia chiaro, non credo neppure si tratti di ciò che pensava Schopenhauer ("la vita è un pendolo che oscilla fra il dolore e la noia") o Tommaseo ("fra il piacere e il dolore c'è sempre un vuoto che si chiama noia"). 
Piuttosto mi vedrei allineata con Heidegger ("la noia profonda è come nebbia che accomuna tutte le cose in una strana indifferenza") e Groucho Marx ("non mi ero mai reso conto di quanto fosse noiosa la mia compagnia fino a quando non mi sono trovato seduto da solo").
È tipico della primavera. La noia è quel punto di incontro fra le due stagioni in cui sei divisa fra ciò che è stato e quello che deve essere di lì a poco, e in quel segmento sei risucchiata dagli odori e dai tepori di aprile... e hai voglia di dormire
Non resta che fare proprio il pensiero di Dorothy Parker
La cura per la noia è la curiosità. Per la curiosità non c'è cura. 

Cos'è per voi la noia? 

venerdì 23 marzo 2018

Franken-meme, edizione 2018

Sì, un po' in ritardo, ma non posso non dedicare il mio ringraziamento e apprezzamento ai due premi Franken-meme ricevuti nelle ultime settimane. 
Il primo dei due dalla mia ormai storica amica Cristina del blog Il manoscritto del cavaliere e il secondo dalla cara Clementina del blog L'angolo di Cle. Ringrazio entrambe per la menzione, ne sono onorata in proporzione alla stima che nutro nei riguardi di entrambe. 
Se andate a leggere nel blog Nocturnia, vi renderete conto di quanto sia stato bravo Nick Parisi nell'elaborare questo premio, che non solo si riserva lo scopo di diffondere notizia dei blog che circuitano in questo angolo di blog-sfera, ma fa menzione anche di coloro che sono spariti da un po' dal giro, probabilmente anche nella speranza di vederli tornare. 
Ora c'è da fare una lista di blog divisi per categorie, ecco la mia personalissima:

I MUST
Beh, di questa categoria fanno parte i blog per me "storici", quelli che conosco da tre anni o poco meno, quelli dove non mi perdo neppure una riga. Sono per me la piacevole abitudine del mio leggere attorno al mio blog. Quelli dove passi sempre, anche nei ritagli di tempo.

Il Manoscritto del Cavaliere. Per me un "must" perché Cristina è sempre sul pezzo. Accuratissima, rigorosa e allo stesso tempo sempre ricca di nuovi spunti. Amante della Storia, ma anche drammaturga, coraggiosa nel voler affrontare l'università in età matura (ma è per sempre giovane chi è così curiosa e attenta nei riguardi della vita) E poi lei, simpatica, intelligente, aperta, ironica, gentilissima. Sa sempre come accogliere ogni lettore, si prende cura di tutti. Follia non essere nel circuito di Cristina Cavaliere se si è blogger. Peccato vivere lontane. 

Il Taccuino dello Scrittore. Qui gioco facile, perché Marina la conosco di persona e per me questo è un valore aggiunto. Conoscersi di persona rende facile capire chi c'è dietro ogni parola e Marina non solo è una brava scrittrice ma anche un'analista della parola scritta. Non avrei che da imparare da una come lei, e di fatto ne osservo ogni passo. Ogni volta che ci si vede è una festa, è diventata una fedelissima del mio teatro. Donna simpaticissima, intelligente, brillante, di carattere. La sua sicilianità è qualcosa che adori fin da subito. 

L'angolo di Cle. Faccio un'eccezione, perché non conosco Clementina da moltissimo, eppure siamo entrate in sintonia dal primo istante. Donna colta, simpatica, gentile, i suoi commenti sono talmente belli da poterne immaginare la voce e i modi. Peccato vivere lontane, perché nascerebbe una grande amicizia, ne sono certissima. 

Anima di carta. Uno dei blog che conobbi fin da quando mi affacciai a questo mondo. Una volta imbattutami nello spazio di Maria Teresa Steri, non lo lasciai più. Mi travolse con i suoi post sulla scrittura, che mi capita di rileggere di tanto in tanto. È una fucina di idee sull'universo-mondo della scrittura ed è una donna estremamente generosa nel condividere tutto il suo sapere a riguardo. Mi sono aggiunta alla schiera dei suoi lettori, felice di aver recensito due suoi romanzi. 


MENZIONI D'ONORE
Blog di cui sono fedele, grande stima in chi li gestisce, di cui apprezzo la passione e la scrittura sempre accurata di argomenti vari.

Scrivere Vivere. Blog che leggo sempre volentieri, ricco di spunti, osservazioni. Grazia sa creare una discussione anche solo attorno a una citazione, occasione per riflettere sulla scrittura e altro. E poi Grazia è una donna di grande dolcezza. Non vedo l'ora di leggere il suo Cercando Goran.

Athenae Noctua. Giovane insegnante, colta, grandissima lettrice, diciamo quella che si direbbe "divoratrice". Si è affacciata al mondo della scuola da poco eppure potrebbe sostituirsi a molti per preparazione e capacità. E' una raffinata conoscitrice del mondo antico, dell'arte, e apprezza la letteratura di ogni epoca, di cui analizza le caratteristiche nel suo prezioso blog.

Cronache del Tempo e del Sogno. Ecco un altro dei blog che scoprii fin da subito. Ivano è un nostalgico dei tempi andati, è sensibile, pubblica post di eccellente fattura, c'è sempre qualcosa da apprendere, un ricordo da riafferrare da ciò che scrive. 

Ariano Geta. Non lo conosco da lungo tempo come gli altri, ma di Ariano ho apprezzato fin da subito quella leggerezza che caratterizza chi ama scrivere e condividere il proprio pensiero senza sovrastrutture e farlocchi. Ama anche fotografare, il che non guasta. :)


LE NEW ENTRY
Qui posso elencarne tanti, perché davvero diversi blog sono entrati nel mio circuito di preferenze e meritano una menzione.

Il cavallo di Brunilde. Una fucina di citazioni e osservazioni, su tutto lo scibile, ben gestito da Giuliano e Giacinta.

Vincenzo Iacoponi. Ciò che penso di Enzo si può chiaramente leggere dall'intervista che gli ho fatto. Eclettico, vivace, si diletta a scrivere di narrativa, poesia, teatro. 

Scrivere la vita. Scoperto da pochissimo ma davvero da leggere da cima a fondo. Rosalia Pucci, con grandissimo garbo, ne gestisce ogni post, regalando tanti spunti sulla narrativa. 

Webnauta. Per me davvero una scoperta, con una Barbara Businaro vivace e intellettualmente molto stimolante. 

Liberamente Giulia. Gestito da una dolcissima scrittrice che ho avuto il piacere di conoscere da poco. 

Nadia Banaudi. Dell'omonima scrittrice pubblicata da BookaBook.


I MERITEVOLI DI EMERGERE

Più che regine. Andate a dare un'occhiata al blog di Carlo, che ho scoperto di recente. Io ancora non ci ho navigato a dovere, ma traspare una certa competenza e passione che certamente andrebbero premiate. In particolare per chi ama le figure delle grandi regine del passato, i film che le raccontano assieme alla loro epoca e tutto ciò che di bello si possa immaginare sulle corti europee. 


GLI HIGHLANDERS

Moz O'Clock. Chi sennò? Il venerabile blog di Moz, il nerd più folle e informato della rete riguardo a tutto ciò che è la comunicazione fra gli anni Ottanta e oggi. Moz è un giovane diretto, con l'argento vivo addosso, occhio attento al mutamento di costumi e modi di narrare. Se desiderate un viaggio/graffiti nel passato dell'ultimo ventennio, il blog di Moz fa al caso vostro. Esiste dal 2006.


BLOGGER, TORNA SUL BLOG!

Infinitesimale. Massimiliano Riccardi ama scrivere, e lo fa anche bene. Purtroppo Saturno contro gli impedisce al momento di tornare a frequentare regolarmente la blog-sfera. Io spero che tutto si sistemi e possa tornare presto. Mancano i puntualissimi commenti e la simpatia di Max. 


I DESAPARECIDOS
Cito due blog ai quali tenevo moltissimo e che al momento sono in fase di stallo assoluto. Sono stati un pezzetto importante della blog-sfera, mi dispiace immensamente che non vengano più aggiornati, ma ancora di più il non potermi ancora confrontare con i blogger che li animavano. 

La nostra Libreria. Il blog di Glò, Michele e PiGreco ha smesso di essere animato da un pezzo. In particolare manca Glò, che è stata una fantastica compagna di viaggio per almeno i primi due anni dalla fondazione di questo mio spazio. Glò era un punto di riferimento, ragazza affettuosa e sempre disponibile. Incredibile che La nostra Libreria abbia smesso la sua attività. Non so se sia una cosa definitiva, perché non è stato fatto alcun annuncio. Spero che tornino a scrivere. 

Da dove sto scrivendo. Il blog di Helgaldo ha ufficialmente chiuso dallo scorso settembre, lasciando molti assai dispiaciuti per questo. Helgaldo manca. I suoi post, i commenti, la capacità di disamina di tanti fenomeni legati alla scrittura. Dall'abbandono di Helgaldo si è avvertita una crisi generale. Questo accade quando un blogger è molto in gamba e lascia un forte segno di sé al suo passaggio. In molti confidiamo che torni a scrivere, magari fondando un posto tutto nuovo. 

La mia carrellata di premiati e menzionati termina qui. 
Ringrazio e virtualmente abbraccio anche coloro che non compaiono, ma che hanno ugualmente la mia stima. 

sabato 17 marzo 2018

Intervista a Enzo Iacoponi

Conoscersi grazie alla blog-sfera è piacevole. Ho avuto modo di incontrare virtualmente belle persone, con cui condivido pressoché abitualmente idee, opinioni, gusti. Perché non dedicare occasionalmente un po' di spazio a qualcuno di voi? Un'idea non molto originale che però mi intriga e oggi comincio con Vincenzo Iacoponi
Ho conosciuto virtualmente Enzo di recente, ma è bastato poco per avvertire la sensazione di conoscerlo da sempre. 
Si diletta di scrittura, casualmente ho scoperto che si è occupato di scenografia, che ha una vena artistica non indifferente, che vive in Germania al centro di una famiglia grande e molto unita. 
Enzo ha il pregio di essere diretto, schietto e senza filtri. Sulle prime può anche spiazzare, poi avverti che è un uomo buono, perbene, fino a quando viene fuori che è uno di quei vecchi che valgono, e tanto. 
Di solito la parola vecchio è tabù. Come se di invecchiare ci si dovesse vergognare. Enzo porta i suoi anni con la vivacità intellettuale di un trentenne. Ha decine di amici blogger che lo stimano e gli vogliono bene, ultimamente ci ha fatto pure prendere un bello spavento perché è andato sotto i ferri, poi è tornato ed è stato un tripudio collettivo. Enzo è un pezzetto di blog-sfera che vale, ecco perché l'ho intervistato, oltre al fatto che per molti aspetti mi ricorda mio padre, che nacque un anno dopo di lui e non ho più la fortuna di avere accanto. 
Qui sopra, Enzo all'età di 22 anni con la sua amatissima nipotina in braccio. 

Grazie per aver accettato di farti intervistare. Cominciamo da questo: un evento storico importante dell'anno in cui sei nato. 
Potrei risponderti con una battuta che l'evento più importante storicamente del 1934 avvenne il 9 di febbraio, giorno in cui io nacqui. Non lo farò. Annulla la risposta.
Mi sembra che iniziassero i preparativi per quella angosciosa campagna di Abissinia, che il Maresciallo Graziani - se non erro grossolanamente - condusse barbaramente con uso di gas asfissianti ("tanto sono solo negracci puzzolenti") e di cui Mussolini tanto vanto ne trasse insignendo Vittorio Emanuele III del titolo di Imperatore di Abissinia, appunto; titolo che "sciaboletta" accettò di buon cuore.
Da qui le sanzioni, una barzelletta, messe per far vedere che qualcosa il mondo stava facendo, ma in quel periodo Mussolini aveva seguaci dappertutto, financo negli Stati Uniti.
Altro non so, e mi pare abbastanza.

Mussolini e Vittorio Emanuele III
Hai ricordi della guerra? 
Ne ho un'infinità.
Il soggiorno coatto a Valentano per due anni da "sfollato" con la gente del paese che ci guardava come fossimo appestati, e pensare che mia nonna Michelina Viti, la mamma di mia mamma, era nata in quel paese ed aveva ancora in vita la sorella maggiore.
La ritirata delle truppe tedesche che si portarono via tutti i maiali, le galline e gli asini, che erano l'unico mezzo di trasporto per quei poveri contadini. Gli uomini tutti nascosti per non venir deportati (servivano per i lavori, per riassettare strade), le prime case del paese bruciate e la minaccia di bruciare tutto il paese se non venivano fuori gli uomini per ricoprire due enormi buche fatte da bombe aeree americane. Allora il Podestà, l'Arciprete, le donne più giovani e noi ragazzi a lavorare per rifare sta strada con i tedeschi col mitra che ci tenevano sotto tiro e non ci facevano fare nemmeno la pipì a noi ragazzini.
L'arrivo degli americani dopo quattro giorni e tre notti passate in un cantinone comunale senza quasi toccare cibo perché piovevano granate. A noi morti di fame tiravano caramelle, sigarette e gomme da masticare. Finché non capirono e misero su in mezz'ora un'enorme cucina da campo per dar da mangiare ad un migliaio di persone esauste. Una minestrina che conteneva tantissime vitamine e sostanze e carne congelata... carne, capisci, che noi non mangiavamo da oltre un anno, e loro la buttavano. E pane bianco, niveo, non nero come quello dei crucchi.
Ma quello che non dimenticherò mai è il primo bombardamento di Civitavecchia, il 14 maggio del 1943. Il porto era pieno di soldati che si imbarcavano per andare in Libia. C'erano sette navi da carico e in rada quattro cacciatorpediniere di scorta. Alle 15 e qualche minuto io stavo affacciato alla finestra della camera da letto dei miei a chiacchierare con i miei amici di sotto nel cortile. C'era qualcosa di strano nel cielo. Cicale ed uccelli cantavano sugli alberi. Di colpo smisero tutti e fu un silenzio irreale.
Io alzai la testa e vidi scendere in diagonale (lo vedo ancora adesso) un chicco di grano nero, veniva giù velocissimo. Un attimo dopo un'esplosione enorme che non avevo mai sentita e tutti gli uccelli si alzarono in volo. Il porto era a non più di un chilometro in linea d'aria da casa mia.
Dopo per dodici minuti fu l'inferno. Eravamo tutti in ginocchio nel corridoio che era al centro dell'appartamento e le mura dondolavano come quando si sta in barca con onde grandi e grosse. Scoppiava tutto ed io vedevo sul pavimento della cucina passare velocissime le ombre degli aerei da caccia che mitragliavano tutto. Anche casa nostra. Mia nonna era rimasta sola sotto la finestra della cucina e mio padre corse barcollando e tenendosi con le sue manone alle pareti del corridoio arrivò fin da lei con un ruzzolone e la portò via di lì, che mia madre già la piangeva morta. Poi ricordo quel sibilo atroce, come di un treno che frena e non si ferma e la cucina piena di terra e di calcinacci. Mio padre mi spiegò che era stata una bomba che aveva raschiato casa nostra ed era andata oltre. Quando tutto di colpo finì il cielo era nero del fumo degli incendi ed io capii dove era andata quella bomba. Aveva appena scoperchiato una tettoia sopra il nostro terrazzo, aveva continuato la sua corsa ed era esplosa dentro la casa del mio amico del cuore, Marcellino, che adesso era un cumulo di macerie. Scavarono in tanti, anche il mio papà e tirarono fuori i genitori di Marcellino, sua sorella di quattro anni e lui per ultimo. Tutti morti. E io lo porto sempre dentro di me da allora.
Altro non voglio ricordare. Non sono mai cose belle.

Un'immagine di Civitavecchia al termine dei bombardamenti, 14 maggio 1943
Anzitutto grazie. Perché raccontare quegli anni non è facile e posso solo immaginarlo. Passiamo a cose belle. Gli anni della ricostruzione, della gioia, del boom economico. 
Hai detto di avere frequentato la Roma di quegli anni, quella della Dolce vita. Com'era?
Gli anni della Dolce Vita erano un sogno ad occhi aperti.
Io con altri amici miei - due - avevamo cercato e trovato un lavoretto a Cinecittà. Facevamo un po' di tutto. È stato lì che ho imparato a fare scenografia velocissima. Poi, per "Rocco e i suoi fratelli" la Ponte De Laurentis - insieme allora- cercavano dei fotografi. Io avevo imparato a fotografare da papà, Gianni Digati sapeva fare tutto a sentir lui e Roberto Dimaria effettivamente era figlio di un fotografo e lavorava nel negozio del padre. Ci presentammo pensando di dover fare un esamino. Invece niente. Ci diedero due macchie a testa a soffietto, strepitose, una borsa con duecento rullini dentro (e ricordatevi di scattarle tutte ci dissero). 
"Adesso passate alla Cassa in ufficio, che vi danno i soldi che vi occorrono".
Andammo e quella alla cassa ci mette sotto il naso una ricevuta a testa. "Firmate", e intanto si mette a contare fogli da 10.000. Conta conta... settantacinque a testa. 750.000 lire! Mio padre che allora era vicedirettore alla Cassa di Risparmio di Civitavecchia prendeva 250.000 lire al mese per quattordici mensilità. 
"Aò, nun fate i tirchi. Guardate che non voglio vedere resti... insomma ve li dovete spende tutti... avete capito? Però vojo le ricevute".
A quei tempi la Democrazia Cristiana, mi pare fosse stato Andreotti che era sottosegretario di non mi ricordo più, aveva fatto un decreto legge per cui il cinema veniva al primo posto e spendevano e spandevano tutti come matti per far vedere che i soldi servivano veramente. Un tipico sistema all'italiana.
Ci dettero una Lancia Flaminia - hai capito bene - blu notte della produzione e ci mettemmo in marcia per Torino, Milano e qualsiasi città del nord dove dovevamo fotografare cortili popolari con scale e scalette e panni al sole. Tutto quello di caratteristico che c'era.
Stemmo in viaggio 28 giorni sghignazzando e facendo orride puzze, e sganasciandoci dalle risate. Fotografammo tutto, Luana, ma proprio TUTTO, il sudiciume, la miseria, gli stracci, i vasi da notte e gli archi, gli archetti, gli interni di tutti i cortili immaginabili di Torino, Genova, Milano, Vercelli, Busto Arsizio e non ricordo più quanti. Guidavamo, incontravamo un paese e la prima strada ci mettevamo a piedi in cerca di cortili e giù foto. Un delirio di scatti.
Tornammo senza una lira, senza benzina e con 600 rotoli x 36 scatti e una caterva di ricevute.
"Voi sì che sete quelli boni" disse la capoufficio. Te credo, avevamo bruciato in 28 giorni 2.250.000 lire più quasi 350.000 in buoni benzina per la Flaminia, che beveva come una spugna.
Non dimenticherò mai quel viaggio, anche se non ci fu nessuna avventura erotica.
Alla fine portammo tutti i rotoli in quella che chiamavamo "l'officina". Lì stamparono tutte le foto in una giornata e ne fecero una straordinaria serie di molte migliaia di bianche e nere come tutto allora - fatti il conto - formato quaranta per cinquanta. Le appiccicarono con nastro adesivo alle pareti di uno studio immenso. 
Ci mettemmo ad aspettare che arrivasse il grande regista, bravissimo ed elegantissimo omosessuale, Visconti.
Il giorno dopo arrivò, entrò, fece un giro completo mormorando qualcosa alla sua segretaria che annotava veloce.
Alla fine venne verso di noi.
"Bellissimo lavoro. Ho scelto una ventina di foto. Faremo una fusione di elementi e ricostruiremo il risultato in questo studio. Complimenti ragazzi"
E intanto teneva d'occhio me e Gianni Digati. Beh, eravamo ventenni e due gran bei ragazzi.
Nel film riconobbi alcune cose che avevamo fotografato, ma era stato un lavorone per nulla o quasi.

Luchino Visconti (a destra) sul set di Rocco e i suoi fratelli
In breve, il tuo incontro con Anna Magnani. 
Un pomeriggio sul tardi stavamo io e un'altra persona in uno dei locali in Via Veneto, seduti ad un tavolo. Facevamo cagnara e più in là una signora bella piena di capelli neri e con due occhialoni scuri leggeva quello che chiaramente era un copione. Sollevò la testa, abbassò gli occhiali e vidi gli occhi. La riconobbi. "Nun ce riuscite propio a stevvene zitti e boni" ma le ridevano gli occhi. Anna Magnani. Che donna mamma mia! Da perderci la testa, non bellissima ma travolgente e una risata de gola che te strappava lembi dell'anima. Chiaccherò con noi per oltre mezz'ora finché non errivò un tipo della produzione a portarsela via.
"Come te chiami tu?"
"Enzo"
"Tutto lì?"
"Beh no, io mi chiamo Vincenzo"
"Ecco, questo è mejo assai, nun te nasconne mai, che sei bello come er sole".

Come sei arrivato in Germania?
Marcello Del Monaco, regista già allora famoso e figlio del grandissimo tenore Mario,  mi aveva conosciuto a Verona per l'allestimento scenico di un'opera di Verdi, se ricordo bene. Mi aveva fatto un sacco di domande, tra cui se avessi in uggia l'idea di trasferirmi "momentaneamente" in Germania, a Francoforte sul Meno dove aveva intenzione di mettere in scena una Bohéme. Il suo scenografo era un certo Scott, irlandese molto bravo ed educato. "Mi occorre un pittore di scena bravo come te e che non la manda a dire" Avevo risposto di sì, mica tanto convinto. Qualche mese dopo mi telefona e mi dice che mi aspetta a Francoforte. Tutto spesato. "Vieni a vedere poi decidi". 
Allora vivevo con la mia famiglia a Treviso ed io andavo quasi ogni settimana a Quarto d'Altino dove c'era "La bottega veneziana" di Rocchetta, amico mio ed eccellente pittore. Curavamo allestimenti scenici di teatri italiani, tipo San Carlo di Napoli, Opera di Roma, Bellini di Catania e svariati altri, compresa La Scala ma solamente per dettagli e che mai se ne parlasse per favore. Ne parlai con Rocchetta e lui mi diede la sua benedizione. "Vai a vedere, che ti costa?"
Capitai in un ambiente completamente nuovo ed inimmaginato. I crucchi sono programmatori nati, capaci di programmare il numero della pennellate perfino. Tutto sehr gut ma noi italiani - che abbiamo inventato questa arte nel settecento a Venezia - sosteniamo che arte è improvvisazione ed istinto. 
I bozzetti di Scott era pensati per una sala di pittura italiana, c'era poco da fare. I crucchetti rimasero esterrefatti nel vedere come lavoravo io. Si scrutavano l'un l'altro imbambolati. Per farti capire non sempre i palazzi si costruiscono dalle fondamenta, soprattutto in teatro capita di fare solamente il tetto, tanto solo quello si deve vedere, ma vaglielo a far capire ai francofurtensi.
Morale: per due mesi di lavoro mi offrono alloggio in albergo pagato, vitto pagato e 3500 marchi lordi al mese, circa 2700 netti, cioè nel 1971 quando il cambio era circa tremila lire per un marco, una cofra pazzesca che si guadagnava solamente a Verona. Sarei stato un pazzo a non accettare.
Alla quinta settimana mi mandò a chiamare l'Intendente generale offrendomi un contratto rinnovabile di un anno. Stesse condizioni tolto vitto e alloggio. Telefonai ad Anna Maria assolutamente reticente. "Hai pensato ai bambini?" Vaglielo a far capire che avevo pensato di cambiare tutto. Lei a Treviso era a 200 chilometri da sua mamma; ce ne doveva aggiungere altri mille. Battaglia persa in quel momento e lasciai perdere. Firmai il contratto e mi trovai un appartamento, affittando in seguito un magazzino ben illuminato come mio atelier. 
Ho lavorato a Francoforte fino al 1979. Con la nuova stagione mi sono trasferito a Karlsruhe, nel Baden. Perché proprio lì? Tre anni prima era arrivata Anna Maria coi bambini. Le due più grandi erano ragazze di 15 e 13 anni, scuole medie, piene di drogati. Volevo proteggere la mia tribù dalla droga ed andai ad informarmi su quele fosse la piazza più favorevole a sfuggir la droga. Al Polizei Praesidium mi risposero che la cosa era messa brutta. Meno brutta a Karlsruhe. Chiesi aiuto a due scenografi e un regista incontrati a più riprese nella capitale dell'Assia e loro mi fecero un'ottima réclame, considerato che buoni pittori non crescono come i funghi.
Condizioni ottime ma non speciali come a Francoforte, ma la vita era molto meno cara.
Quello che non avevo previsto era l'ostilità dei Badenser, dei locali, marpioni che usavano tra loro il dialetto strettissimo, una specie del nostro bergamasco per capirci, per cui io che venivo da dove il tedesco era di facile intuizione entravo nell'imbuto di una lingua del tutto sconosciuta.
Cercarono in ogni modo di tenermi lontano dal lavoro costruttivo, tantoché mi vidi costretto ad andare a parlare col Direttore generale che mi assicurò che quella era brava gente un po' gelosa e diffidente. Una vigorosa mano me la diede Ulrich Benninghof, un celeberrimo - forse l'unico a quel livello - regista e scenografo dell'allora Repubblica democratica tedesca, la DDR, invitato dal nostro Intendente a rappresentare da noi un opera di Wagner, il Tannhäuser. 
Aveva preparato un bozzetto complicatissimo che presupponeva una conoscenza assoluta della tecnica pittorica, cosa che questa squadra nemmeno lontanamente aveva sperimentato. Costruivano fondali su teloni come se dovessero imbiancare muri esterni di uno stabile.
Una mattina - io non avevo avuto nemmeno l'onore di scambiare due parole con Benninghof - stavo aggiustando non ricordo cosa sulla scena del piccolo teatro di prosa, quando mi vengono a chiamare. "Ti vuole il bolscevico di sopra in Malersaal". Cosa può volere adesso il comunista da me?
Una scena da film di Fellini: un'intera squadra di pittori al centro della sala ad occhi bassi e la coda tra le gambe, come solo soldati tedeschi sconfitti ed umiliati possono tenere, muti senza più una stilla di vita ed in mezzo enorme e fatidico Benninghof che gli urla nelle orecchie "INCAPACI. PULITECI LE STRADE COI VOSTRI PENNELLI".
Appena mi vede mi apostrofa: "Sind sie italiener?" Lei è italiano? Annuisco e lui, sbattendomi sotto il muso il suo bozzetto a gran voce mi chiede: "SIND SIE FÄHIG DAS ZU MALEN?" Lei è capace di dipingere questo?
Do un'occhiata al foglio sgualcito che mi agita sotto il muso, faccio due passi verso di lui e lo apostrofo io a brutto grugno. "Dov'era lei dieci anni fa? In quale teatrino della sua repubblichetta faceva rappresentazioni? Sa dove io fossi? A Verona. Lavoravo con Rocchetta della "Bottega veneziana", facevamo cose immense non robette come questa scheise Vorlage, e lei viene oggi a chiedere a me se io sia in grado di dipingere questi zeppetti? Da noi lo fanno gli apprendisti al secondo anno".
Lo stavo umiliando davanti a tutti, che ricominciavano ad avere colore nelle guance. E adesso che gli risponderà? NIENTE. Mi guardò, sorrise  e disse: "Non lo dubitavo. Adesso me lo finisca in tempo per la prima".
Ero diventato il loro eroe, senza aver fatto altro che un paio di urlacci. Ma da quel momento nessuno più si è messo d'intralcio sulla mia strada.
Dico la verità: avrei potuto lavorare a Berlino oppure a Monaco di Baviera, ma credo che la stima e l'affetto che ho raccolto a Karlstuhe non avrei potuto averlo altrove, fino all'ultimo fondale, che il mio direttore generale mi pregò di firmare e datare. La cosa è assolutamente inconsueta. Ma io avevo deciso di smettere e di cambiare lavoro andando ad insegnare ai giovanotti come si usano i pennelli lunghi da teatro.
Quel fondale, bellissimo ancora oggi è appeso nel foyer del teatro. L'unico, firmato e datato a perenne memoria del passaggio del sottoscritto.
Sotto, alcune opere di Enzo.

Senza titolo, 1987 - acrilico
Anna Maria di fronte alla finestra - acrilico
I bevitori, 1976 - olio

venerdì 9 marzo 2018

We can do it! (tra il serio e il faceto)

Farò in modo che non sia l'ennesimo post legato all'8 marzo, giuro. Anche perché non sono fra coloro che festeggiano questa ricorrenza, almeno non più. 
Voglio invece cercare di costruire una riflessione per immagini. 
La cartellonistica pubblicitaria, che ha mosso i primi passi agli inizi del XX secolo, diventa un moltiplicatore di immagini a metà secolo, negli anni di guerra. 
Possiamo farlo!, tuonava l'operaia diventata erroneamente una delle icone del femminismo dal poster illustrato da J. Howard Miller. 
Sì, perché, disegnata nel 1943, in tempo di guerra, si riferiva alle operaie che contribuivano all'industria bellica americana con il loro indefesso lavoro. 
Donna perché gli uomini erano al fronte, pertanto lei difendeva la propria patria entrando nei panni maschili da metalmeccanico sopperendo alla penuria di uomini. 
Pur apparendo come un vago riferimento all'aver conquistato una posizione riconosciuta e rispettata nella società, i fatti erano stati poi smentiti nei decenni successivi, quando la bella operaia sarà sostituita dalla sorridente casalinga degli anni Cinquanta e Sessanta. 
Finito il dopoguerra di ricostruzione, arrivano gli anni del boom economico, che vedono l'arrivo del notorio elettrodomestico, dal frigorifero alla lavatrice, al tostapane, al frullatore. 
La cartellonistica cambia inevitabilmente e ce la mostra totalmente immersa nei lavori domestici, immensamente felice di poter utilizzare i nuovi strumenti, in ordine, truccata, e soprattutto... realizzata. Guardate queste immagini dell'epoca. Occhio vivace e sorriso tripudiante. 


Nell'immagine di sinistra, la nostra icona femminile sta portando certamente quel vassoio al marito o ai bambini che, per carità, non possono recarsi direttamente in cucina a gustare le sue leccornie. 
Nell'immagine di destra, mentre il maritino lucida i fari della sua auto, lei perfino si specchia nella padella lustrata a nuovo, mentre si compiace della luce che emana dalle stoviglie restanti. 


Qui sopra la vediamo al settimo cielo mentre abbraccia il suo amico per sempre, il "nuovo miracolo del lavaggio", il detersivo in polvere Tide, colui che ha messo la parola fine a tutto il suo strofinare a mano colletti e polsini. Ora c'è Tide. 


C'erano anche ottime campagne pubblicitarie con tanto di fotografi professionisti, come questa della Candy, che invece addirittura ce la mostra in abito da sera mentre prende atto della bellezza ed efficienza di frigorifero e lavatrice. 

Ma... adesso, dulcis in fundo. L'apoteosi dell'antifemminismo. La campagna pubblicitaria della cravatta Van Heusen (marchio ancora esistente).


Cravatte. Lui resta a letto in camicia e cravatta (era andato a dormire vestito, probabilmente, oppure si è docciato, vestito e si è rinfilato nel letto), è fresco come una rosa, ha atteso e adesso la servizievole mogliettina gli porta la colazione... e gliela porge in ginocchio, in una dorata aura di venerazione. La schiava è in vestaglia, capelli in ordine, felice. 
E sì che esisteva la "Guida della buona casalinga". Qui sotto, se riuscite a leggere, le regole fondamentali per essere una perfetta moglie. Dal far trovare il pranzo sempre pronto al darsi 15 minuti di toletta prima del rientro del coniuge, allo spolverare, al sorridere sempre, al lusingarlo, al rendergli insomma la vita confortevole. 
Perché, amici... A good wife always knows her place. 


Breve carrellata di primizie di ciò che sono state le donne un paio di generazioni fa, non un secolo fa o mille anni orsono. Una riflessione è necessaria. Quelle donne erano ben felici di apparire obbedienti ed efficienti. Ne ho avuto esempio in mia nonna materna, per esempio. Donna dedita totalmente alla famiglia, fedelmente attaccata all'idea che il maschio fosse sacro, infallibile. Non fu la sola, ahimè, ma preferisco non rivangare. 
Se ancora oggi la parità di diritti non è stata raggiunta, sostengo fermamente che gran parte della responsabilità sia della donna stessa, di tutte le donne che non fecero eco alla strenua lotta di chi si batté per il diritto al voto e poi per un posto in società al pari dell'uomo
Se siamo unite in molti ambiti, è altrettanto vero che resiste in moltissime la certezza che il nostro compito resti essenzialmente quello di essere brave accuditrici
La lotta alla discriminazione, e al terribile fenomeno del femminicidio, deve cominciare dall'educazione della madre nei confronti del proprio figlio, dall'atmosfera che si respira nella famiglia d'origine, assieme all'esempio di un padre che non può né deve essere un prevaricatore. 
Valori lontani in una società ancora patriarcale e nella quale in moltissime ancora ritengono che sentirsi realizzate significhi avere un uomo che le protegge. 

Mi piacerebbe conoscere il parere di chi leggerà.   

sabato 3 marzo 2018

Elogio della brevità.

Dopo diversi mesi torno a parlare di scrittura, soffermandomi sul capitolo del mirabile Lezioni americane di Italo Calvino dedicato alla "brevità" o come viene definita dall'autore, "rapidità". 
C'è un motivo preciso per il mio interesse: sono tornata, dopo mesi molto impegnativi dedicati al teatro, a occuparmi della revisione del romanzo di genere storico che scrissi diversi anni fa. 
Mi rassicura il fatto di avere qualcuno che mi dà un mano nell'editing (c'è una parola italiana tanto bella ed efficace, ma in molti ci ostiniamo a usare questa) - e devo ringraziare Maria Teresa Steri, Cristina Cavaliere e un amico correttore di bozze per aver letto le prime pagine e dato consigli preziosi - perché il lavoro è lungo.
Al termine dell'università mi gettai a capofitto nella scrittura di un romanzo storico attingendo alle numerosi fonti di cui mi ero servita per la tesi di laurea. Ce n'è un riferimento in questo post
Il teatro assorbe la gran parte del mio tempo libero, ma sento il desiderio di dare una possibilità a questa mia "creatura", che giace nel proverbiale cassetto ormai da troppo tempo. 
Un difetto del romanzo, che ha titolo "Sin'opah", è la sua prolissità. Impaginato in formato A5 - perché me lo feci stampare da un tipografo per regalarne qualche copia - risulta di ben 607 pagine (!). 

Quante possibilità avrebbe un romanzo di più di 600 pagine di suscitare interesse? 
Minime, per non dire nulle. Viviamo nell'era della velocità, il formato "epopea" interessa ancora? A meno di non essere Auster o Garcia Marquez, non credo proprio. 
Un buon suggerimento ho ricevuto da Maria Teresa Steri, che mi consigliò di spezzare il primo capitolo in due. Da qui a dedurre di dividere l'intero romanzo in più parti, trasformandolo in una trilogia per esempio, il passo è stato breve. 
Il formato trilogia si presterebbe assai bene alla cosa, perché di fatto le numerose avventure della protagonista si possono suddividere in tre momenti essenziali:
1. La vita vissuta assieme ai Blackfeet del South Dakota
2. Gli anni trascorsi a Abilene, sulla frontiera
3. Il periodo trascorso assieme al movimento per il voto alle donne
Quanto all'ultimo punto, vi suggerisco, se ve lo siete perso, il magnifico percorso descritto da Clementina Sanguanini qui e qui.

Sfogliando le Lezioni americane di Calvino, mi imbatto in questo mirabile capitoletto sulla brevità e ho la conferma, ennesima, che i tagli al romanzo continueranno a essere tanti e implacabili.
Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca di un'espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile. E' difficile mantenere questo tipo di tensione in opere molto lunghe [...] Certo la lunghezza o la brevità del testo sono criteri esteriori, ma io parlo d'una particolare densità che, anche se può essere raggiunta in narrazioni di largo respiro, ha comunque la sua misura nella singola pagina. 
Così scrive Calvino, e dovremmo fare di questo passaggio una sorta di principio ineludibile. 

Un "assaggio" dal primo capitolo: 
Non avevo dormito molto negli ultimi giorni. L'inizio dei lavori della ferrovia aveva portato un'aria di euforia perfino a Hibbing, fra i padiglioni della scuola "per signorine" con internato dove ero stata iscritta tre anni prima. Ad eccezione delle lezioni d'arte, in cui mi sentivo a mio agio, le materie che vi si impartivano erano il tipico prodotto del perbenismo borghese al quale Rose Fletcher cercava di piegare sua figlia: portamento, ricamo, ballo e tutto un insieme di futilità che disprezzavo. A quei tempi le ragazze venivano educate in casa, sotto la guida di istitutrici poco qualificate, oppure presso scuole private in cui si impartiva un'istruzione del tutto superficiale. Ero del parere che l'istruzione femminile fosse a un livello infimo, per questo sentivo di stare perdendo del tempo prezioso. 

... da cui si desume che la protagonista ha un carattere forte, determinato, e possiede intelligenza (come potrebbe essere altrimenti? 😄)

Edith Wharton (1862-1937)
Ammetto che oltre all'enorme mole di ricerche, per scrivere questa storia non poca influenza abbia avuto la lettura una vita fa dei romanzi di Austen, Bronte, Henry James, Mitchell, e in particolare di Edith Wharton, che ho amato visceralmente per lo stile moderno e diretto.
Quanto credo in questo romanzo? Non mi ritengo una scrittrice. Mi sono dilettata a scriverlo, pertanto sono una dilettante
Il lavoro di revisione andrà avanti a lungo, prefiggendomi la pubblicazione del primo dei tre tomi entro il 2018. 
Sto valutando l'autopubblicazione, perché è la strada più breve per questo mio "gioco" che oggi costruirei in modo totalmente diverso o non rifarei affatto. O forse no, chissà.

Un brano tratto dall'arresto della protagonista:
Non ricordo di essere stata in un posto più sporco, freddo e squallido della cella che accolse Caroline e me per cinque lunghi giorni. Restammo con gli stessi abiti, poiché non ci permisero di mandare qualcuno a prenderne di puliti, ci rifocillarono con avena e pane secco, ci esibirono al ludibrio degli ubriaconi della città, che vennero a godersi lo spettacolo delle due donne in stato di fermo.
Ransom venne a dirci che ci avrebbero trattenute fino a quando non avessimo firmato l'attesa dichiarazione di resa. A nulla valsero le nostre repliche, neppure le nostre suppliche quando chiedemmo di essere giudicate in un regolare processo. Fu certo fin dall'inizio che non avremmo mai firmato una dichiarazione che avrebbe costituito l'umiliazione vana della nostra dignità. Così ci risolvemmo a rimanere e aspettare, non sapevamo chi o cosa.

Per te, Clementina. 😊

giovedì 22 febbraio 2018

Per ogni libro... il momento giusto.

Gli alunni delle due classi in cui insegno devono leggere un libro al mese. Un classico di tanti insegnanti di Lettere. 
Mi piacerebbe scrivere un altro termine al posto di quel "devono", ma tant'è. La lettura è imposta, diciamo una lettura coatta
Visto che è obbligatorio, sto molto attenta a non suggerire libri che fra i 12 e i 14 anni potrebbero detestare e di conseguenza odiare leggere piuttosto che vedere qualcosa di interessante nell'aprire libri di narrativa. 
Fra la prima e la terza media i ragazzi cambiano molto, pertanto se in prima spingo sui classici di Verne, Alcott, Sepulveda, Dahl, Salgari, in seconda punto su Pennac, Pitzorno, Ende, Rowling, London, per poi consigliare in terza Levi, Anne Frank, Hosseini, Asimov, King e altri. 
Sono solo alcuni dei grandi autori di classici, accuratamente scelti perché segnino in qualche modo il loro percorso, nella speranza che perfino accendano in loro il gusto per la lettura (sull'educare ad amare i libri ho scritto questo post). 
Non mi sognerei mai di suggerire Dickens a un ragazzino di prima media, semplicemente perché è un autore che richiede una certa maturità e profondità (io rimasi folgorata da David Copperfield nell'estate fra la quinta elementare e la prima media, ma questa è un'altra storia). 

Se a un adolescente va consigliato il libro giusto al momento giusto, non si può negare che anche in età più matura ogni libro debba arrivare allo stesso modo. 
Ci piace pensare che siano i libri a scegliere noi, ma una certa parte attiva dobbiamo pur riservarcela, quindi dobbiamo vigilare su potenziali scelte sbagliate. 
Prendete me: ebbi l'infelice idea di aprire la trilogia di Tolkien durante un'estate afosa di diversi anni fa. Ci rinunciai dopo una cinquantina di pagine. In piena stagione torrida, senza condizionatore, con zanzare che ronzavano nelle orecchie non riuscivo a tenere la mente ferma sulla Terra di Mezzo e la Compagnia dell'Anello. E sì che ne possiedo un'edizione da collezione, con tanto di cofanetto e cartine ripiegate.
Forse non è stato il momento giusto neppure per Se una notte d'inverno un viaggiatore, di Calvino, se come ho scritto qui, proprio non sono riuscita a terminarlo, anzi sollevata l'ho chiuso e riposto. 

Ci sono libri in grado di ispirarci, ci avete mai fatto caso? Per fare un esempio, lessi Jane Eyre nei primi anni universitari, quando mi accorsi di essermi iscritta a un corso di laurea che non mi convinceva più di tanto, una specie di Dams dell'Università degli Studi della Calabria. Prima di passare a Lettere, in qualche modo la tenacia di Jane Eyre mi ispirò, o perlomeno arrivò al momento perfetto. 

Così come per un certo periodo della mia vita ho ritenuto irrinunciabili i libri di Osho. Ogni volta che entravo in una libreria mi fiondavo sullo scaffale della psicologia, di tutti quei tomi che ti aiutano (ma poi sarà vero?) a capire perché certe cose vanno in un certo modo e a capirci qualcosa nei tuoi comportamenti.
Mi pareva che gli autori di quei libri mi parlassero. 
Ho avuto il mio periodo "zen", insomma, con tanto di testi sulla meditazione, sul feng shui, sulla new age, che oggi mi capita di sfogliare sorridendo un po'. 

Termino qui, rilanciando: ci sono libri che hanno segnato un momento importante della vostra vita, che hanno ispirato le vostre scelte? Ritenete anche voi che per ogni libro ci sia un momento perfetto? 

martedì 13 febbraio 2018

Nuovo anno, nuovo look (fra codici e stringhe a volteggiar)

Come farsi male trascorrendo un'intera mattina a toccare una materia che si conosce solo vagamente per ricavarne un template nuovo? 
Eccomi, ce l'ho. 
Era da un po' che vagheggiavo l'idea di svecchiare l'aspetto del blog cercando disperatamente il tempo per farlo, e finalmente ho trovato il  momento giusto. 
A onor del vero, quando Cristina del blog Il manoscritto del cavaliere modificò il suo - per altro raccontandone con grande simpatia le vicissitudini in questo post - mi piacque fin da subito e decisi pertanto fin da allora di darmi un aspetto nuovo. Di acqua sotto i ponti ne è passata, ma siccome questo 2018 mi sa proprio che sarà l'anno di cambiamenti importanti, comincio col dare una mano di vernice a questo posticino. 
Bene, approfittando del link segnalato da Cristina, mi metto a cercare durante l'estate scorsa un template che mi piacesse, e dopo averne visionato a centinaia, mi imbatto in questo
Non dissimile da quello di Cristina, mi piace perché è moderno ma con tocchi di colore, ha un aspetto dinamico, fresco, anche un po' "romantico" ma non in modo stucchevole. Quindi acchiappo. 
In quel frangente mi limito solo a fare copia e incolla del link, nulla di più, perché di fatto fare queste modifiche è un gran lavoro, e bisogna avere tempo e pazienza per farlo. 

Nei primi di gennaio tento un approccio con questa ostica materia, mi creo un blog di prova e comincio a rendermi conto di cosa posso fare senza studiarci troppo. Illusa! Solo fare entrare immagini di mio gradimento nelle slide in alto è un'impresa. Devo ritagliarle della giusta misura, ma senza snaturarne il contenuto, poi devo incastrarle nelle stringhe html del template. 
Sono fortemente tentata di chiamare mio cognato ingegnere informatico, ma resisto. Meglio rinunciare, gennaio è stato un fiume di impegni per me, non era quello il momento. 
Mi riaffaccio a febbraio, ormai a metà mese, riproponendomi di fare finalmente questo passo e... voilà. Dopo sei ore (!) di tribolazioni ne vengo fuori. 
Il problema è che un codice html funziona solo in un certo modo e se provi solo a farlo arrabbiare spostando una virgola, ti mette in punizione, segnalandoti un errore ma senza offrire soluzioni. 
Comprendi che fra te e lui non ce la puoi fare e torni indietro, ripristinando di volta in volta il codice precedente, fino a che magicamente entri nel meccanismo e pian piano il tuo blog comincia ad assumere l'aspetto che volevi. Per esempio, far sparire le icone dei social... da rompicapo, ma la cosa veramente preoccupante è stata gestire la barra dei link in alto. Una l'ho eliminata, l'altra l'ho ridotta a poche voci. 
Ora mi sembra un gioco da ragazzi, ma per una mente poco avvezza con la logica come la mia, è stato eroico. :)