martedì 1 maggio 2018

La deriva educativa (o della "sfamiglia").

Sfoglio distrattamente un testo di Paolo Crepet che lessi diversi anni fa, Sfamiglia, e scopro di averne sottolineato diversi passaggi. 
È un bel libro, i cui contenuti possono trovarci d'accordo o meno, che offre l'opportunità di riflettere sul tema della deriva educativa, a detta di Crepet derivante essenzialmente dalla perdita di ruoli nella famiglia (il che mi trova grossomodo d'accordo). 
Un tema quanto mai scottante, alla luce di fatti gravissimi che i social rendono pubblici. 
Ci si chiede se sia realmente una novità il bullismo imperante. Dopotutto, negli Ottanta, non accadevano fatti del genere? Io ne ricordo un paio gravissimi nell'Istituto professionale non lontano da dove abitavo. Non c'erano telefonini a fissare la scena e a moltiplicarla esponenzialmente, ma tant'è. 
Anche se ricordiamo qualche episodio, il bullismo attuale è un fenomeno diventato preoccupante, perché si muove non solo fra pari ma in aule scolastiche, con azioni gravemente offensive nei riguardi di insegnanti inermi e mortificati
Cosa si è rotto in questa istituzione? Ne ho scritto qualche riflessione qui
Tornando a Sfamiglia, i capitoli corrispondono alle lettere dell'alfabeto e a ciascuna lettera corrisponde una parola chiave per la disamina del problema. Ne prendo alcune, per limitare la lunghezza del post. I corsivo i passaggi sottolineati cui seguono le mie osservazioni. 
Alla lettera C, trovo "crisi".
Per secoli l'educazione non ha conosciuto i sensi di colpa o d'incongruità da parte dei genitori, che oggi invece tendono a colpevolizzarsi per qualsiasi cosa: vogliono per i figli una strada in piano e senza curve, ma in questo modo preparano una generazione fragile e ricattabile
Mi chiedo se ciò nasca da una inconsapevole sensazione di inadeguatezza del ruolo. Essere genitori è difficile, senza se e senza ma. La difficoltà dell'impresa, però non giustifica l'atteggiamento di chi si mostra sul piede di guerra e sulle difensive dinanzi a un problema qualunque.  
C'è da aggiungere che i sensi di colpa appartengono perlopiù e in modo particolare ai separati e ai divorziati. Il fallimento del progetto porta automaticamente i genitori a essere protettivi e pronti a difendere l'indifendibile. Ciò appare anche in famiglie salde, ma in misura minore. 
Lettera D, "desiderio". E anche "despota", "dittatura, "dolore".
Se si regala tutto a un bambino, lo si condanna a una vita senza desideri. 
I ragazzi hanno tutto ciò che si possa comprare loro. A volte anche quello che non si può comprare. Il senso di colpa agisce ancora, ma a volte si tratta di un banale "deve avere tutto ciò che io non possedevo", oppure "i ragazzi sono competitivi quanto a oggetti da possedere, quindi mio figlio non può essere da meno". Nulla di più rovinosamente diseducativo. 
Per quanto riguarda il "despota", Crepet illustra il caso di una madre che pur detestando i luoghi affollati, sceglie le vacanze in un villaggio vacanze da carnaio umano sulle spiagge perché "ha deciso lui". Lui sarebbe il suo bambino di otto anni
Siamo dunque di fronte a una nuova forma di dittatura, fra le più subdole e difficili da combattere: quella dei figli. Molti adulti hanno abdicato al proprio ruolo consentendo a bambini e adolescenti di diventare veri e propri despoti domestici. Gli si permette di decidere qualsiasi cosa, dal menu ai luoghi per le vacanze ai film da vedere, al modo di comportarsi ovunque. 
Un modo un po' "folcloristico" di esprimersi sul problema, ma tant'è. 
Riguardo al "dolore", è evidente che i genitori oggi tremino al solo pensiero che i propri figli soffrano per qualcosa, anche la più semplice. Evitare il dolore ai propri figli è la loro massima vocazione. 
Basta guardarli: molti non reggono la minima avversità e cedono alla prima frustrazione, perché non hanno avuto la possibilità di costruire anticorpi psicologici attraverso piccoli dolori quotidiani che non vanno prevenuti, ma lasciati vivere. 
Possiamo negarlo? Dal mio mestiere si coglie questo dettaglio con molta chiarezza. Un brutto voto, una sgridata, qualche screzio fra amici, una gara persa, ecc. Cose che per molti genitori provocano un dolore evitabile, che cercano di contrastare ergendosi a paladini del proprio pargolo. Hai voglia a ribattere "guardi che non è successo niente di particolare, ha preso un brutto voto per queste ragioni, rimedierà" oppure "vincerà la prossima volta, o perlomeno sarà stata un'esperienza". Hanno una vaga idea del danno che provocano mentre i loro figli li osservano fare i paladini? 
Anche parlare di dolore a scuola è qualcosa di delicato. Sai che sono iperprotetti, quindi non hanno quegli "anticorpi", pertanto ti industri in mille modi per parlane in maniera "indolore". 
Lettera E, "eleganza".
Nell'educare, l'eleganza è fondamentale quanto il carisma. In un ritmo calmo, in gesti leggeri e in silenzi non esasperati abita il segreto dell'attrazione. 
Questo passaggio mi piace particolarmente. Dalla mia esperienza posso chiaramente affermare che urli e strepiti in cattedra o a casa non servono a nulla. L'educatore, il vero educatore, sa muoversi con padronanza di voce e gesto. Avviene qualcosa di straordinario in chi ascolta. Automaticamente si impone la calma. Non è cosa da poco. 
Lettera F, "famiglia".
Il capitolo dedicato alla famiglia è corposo e pieno di spunti, mi limiterò a un solo passaggio.
Se si cronometrasse il tempo reale che i genitori passano soltanto con i figli - senza televisori, telefoni e tecnologie varie - il risultato sarebbe preoccupante. 
Aggiungo, se cercassimo esclusivamente il tempo reale in cui i genitori parlano coi propri figli. Non si trovano allo stadio, non stanno facendo nulla, solo parlare. Quanti genitori dedicano esclusivamente al dialogo lo stare con i figli? Non oso immaginare un dato possibile. 
Lettera G, "gentilezza".
I ragazzi non vengono cresciuti nell'idea che l'essere gentili o riconoscenti faccia parte di un patrimonio indispensabile e insostituibile nella relazione con gli altri, quindi tendono a sentirlo come un peso fastidioso e anacronistico, un formalismo quasi ridicolo. 
La conseguenza è che trovarsi dinanzi a un ragazzo gentile e cortese è raro. Quando accade (perché accade, vivaddio) si è assaliti da una bella sensazione, direttamente proporzionale alla rarità dell'evento. 
Legato alla gentilezza c'è un bel passaggio: La crescita di sé avviene soltanto parallelamente alla rinuncia al proprio egoismo. Per non morire annegato, da grande, nella propria gelosa e noiosa autarchia. 
Lettera M, "meditazione".
Oggi il fare prevale sul pensare; pensare significa essere liberi, e questo fa paura a chi sente minacciato il proprio potere di controllo. Allora si preferisce insegnare (ovvero mettere fra due segni: forche caudine pedagogiche) invece che educare (ex-ducere, tirare fuori il talento di ognuno, il suo grado di libertà, la strada per apprendere davvero).
Questo passaggio mi ricorda il professor Keating de L'attimo fuggente. Seduce l'idea di un insegnamento col quale i ragazzi imparino a pensare, gli insegnanti meno comuni lo provano ogni giorno. Il fatto è che bisogna predisporre un ambiente di apprendimento che garantisca una certa riuscita. Luoghi, mezzi, atteggiamenti. Di certo la scuola è molto presa da programmi e scadenze, purtroppo. 
Lettera P, "perdere tempo".
Un modo odioso, anche perché invisibile ai più, per non rispettare e non voler bene ai bambini è obbligarli a occupare il tempo, tutto il tempo. Il loro tempo. Amare un bambino significa anche permettergli di non fare nulla. Perdere il tempo non significa alienarlo, ma sublimarlo: viverne l'esperienza significa che la vita può essere rallentata come i fotogrammi di una pellicola scanditi uno alla volta, permettendo contemplazione e immaginazione. 
Una visione piuttosto "romantica" del problema, che innegabilmente c'è. I ragazzi sono impegnati in decine di attività. Si destreggiano fra tempo a scuola, tempo per i compiti, tempo per attività collaterali alla scuola. Non c'è tempo per non fare nulla. Stanchissimi, il loro fare nulla coincide con ore passate al telefonino a scorrere immagini sui social e a caxxeggiare su wozzap. La stanchezza diventa noia e inabilità. Mancanza di impegno, spossatezza. 

Concludo con un'amara osservazione. Quanto possiamo fare realmente se la "comunità educante" è costituita da elementi in disaccordo? 
Questi bambini, i ragazzi, gli adulti del futuro, hanno bisogno di modelli educativi coerenti e credibili. Impossibile ben sperare se gli si offrono scenari differenti fra loro. Certo è che se la base è fragile, e per base intendo la famiglia, il nucleo dove si origina tutto, se diventa una "sfamiglia" da cui il ragazzo non trae buoni insegnamenti ma è disorientato e senza mezzi per migliorare, allora la scuola non può nulla. La scuola funziona solo in armonia con la famiglia, e all'interno di un sistema in cui gli adulti offrono strumenti per crescere in modo sano. 
Cosa ne pensate? 

22 commenti:

  1. Mah, io non so che dire. Come dici tu, io ricordo che il bullismo esisteva eccome anche negli anni '80, spesso in modo più subdolo proprio perché difficilmente veniva alla luce (mancando le prove visive che oggi saltano fuori coi social) e non so dire se la situazione sia realmente peggiorata.
    A me sembra che la sola cosa che davvero manca sia quella che se uno la dice passa per banale o retrogrado: un sistema.
    Francamente la scuola italiana è sempre più un luogo di ritrovo coatto per ragazzi svogliati, un punto di incontro simile a una conferenza o un discorso in cui si è finiti quasi per caso e quindi si chiacchiera, si sbuffa, si perde tempo; mentre i conferenzieri-professori spesso tollerano perché sono un po' rassegnati (parlo in senso ampio eh!, so bene che ci sono singoli docenti che fanno bene il loro lavoro e sono motivati nonostante tutto).
    Però questa scuola "anarchica" cosa può produrre? Solo ragazzi "boh", non è un caso che quelli che hanno voglia di studiare si sentono quasi fuori posto e spesso fanno le valigie per andare all'estero.
    La colpa è sicuramente anche di certi genitori. Che un genitore voglia proteggere i propri figli dai dolori della vita lo trovo naturale. Che li vizi e li renda arroganti no.
    Però è in generale il "sistema Italia" che non funziona: non premia i meritevoli, non punisce gli svogliati, si incarta in mille complicazioni burocratiche per annullare i risultati di un concorso, si perde in milioni di discussioni inutili per delegittimare il risultato di un'elezione politica o di un incontro di calcio. Il "sistema Italia" non motiva i giovani: gli trasmette l'impressione costante di vivere nel paese più corrotto, più marcio, più inutile dell'intero occidente. Sono sensazioni in gran parte erronee, però certi mass media, certi partiti politici, certi casi effettivamente accaduti producono l'impressione opposta. Diamo dei valori in cui credere ai nostri ragazzi e forse qualcosa cambierà. Se invece continuiamo a essere il paese in cui chi è "furbo" viene esaltato più di chi è onesto, che speranze abbiamo?

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    1. Nel complesso concordo col tuo discorso.
      I social hanno messo in luce un problema, gli hanno dato visibilità e di conseguenza abbiamo l'opportunità di osservare il fenomeno e porcelo come reale problema.
      Concorso sulla perdita di forza della scuola, che non è più il luogo istituzionale dove a prescindere ci si forma, chi più chi meno. La perdita di credibilità corre di pari passo con l'assunzione di debolezza da parte di un corpo docente letteralmente schiacciato dalla burocrazia e dall'arroganza della compagine genitoriale (una visione apocalittica solo apparentemente, in cui molti aspetti e persone si salvano perché controcorrente, diverse, umili e disponibili, sia prof che genitori).
      Il dolore cui faccio riferimento è il non-dolore, quello derivante da fatti di una banalità assoluta. Ecco, quei fatti per molti genitori generano dolore. Anche qui, molti genitori costituiscono una felice eccezione.
      Concordo sulla mancanza di un'azione volta verso i meritevoli. Direi che è anche debole la risposta "punitiva" nei riguardi di chi infrange le regole.
      Non ci sono modelli culturali validi da seguire. Hai ragione riguardo al sistema. Anni fa portammo i ragazzi in Parlamento, durante una seduta. Il bivacco cui assistettero li spiazzò letteralmente. Per questo motivo sono assolutamente contraria a fare entrare scolaresche nei palazzi del potere, visto il pessimo esempio.

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  2. Sono d'accordo con tutto quello che scrivi, anche perché, da collega, capisco bene a quali comportamenti di ragazzi genitori ti riferisca.
    Penso che anche il commento di Ariano aggiunga in particolare importante: non è secondario, nel dilagare di atteggiamenti arroganti e violenti, il modello offerto dai media: su ragazzi totalmente inermi di fronte alle delusioni e privi di senso del sacrificio, oltre che assecondati in ogni cosa dai genitori, si innesta un riferimento comunicativo che incentiva il narcisismo, la violenza verbale, l'infrazione delle regole, il successo dei "furbi".
    E la politica è corresponsabile non solo perché adotta questo stile, ma anche perché il Miur non ci ha aiutati, scegliendo di abolire la bocciatura per motivi di condotta nella scuola dell'obbligo, cioè proprio nelle fasi in cui il senso etico dovrebbe formarsi.
    Ciò che mi preoccupa di più è che, così facendo, non solo si giustificano le sfamiglie, ma si fa terra bruciata attorno agli educatori (genitori e docenti) che adempiono al loro dovere e ai ragazzi che non hanno ancora ceduto a questo orrido conformismo.

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    1. Esattamente. Il punto nevralgico di tutta la questione sta proprio in quella incapacità di gestire il comportamento, e di conseguenza l'etica. Un'etica che ormai possiamo definire "possibile" e per nulla certa.
      Vale sempre il dialogo. Dinanzi a genitori che si pongono come cattivi esempi, vale l'accoglienza delle loro ragioni, il fare un po' da "psicologi" e capire perché si sia scelta una linea di condotta piuttosto che un'altra. Insomma, c'è da fare una grande campagna educativa nei riguardi di una società. E non tutti gli insegnanti ne sono all'altezza. Per stanchezza, mancanza di motivazione, e ci metto pure perché diversi si sono ritrovati in questo mestiere per puro caso.
      Di base, ogni scuola difetta di una coerenza nella gestione di ogni aspetto immaginabile. Non si è capaci di semplificare.
      Anche qui, dico che ci sono altresì diverse scuole virtuose in tal senso.

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  3. É preoccupante quello che sta avvenendo alla generazione che dovrebbe un giorno crescerne un'altra. Che sia figlia di genitori assenti e distratti, per lo più incapaci o inadeguati è un dato di fatto. Però nemmeno la scuola vanta al cento per cento un plotone di insegnanti davvero efficaci.
    Come al solito il problema è che noi adulti siamo l'esempio e non possiamo definirci nella totalità un buon esempio. Anzi. Il tg è pieno delle azioni sbagliate di cui ci macchiamo.
    Non che la generazione precedente fosse ineccepibile o non commettesse altrettanti errori, solo che forse l'orrore della guerra e della semplicità di vita in cui si trovava immersa era concentrata a tirare fuori il meglio. Oggi l'errore è pensare di averlo già il meglio senza fare alcuna fatica. Ci siamo tutti addormentati sugli allori, purtroppo. E come genitore ammetto quanto sia complicato essere un buon esempio, non cedere mai alla soluzione più semplice, dire di no, comprendere e non scusare, ma incitare... E sono solo alla prima media di uno dei due!

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    1. La testimonianza diretta di un genitore è importante. Tu stessa dici che è difficile scegliere la soluzione più difficile. Il punto è che è strettamente necessaria. Il carattere e la morale di un adolescente si costruiscono mattone su mattone, con la coerenza dell'esempio.
      Sono certa che la tua sensibilità ti ponga comunque fra quei genitori che comprendono il problema, anzi se lo pongono almeno.
      Forza, Nadia! :)

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    2. Che se lo pongono assolutamente, sulla risoluzione mi ci sto impegnando. Se ripeti un concetto più di una volta sei "pesante e ripetitiva", se fai finta di nulla passa il messaggio che va bene così. Se ti poni allo stesso livello diventi ridicola, se ti atteggi a genitore che sa tutto come sbagli o cedi ti senti assalire dalle critiche. No, non è facile. Neppure quando mi racconta che in classe tutti copiano, perché tanto la prof è al telefono o sulla porta a chiacchierare. E io insisto che ha occhi anche nelle spalle e che deve studiare per se stessa. Diciamo che i ragazzi di oggi hanno molti pochi buon esempi che siano desiderosi di copiare, e molti da cui sfuggire che invece...

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    3. Non faccio fatica a immaginare lo scenario. Purtroppo ci sono realtà siffatte ed errori se ne commettono. È come un giro di valzer in cui un po' tutta la "comunità educante" (termine che ho appreso durante un corso di aggiornamento sulla didattica delle competenze, l'ultima fissa della scuola italiana) deve sentirsi responsabile di quello che non va. La famiglia la metto in prima fila in questa situazione, perché comunque non esiste ambito che possa competere con l'ambiente di apprendimento familiare, poi la scuola non è da meno e non può esimersi da questa responsabilità. Vale comunque il principio che senza una base forte, o comunque in grado di dialogare, la scuola non può nulla.

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  4. Quando frequentavo le scuole dell'obbligo io (tanto, tanto tempo fa) era impensabile bullizzare gli insegnanti, ma era anche impensabile l'assenza di bullismo tra allievi. Eravamo tutti bulli e bullizzati, nel senso che chi era più forte ci bullizzava mentre a nostra volta bullizzavamo chi era più debole di noi. Per non dire poi che al di fuori della scuola eravamo tutti organizzati in baby gang. La differenza con oggi è che magari, per educazione ricevuta, avevamo un certo senso del limite da non oltrepassare.

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    1. Ne sono certissima. C'è solo una differenza sostanziale. Quello che un tempo erano azioni la cui portata le facevano definire "dispetti", oggi sono diventate umiliazioni molto gravi.
      Io ricordo di essere stata bullizzata diverse volte. Una volta ricevetti uno spintone che mi fece volare letteralmente in un'altra aula, mentre semplicemente mi ci stavo affacciando. Subii la cosa alle spalle, fu un'azione violenta e vile, perché non seppi mai chi dei miei compagni l'aveva fatto.
      Ecco, ricordo di aver provato un senso di profonda umiliazione e frustrazione. Un atto poteva limitarsi a questo e poco altro. Oggi una bambina delle medie potrebbe essere accerchiata e malmenata, e ripresa col telefono, oppure evitata e derisa "perché puzza".

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  5. Mi trovo molto in quello che dice Ariano, il problema è sistemico.
    Da prof ringrazio ogni mattina di lavorare in un paese con una forte vocazione sia industriale che turistica dove le aziende ancora funzionano e cercano gente che sa fare. In generale i miei ragazzi vengono a scuola con l'idea che studiare serva, perché il fratello maggiore, lo zio, il papà, la mamma, etc. hanno avuto un posto di lavoro grazie alle loro competenze. Certo, magari di storia non gliene importa molto, ma il sistema scuola in se non è messo in discussione. Devo studiare le lingue perché mia sorella quest'estate è andata a fare la cameriera nella pizzeria X, le hanno chiesto se sapeva inglese e francese, e con il guadagno si è comprata il motorino. Credo che il nostro istituto sia rimasto un'isola felice in tutta la provincia. Altrove ho visto ragazzi demotivati che ti dicono: perché devo impegnarmi in una cosa qualcosa, mio fratello è stato licenziato, mamma è stata mollata da papà, che a sua volta è disoccupato. L'unica cosa che voglio è il cellulare bello e uscire il sabato sera. Genitori demotivati, stanchi e frustrati scelgono la via più facile, dare sempre ragione ai figli, insegnando loro che tanto si andrà avanti per conoscenze e che comunque è meglio un cellulare oggi che un qualcosa di comunque incerto domani. Una nazione stagnante, dove molti non vedono perché ci si debba impegnare, genera generazioni frustrate che non possono per ovvi motivi essere modelli educativi adeguati per i figli.

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    1. Sì, e mi fai pensare a quanto sia condizionante l'ambiente in sé.
      Il territorio in cui insegno io non ha questa caratteristica, i colli a sud di Roma sono abitati fondamentalmente da una classe sociale medio-alta con figli di professionisti. C'è anche la compagine di figli di immigrati, pur non così massiccia come nelle province più a sud.
      Ebbene, il lavoro viene percepito come un evento possibile e molto lontano. Vivono essenzialmente il qui e ora e sono legatissimi all'immagine e all'oggetto. In un tema in cui si chiede loro di immaginare tre cose che porterebbero su un'isola deserta, due si tre appartengono all'high tech. C'è della stoffa su cui lavorare ma si è costantemente orientati verso il parlare loro di valori per i più semisconosciuti. Questo il quadro molto in generale. In definitiva è un ambiente sano, dove si può assistere anche a dinamiche interessanti. Un dettaglio che caratterizza gli alunni dell'istituto in cui lavoro è che raccogli risultati in modo direttamente proporzionale a un loro coinvolgimento diretto in un progetto o altro. Lì cambiano da così a così. :)

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  6. Crepet dice sempre cose molto vere, soprattutto sa parlarne nel modo giusto ed è facile ritrovarsi in ciò che sottolinea: il rapporto genitori/figli è cambiato. Adesso il pensiero dominante nelle famiglie è determinare quasi un ruolo paritario: genitori che sono “amici” prima che educatori e figli che non li identificano più come autorità cui in qualche modo sottostare (verbo brutto, ma riferito all’ubbidienza, alla capacità di riconoscere il valore dell’esperienza di chi può metterla a disposizione). Anche il rapporto con i docenti è cambiato, perché per esempio alla scuola primaria non si dà del lei all’insegnante, ma un confidenziale “tu” che azzera le gerarchie? così si è indotti a credere che al professore si possa dare la pacca sulla spalla e da qui, crescendo, a trattarlo come un pari la strada è breve.

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    1. Sul "tu" alle maestre ancora mi arrovello. Non capisco neppure io perché. Ai miei tempi, la si chiamava "signora" e si dava del "voi" (un classico del sud), ma forse anche quell'appellativo era sbagliato.
      Sì, la distanza maestro-alunno si assottiglia troppo nelle scuole primarie, per poi dilatarsi almeno un po' alle medie. Fermo restando che spesso l'autorevolezza indispensabile di un insegnante diventa autorità non rispettata. Il ruolo paritario genitore-figlio è altro potente fattore disturbante. Cui si accompagna anche un visione del proprio pargolo decisamente superiore alle effettive potenzialità.
      Ah, che fatica... :)

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  7. quello che non sento mai dire è che il bullismo è ben dentro la pratica quotidiana, quasi sempre approvato: noi maschi conosciamo il mondo delle caserme, per esempio, dove il bullismo è regola di vita (non sempre, per fortuna). Nella scuola, oggi, sono arrivati i video che si possono fare con estrema facilità - un amplificatore di maleducazione e stupidità, purtroppo (oltre che uno strumento bello e interessante nelle mani giuste e nei momenti giusti, e questo lo darei per scontato ma poi va sempre a finire che ti rispondono "la colpa non è dei videogiochi, la colpa non è del telefonino" eccetera, e assolvendo in toto il telefonino e i videogiochi finiscono con l'assolvere anche il bullismo e la stupidità, ma non se ne accorgono nemmeno).
    Che dire, solidarietà a chi subisce un sopruso e poi sono contento che non ci fossero queste cose, quando andavo a scuola io...

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    1. Ricordo il "nonnismo" delle caserme, dai racconti di chi ha vissuto quelle esperienze. Ma se quelle azioni dispettose e umilianti venivano accolte come comprensibili in un ambiente come quello militare (anzi, i superiori accoglievano con benevolenza queste pratiche perché ritenute formanti, che assurdità), oggi sono diventate pratica di un ambiente educativo, pratica di adolescenti che stanno formandosi un carattere, e questo è terribile solo al pensarci.
      I peggiori "Franti" sono spalleggiati a casa, il che è rovinoso.

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  8. Qualche osservazione che mi ha attraversato la mente leggendo il tuo post:
    - il bullismo è sempre esistito, anche negli anni '80. Io ricordo di aver preso un pugno da un compagno violento alla scuola elementare e di essere finita in infermeria. Però l'autorità dell'insegnante non era mai messa in discussione, quello che sgomenta oggi è proprio la perdita del ruolo degli insegnanti.
    - "i sensi di colpa appartengono perlopiù e in modo particolare ai separati e ai divorziati," e a questo punto aggiungerei che appartengono alla maggior parte dei genitori che lavorano e in special modo le madri, che si sentono in colpa e quindi tendono a concedere di tutto e di più ai figli.
    - la dittatura dei figli sin da bambini: ti potrei citare innumerevoli casi dove ho assistito a veri piccoli tiranni in erba che dettavano legge in casa e fuori. E, viceversa, genitori storditi che non agiscono da filtro e permettono di vedere ai figli programmi come "Il tredicesimo apostolo" ("perché tanto lo sanno che è finto").
    - il valore dell'ozio: è spaventosa la quantità di attività extra-scolastiche che si impongono a bambini piccolissimi. Diventa una vera e propria giornata lavorativa, che li rende nevrastenici e li stanca inutilmente. Io penso che qui entri il gioco il fatto di piazzare i figli in attività in modo da lasciarli sempre a qualcuno.

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    1. Eh sì, ci siamo passati un po' tutti, come rispondevo anche a Ivano raccontando una mia esperienza.
      Il ruolo delle madri è spesso comprimario dei figli, e questo è un danno non da poco. Pare anzi che questa sia caratteristica delle madri italiane.
      Sulla dittatura, ricordo un episodio in una piscina termale. Ragazzini pestiferi che schizzavano facendo come fossero stati a casa loro e una signora anziana che lamenta il fastidio provocato. Dinanzi a questo, un genitore (quarantenne tatuato, un classico) che risponde: "A signo', so' regazzini, eh".
      Dinanzi a ciò non puoi che stendere non un velo ma un manto pietoso.

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  9. La scuola funziona solo in armonia con la famiglia, credo sia vero, soprattutto perché gli insegnanti non devono essere delegittimati da genitori iperprotettivi. Poi è vero che il bullismo esisteva anche negli anni passati (anche se io non l'ho mai visto con i miei occhi, la mia classe era molto unita e "proteggevamo" i nostri compagni più fragili, non li attaccavamo, forse eravamo una classe anomala...) Io credo che sia importante che un genitore dia dei limiti ai propri figli, non faccia solo la funzione di bancomat e dispensatore di regali altrimenti avremo dei giovani fragili che, una volta fuori dalla scuola, alla prima vera difficoltà o fanno un omicidio o si suicidano. La gentilezza, il rispetto sono valori importanti che ogni genitore dovrebbe insegnare, purtroppo la deriva della società attuale nasce anche da questa mancanza.

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    1. Il quadro è perfettamente descritto, Giulia, grazie per la sintesi. :)

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  10. Temo che la Sfamiglia di oggi arrivi dalla Sfamiglia di ieri e rischia di continuare con la Sfamiglia di domani. Se oggi i ragazzini sono idolatrati in questo modo è perché la generazione precedente i figli li ha presi a scudisciate senza ritegno, magari mezzo ubriachi, magari come unico sfogo personale di una vita di stenti. Sempre che i figli non li abbiamo messi al mondo esclusivamente come forza lavoro, retribuita con solo vitto e alloggio, o come trastullo sessuale a buon mercato (eh già, nella generazione precedente il fenomeno dell'incesto dilagava, con il silenzio di istituzioni e religioni... ottimo insegnamento per i figli, no?) Senza contare di quei figli nati fuori dal matrimonio (la segretaria che sperava in un'ascesa sociale col padrone) con una legislazione che non li tutelava a sufficienza (ahimè, i figli pagano care le colpe dei padri, eccome). La sensazione è che si stia passando da un estremo ad un altro: i figli che diventano genitori vogliono evitare gli errori dei loro genitori (eccessivo controllo), così facendo passano all'altro estremo (mancanza di controllo).
    D'altro canto, la scuola dovrebbe preparare al lavoro: non dovrebbe essere consentito l'uso del cellulare durante le lezioni; non dovrebbe esserci mai mancanza di rispetto né per il compagno più debole (futuro collega) né per l'insegnante (il capo), pena la bocciatura (licenziamento). E l'insegnante dovrebbe essere giusto nelle votazioni (come il capo nel riconoscere un buon lavoro). Peccato che si sia preso dal lavoro anche il peggio: ci sono gli studenti fancazzisti-copioni-bulli che tanto vengono promossi lo stesso, ci sono i figli di papà protetti dalla scuola privata sovvenzionata dal papà stesso, ci sono gli insegnanti politicizzati che il voto al tema d'italiano lo danno sulle idee e non sullo svolgimento, ci sono insegnanti che invece di insegnare umiliano lo studente, solo perché proviene da una famiglia indigente. I pochi insegnanti che ricordo io erano i "giusti", mi facevano sputare sangue sui libri, ma erano corretti e rispettosi di tutti e con tutti.

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    1. "Ieri" non era perfetto e forse non abbiamo perso granché, come darti torto? Ogni epoca ha avuto le proprie fragilità, i controsensi e le contraddizioni. Qui però si discute di crollo di quei capisaldi che anche in un'epoca imperfetta come quella passata riusciva a essere un baluardo, un modello referenziale, un "quid" senza il quale non possiamo che parlare di assenza di valori.
      Se era possibile tollerare una società in cui i bambini erano tenuti in disparte, le madri spesso vessate dai mariti, i padri erano "padroni", come si può accettare il ribaltamento ulteriore di tutto? Ben più triste lo scenario del padre che incita il figlio a colpire l'avversario in campo, della madre che va ad aggredire un insegnante, del bambino maleducato che non ti fa seguire una parola al cinema, che non ti fa fare un bagno in una piscina pubblica o non ti permette di leggere un libro in treno, mentre il genitore si fa un sorriso compiaciuto. Del ragazzo che rifiuta ogni possibilità di recupero, che aggredisce senza ritegno, che si mostra come la somma totale di tutto ciò che oggi manca. Oggi in classe facevo una battuta: è l'apocalisse. Ci abbiamo riso su, amaramente, ma chi ti ascolta sa che è così e che rimedi ce ne sono pochi o per nulla. Ahinoi.

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