Charlie Chaplin

Luci della città, 1931

Monk's House

La stanza tutta per sé di Virginia Woolf

Miranda - The tempest

John William Waterhouse, 1916 (particolare)

I nottambuli

Edward Hopper, 1942

domenica 20 maggio 2018

Si fa presto a dire "leggi!"

Ultimamente la mia tenacia riguardo al progetto di far leggere un libro al mese nelle mie due classi ha perso qualche colpo. 
Sono un tipo umorale, forse è un retaggio del creativo che c'è in me, non dovrei cedere a questa tentazione, da prof, ma è così.
Il mio umore è cambiato al momento di raccogliere i frutti di questo progetto, quando i ragazzuoli mi hanno presentato delle relazioni sulle letture fatte. 

Minimal, poca argomentazione, insomma deludenti. 
Anche lo stimolo del riportare una citazione dal libro letto non ha dato i frutti sperati. Qualcosa deve cambiare. Siamo alla fine dell'anno scolastico, quindi ogni correzione di tiro andrà pensata per il prossimo anno o tutt'al più per qualche giudizioso che in estate leggerà almeno un paio di libri. 
I ragazzi vedono imporsi questa cosa come prettamente "scolastica". Insomma, leggo perché rientra fra i compiti che mi ha dato la prof. Ma se leggo solo perché è un compito specifico, come faccio a percepire la lettura come qualcosa di piacevole, come faccio a diventare un lettore?
Mi autocito, ribadendo quello che ho scritto qui
Io, bambino o ragazzino, ho bisogno di modelli di riferimento anzitutto in casa mia. 
Ma è sempre vero? Io ho amato leggere fin da sempre, mia madre però non era una lettrice, tantomeno mio padre. Il mio desiderio è stato innato. A cinque anni conoscevo le regole basilari dello scrivere. Leggere e scrivere sono diventati il mio pane quotidiano fin da piccolissima. 
Vero è però che a quei tempi, benedetti tempi andati, non c'erano stimoli pericolosi come tablet e smartphone. Al massimo potevamo distrarci davanti alla tv dei ragazzi rigorosamente dopo i compiti. Noi siamo stati per così dire "baciati dalla fortuna" quanto a ciò.
Inculcare il vizio di leggere nei nativi digitali pare impresa utopistica. 
E, di fatto, come si fa? Mi rendo sempre più conto che lavorare in classe deve diventare la parte fondamentale del loro apprendimento. Chi lo sa che combinano nel pomeriggio? Se spengono il cellulare, se si fermano alla scrivania almeno un'ora di fila, ecc.?
Dare molti, troppi compiti è un errore. I compiti a casa sono sempre più vissuti come una costrizione, perché troppe sono le materie da studiare e ripassare. Le ultime prove di grammatica per diversi di loro smentiscono che si siano realmente impegnati nell'esercitarsi a casa sulle regole dell'analisi logica e del periodo. Assegnare più di quattro o cinque esercizi non porta a nulla. 
Leggere dei libri è fondamentale e forse è la chiave di tutto. 
Leggere migliora le singole persone. Leggere – ce lo dicono molte ricerche – stimola il cervello e alimenta il sistema cognitivo. E ancora: leggere narrativa accresce la tolleranza e l’empatia migliorando la metacognizione, cioè la capacità di interpretare e capire quel che pensano, sentono e credono gli altri.
Leggere migliora la comprensione della parole e la capacità di usarle, e quindi la capacità di comunicare e di farsi capire: una delle competenze trasversali più importanti, strategica anche in termini di occupazione in questi tempi ipertecnologici.
E leggere è una forma di apprendimento permanente.
Così scrive la brava Annamaria Testa. 
C'è però un piccolo particolare: leggere è faticoso. Non siamo nati predisposti a leggere in maniera automatica, come respirare e muoverci. Leggere è esattamente come imparare uno strumento musicale. Lo si deve fare da piccoli e con molto esercizio. 
L'apprendimento dovrebbe essere serrato nei riguardi della lettura fin dalla più tenera età. Fin da quegli anni in cui il nostro cervello acquisisce delle competenze velocemente e bene. Quanti alunni nel triennio delle medie sono in grado di leggere velocemente e comprendere quello che c'è scritto?
Vi garantisco, sono pochi. La maggior parte ha bisogno di soffermarsi su una pagina a lungo, e badate, senza stimoli high tech a un passo
Molti di loro hanno perso la preziosa occasione di apprendere una lettura veloce ed efficace e fanno una gran fatica per venirne a capo. Ergo, non si può richiedere a tutti la stessa prestazione
Come si fa a esigere che leggano un libro al mese, comprendendone ogni passaggio, in mezzo a compiti, ore passate a scuola, attività pomeridiane? Potranno realmente farlo solo i velocissimi nella lettura - svegli e anche appassionati a un determinato autore - e di fatto sono al massimo due o tre per classe. Non c'è altro modo per portarli ai libri se non quello di imporglieli, con tanto di scadenza, che se manca davvero non si ottiene nulla. 
Uno scenario apocalittico, come mi piace ripetere scherzosamente in classe, battuta alla quale i miei discepoli sono abituati e autorizzati a riderci su. 
Bisogna, letteralmente, aiutare una passione a nascere, facendo leva sul desiderio, sulla curiosità, sull’immaginazione, sull’emulazione, sulle emozioni, sulla gratificazione personale e sull’orgoglio, scrive la brava Testa. 
Dovrò quindi portare materialmente fra le pareti delle aule i personaggi viventi fra le pagine dei libri. 
Questo non può che essere un atto simbolico, perché difficile da realizzare. Si dovrebbero moltiplicare le visite alle biblioteche civiche, portare i ragazzi a incontri con l'autore, fare magari confronti fra libro e film. 
Ecco, provare un nuovo approccio che prediliga l'esperienza in classe piuttosto che a casa. 
Speriamo di averne il tempo, fra programmi e tonnellate di burocrazia. 

Quando è nata in voi la scintilla, quella primissima sensazione di essere diventati lettori? Qual è stato il libro che vi ha reso tali? 

lunedì 14 maggio 2018

Blog tour "Come un dio immortale" - Lyra



Partecipo volentieri al Blog tour sull'ultimo avvincente romanzo di Maria Teresa Steri: Come un dio immortale, che ho recensito qui
Nell'istante in cui ho deciso di partecipare, sapevo già che il mio tema preferito sarebbe stato la sua protagonista femminile: Lyra. La rossa, affascinante, misteriosa Lyra mi ha colpito fin dalla sua prima descrizione, quando Flavio, risvegliandosi dopo essere stato aggredito, sente il battito del cuore fermarsi alla vista di un paio di occhi cristallini di un azzurro screziato di grigio che lo fissavano spalancati. Appartenevano a una giovane donna dalla pelle bianco latte, le guance appena velate di rosa e spruzzate di lentiggini. 
Lyra è il perno attorno al quale la vicenda si dipana, è l'anello di congiunzione fra il mondo di Flavio e quello incorporeo, il mistero incarnato, in un misto di fragilità e di forza che continua a farmi ritenere questo personaggio assolutamente adatto alla scrittura di un prequel sulle sue vicende. 
Ora la parola a Maria Teresa, che ci offre un'analisi molto accurata di questo personaggio. 

Durante la stesura di questo romanzo, mi sono resa conto molto presto che Lyra sarebbe diventata un personaggio chiave per la storia. Ma altrettanto in fretta ho capito che non potevo farne una protagonista vera e propria. I motivi sono due. Prima di tutto perché, per conservare la giusta suspense, nell’intreccio dovevano restare nell’ombra alcuni eventi a lei collegati. E in secondo luogo perché il personaggio stesso richiedeva una buona dose di mistero. Si tratta infatti di una figura piuttosto complessa, con una storia particolare alle spalle e una psicologia troppo inusuale per presentare gli eventi dalla sua prospettiva. La conferma l’ho avuta in seguito, quando ho iniziato a scrivere l’unico capitolo che usa il punto di vista di Lyra.

La padrona di casa di questo blog, nella sua bellissima e accurata analisi fatta qualche tempo fa sul romanzo, ha colto nel segno dicendo che c’era molto su Lyra che restava da scoprire e che forse meritava un prequel tutto suo, destinato a far conoscere in modo più dettagliato alcuni momenti del passato. Proprio dall’idea che ci sia ancora molto da raccontare su Lyra nasce questo posto di approfondimento.
Per chi non conosce la storia, saranno necessari un breve riassunto e qualche piccola anticipazione (ma non grossi spoiler, tranquilli).

La storia di Lyra

Gli eventi di “Come un dio immortale” hanno inizio nel prologo con la scomparsa di una bambina di sei anni, Lyra Campus. Il padre della bambina accusa di rapimento uno scrittore di esoterismo, Masterwen. Più avanti si scoprirà che Masterwen, con la complicità della madre di Lyra, ha portato la piccola in un luogo isolato tra le montagne, Valdiluna.
Dietro questo rapimento però non ci sono ragioni criminali. Lyra è infatti chiamata a diventare la prima componente di un gruppo di persone impegnate in uno sviluppo interiore e spirituale.

Lyra stessa afferma che Masterwen...
Intendeva fare di me una persona con capacità particolari.

Lyra quindi cresce in modo atipico. Masterwen conduce con lei una sorta di esperimento: scoprire se isolandola dagli influssi del mondo comune e dal materialismo, è possibile preservare le facoltà percettive che hanno tutti i bambini. Era convinto che Lyra Campus fosse il soggetto ideale, principalmente per il suo background, in quanto vissuta in un ambiente familiare non contaminato dalle consuetudini sociali, con una madre ossessionata dall’occulto e terrorizzata dal mondo esterno. Inoltre, Lyra si rivela adatta soprattutto per il suo talento, in quanto dotata di una sensibilità particolare.

L’intento di Tommaso riesce. Lyra sviluppa rapidamente delle facoltà paranormali e apprende conoscenze tali da fare di lei una guaritrice.
Non mancano però gli effetti collaterali, perché il suo equilibrio psicologico rimane in parte compromesso. Essere rimasta da sola per tanto tempo farà di lei una ragazza ingenua, incapace di capire a pieno le persone. La mancanza di esperienze e di socializzazione, la rendono vulnerabile e sprovveduta nelle relazioni umane.

A proposito della sua infanzia Lyra racconta di avere vissuto da sola con Masterwen a Valdiluna in condizioni spartane, misere.

     «Sentivo la mancanza della mia famiglia, la notte avevo paura e piangevo spesso».

Il suo rapitore però si rivela premuroso e protettivo nei suoi confronti, tanto da generare una sorta di rapporto paterno. In un colloquio con Flavio, il protagonista del romanzo, Lyra spiega che Masterwen...

 «...insisteva perché facessi cose che non capivo».
«Di che genere?», chiese, teso.
«Esercizi per allenare l’attenzione. Mi ha anche insegnato a leggere e scrivere, mi ha fatto studiare un mucchio di libri. Non sono mai andata a scuola come gli altri bambini, ma ho imparato molto da lui».
«Non hai mai provato a scappare?».
«No, col tempo ho imparato ad amare quel luogo».

Con il tempo dunque Lyra sviluppa dei sentimenti di attaccamento a Valdiluna e per l’uomo che l’ha condotta lì.

Tuttavia, a diciotto anni resta sola. Masterwen infatti decide che è arrivato il momento per il progetto di concretizzarsi: mettere insieme un piccolo gruppo di persone che possano svilupparsi interiormente.
E così, per un lungo periodo di tempo, Lyra resta a Valdiluna completamente isolata. Sono anni difficili, ma il peggio deve ancora arrivare. Le cose si complicano infatti quando gli altri membri del gruppo cominciano a “invadere” il suo territorio.

«Ero una bambina solitaria, taciturna. E da un momento all’altro mi ritrovai a convivere con degli sconosciuti. Ci furono delle tensioni, non facevo che litigare...».

L’adolescenza di Lyra

Come dicevo all’inizio, la storia di Lyra contiene molte ombre. In particolare, ci si potrebbe chiedere come siano stati per lei gli anni dell’adolescenza, condotti in una situazione così particolare di isolamento sociale.

Se dovessi scrivere la sua storia in modo più approfondito, partirei dal rapporto con Masterwen, una complicata relazione che di fatto è rimasta conflittuale anche in seguito. Sostanzialmente il tipico rapporto tra un’adolescente e un genitore.

Immagino che non saranno mancate le discussioni, le incomprensioni e i momenti di ribellione da parte di Lyra. Se fino a quel momento infatti la ragazza si era fidata ciecamente di Masterwen e dei suoi metodi di insegnamento, con gli anni dell’adolescenza sarà senza subbio subentrata una fase di resistenza, in cui avrà messo in discussione ciò che le chiedeva di fare. Si sarà rifiutata di praticare gli esercizi. Allo stesso tempo, avrà avvertito come quelli fossero gli unici punti fermi in una realtà tanto sfumata.

Inoltre, suppongo che Lyra avrà cominciato a farsi delle domande. Perché lei e Masterwen si trovano lì da soli? Avrà provato a chiedere, indagare, scontrandosi contro il muro del silenzio di Masterwen (chi ha letto il libro capirà che non è un tipo facile con cui confrontarsi).
Lyra comincerà a sospettare la verità? Forse troverà addirittura delle prove del suo rapimento e della sua vera famiglia?

Accanto ai dubbi, non mancheranno i momenti di confusione tipici dell’età, resi più pesanti dalla mancanza di relazioni. Senza tv, radio e altre tecnologie, la immagino buttarsi sui libri, suoi unici compagni in quella solitudine forzata e amata allo stesso tempo. Libri però filtrati da Masterwen. Immagino però che oltre ai saggi da studiare, le abbia fornito romanzi e libri di storia perché possa farsi un’idea del mondo al di là di quelle montagne. Che idea ne avrà ricavato? Che immagine si sarà fatta di sentimenti che ancora non ha sperimentato, come l’amore e l’amicizia?

Penso poi a quella che è comunemente l’adolescenza, causa di terribili tempeste emotive, punto di svolta in cui si erge una barriera tra noi e gli adulti. Proprio in questo periodo così delicato, Lyra non ha avuto la possibilità di confrontarsi con dei coetanei. Ha dovuto attingere alle risorse emotive particolari che Masterwen le aveva fornito, basate sull’esistenza di un mondo invisibile e di esseri incorporei.

L’immaginazione deve essere stata fondamentale per lei, come valvola di sfofo. Il mondo della fantasia e le tendenze caratteriali a ritirarsi in se stessa l’avranno portata a crearsi un mondo tutto suo, soprattutto nei sogni.

Immagino anche che abbia tenuto un diario su cui riversare i propri pensieri (come ha fatto in seguito per motivi diversi), come un amico a cui confidare le proprie insicurezze e lo stupore di fronte a un corpo in cambiamento, ma anche la frustrazione di non poterne parlare con nessuno.

Saranno inoltre mancati per lei dei punti di riferimento sociali. Masterwen l’avrà spinta a farne a meno, a considerarsi libera da qualsiasi vincolo dettato dal mondo esterno. Mi chiedo però se abbia mai desiderato la normalità, pur senza averla mai conosciuta direttamente. Di certo a un certo punto sarà subentrata una certa irrequietezza, il desiderio di visitare altri posti, fino a quel momento visti solo attraverso i libri.

Inevitabilmente avrà cominciato a desiderare anche di avere degli amici. E avrà sognato l’amore, idealizzandolo ancor più di come si fa ordinariamente a quell’età.

Ma non dimentichiamo che Lyra ha abilità speciali. Percepisce cose che i suoi coetanei non vedono. Avrà forse avuto visioni del futuro, belle e brutte. Squarci su ciò che sarebbe diventata e sull’uomo che incontrerà e amerà...

Infine, penso che in un possibile prequel del romanzo non mancherebbe il punto di vista di Masterwen, con un particolare focus suoi suoi dubbi e il suo disagio di fronte a una situazione indubbiamente difficile da gestire.

*******
Grazie a Maria Teresa per questa analisi che chiarisce ulteriormente i contorni di Lyra.
Concludo con una sorpresa.
E se Lyra fosse un personaggio destinato al palcoscenico, come lo racconterei da regista? 
Mi piacerebbe pensarla bambina, costruirle intorno la scenografia di un bosco, quello che diventa la sua casa quando Masterwen la prende con sé.
Sulle prime Lyra è smarrita, bisognosa di una figura forte, si affida a lui instaurando una dialettica non sempre facile. Se la Lyra adolescente è ribelle e ombrosa, la Lyra bambina è una creatura curiosa e osservatrice, ama esplorare il bosco, vi si incammina anche da sola e non teme alcun pericolo.
È una bambina che fa domande, cui il suo mentore risponde paziente e divertito. La Lyra bambina considera la Natura la madre che non le è accanto, per osmosi si convince caparbiamente che non può mancarle perché tutto ciò che le respira attorno è madre che accoglie e consola.
Lyra è puro mistero, pertanto è una bambina dal carattere cangiante. Alterna giorni di allegria a giorni di mutismo, come alla ricerca di risposte che a osservarla sembra trovare dentro di sé. Lyra è un mistero per il suo stesso mentore, che cerca incessantemente di arrivare a lei, al suo mondo interiore, non riuscendoci.
Tecnicamente, sul palcoscenico una storia come questa attrarrebbe lo spettatore, in particolare se artifici di scena fossero parte integrante del racconto. Allora immagino un effetto "nebbia", delle luci sullo sfondo, sagome di alberi che si stagliano nere quando i pensieri della bimba sono cupi. Lyra pensa e respira in armonia con la Natura, si è detto, così tutto l'apparato scenico sarebbe a servizio di questo assunto di base. Un atto unico che porterebbe il suo nome.
È stato un piacere essere parte della grande squadra del blog tour.
Chi non ha letto Come un dio immortale, corra a provvedere. Può trovarlo su Amazon.
I primi capitoli sono scaricabili gratuitamente qui.
Le tappe precedenti del blog tour:
10 aprile - Myrtilla's house, di Patricia Moll: Presentazione del romanzo
15 aprile - Liberamente Giulia, di Giulia Mancini: I personaggi del romanzo
20 aprile - Mite Ink, di Renato Mite: Dialogo sul romanzo
24 aprile - Storie e fantasia, di Gabriele Pavan: Intervista a Maria Teresa Steri
27 aprile - Drama Queen, di Elisa Elena Carollo: Lettura del Capitolo 3
3 maggio - Marco Freccero, dal blog omonimo: I luoghi del romanzo: la città anonima
9 maggio - Svolazzi e scritture, di Nadia Banaudi: I luoghi del romanzo: Valdiluna

mercoledì 9 maggio 2018

Come conservare i libri?

A raccolta, blogger, perché vorrei offrirvi la possibilità di riflettere su un argomento alquanto trascurato riguardante i libri: la loro conservazione
Credo che tutti sappiate che i libri si possono ammalare. Ebbene sì, la carta è sottoposta a un deterioramento impercettibile eppure distruttivo. 
Facciamo prima un po' di chiarezza: concordo con chi afferma che i libri non si possano conservare per sempre, che vanno usati, consumati, vanno fatti circolare perché di fatto veicolano idee. 
I libri sono dopotutto dei contenitori, quello che conta è il loro contenuto.
In virtù di questa premessa, alzi la mano chi non ha a cuore la manutenzione e il destino dei propri amatissimi tomi. Ben pochi. 
Se è normale chiedersi come si siano formate le nostre biblioteche e a chi lasceremo i nostri libri non possiamo non porci affatto il problema della loro "manutenzione".
In Italia, dal 1938, esiste un luogo dove si studiano tutti i modi possibili coi quali un libro si può ammalare. È l'ICRCPAL, l'istituto che si occupa della tutela e il restauro del patrimonio librario, un tempo noto come Istituto per la patologia del libro
Sono entrata in questo mondo nell'anno di studio presso la Scuola vaticana di biblioteconomia - ne racconto qualcosa qui - quando in una delle nostre visite fuori aula ci portarono in questo luogo di delizie. L'istituto tuttora si occupa del restauro e la conservazione di importanti beni librari ed è specializzato anche nella conservazione preventiva di tali beni. In particolare, il lavoro si svolge su incunaboli e carte provenienti anche dal resto del mondo. Il suo prestigio è a carattere internazionale.

I nemici giurati del libro
- umidità (la principale causa di degrado, provoca variazioni pericolose, le pagine si macchiano, si appiccicano, i libri assumono il classico odore di stantio),
- calore (dannosi sia riscaldamenti che condizionatori, candele, stufe, radiatori),
- luce diretta del sole (sbiadimento, sbalzo di temperatura),
- carico sui libri (si impedisce che la carta "respiri")
- polvere (lascia che proliferino piccoli parassiti come il classico "pesciolino d'argento")
- insetti (spesso fanno nidi fra i libri, anzi vanno a crearcisi micromondi) 

Cosa possiamo fare:
- tenere le nostre librerie lontano da fonti di umidità come cucina e bagno, se poste in un seminterrato, evitare di posizionarle su un lato non abbastanza arieggiato; 
- scegliere il più possibile una parete lontano dai termosifoni, evitare il caldo secco con ogni mezzo;
- ricordarsi di non lasciare che la luce diretta del sole baci la nostra libreria, proteggiamola almeno tirando una tenda
- riporre i libri sempre in posizione verticale, non divertiamoci a comporre tetris, belli a vedersi e utili per risparmiare spazio ma dannosissimi; 
- spolverare almeno due volte all'anno i libri, uno per uno, con un pennello morbido lungo la costa e le pagine (evitare assolutamente stracci umidi, saponi e sgrassanti), e coprire i libri se si fanno lavori di muratura;
- non riporre piante troppo vicino alle librerie, da lì a un'infestazione di insetti il passo è breve, oppure con un rimedio della nonna, lasciare qualche grano di pepe nero sugli scaffali di librerie in legno (valgono anche menta, lavanda e rosmarino).

Libreria "Acqua alta" a Venezia: caratteristica ma anche luogo di pessima
manutenzione del libro. Varrebbe comunque una visita per il suo "folklore".

I libri vanno protetti anche dai loro lettori (!)
- non sfogliamoli con mani umide 
- non pieghiamo gli angoli delle pagine 
- non sottolineamoli 
- non lanciamoli
- non consumiamo cibo mentre leggiamo
- non usiamoli per la gamba più corta del tavolino

Ok, quest'ultima parte era fra il serio e il faceto 😁 
Valgono poche e precise regole: se vogliamo proteggerli, vanno ben riposti, puliti, usati correttamente. Insomma, rispettati. 
Credete di rispettare queste regole? Che tipo di conservatori di libri siete? 

martedì 1 maggio 2018

La deriva educativa (o della "sfamiglia").

Sfoglio distrattamente un testo di Paolo Crepet che lessi diversi anni fa, Sfamiglia, e scopro di averne sottolineato diversi passaggi. 
È un bel libro, i cui contenuti possono trovarci d'accordo o meno, che offre l'opportunità di riflettere sul tema della deriva educativa, a detta di Crepet derivante essenzialmente dalla perdita di ruoli nella famiglia (il che mi trova grossomodo d'accordo). 
Un tema quanto mai scottante, alla luce di fatti gravissimi che i social rendono pubblici. 
Ci si chiede se sia realmente una novità il bullismo imperante. Dopotutto, negli Ottanta, non accadevano fatti del genere? Io ne ricordo un paio gravissimi nell'Istituto professionale non lontano da dove abitavo. Non c'erano telefonini a fissare la scena e a moltiplicarla esponenzialmente, ma tant'è. 
Anche se ricordiamo qualche episodio, il bullismo attuale è un fenomeno diventato preoccupante, perché si muove non solo fra pari ma in aule scolastiche, con azioni gravemente offensive nei riguardi di insegnanti inermi e mortificati
Cosa si è rotto in questa istituzione? Ne ho scritto qualche riflessione qui
Tornando a Sfamiglia, i capitoli corrispondono alle lettere dell'alfabeto e a ciascuna lettera corrisponde una parola chiave per la disamina del problema. Ne prendo alcune, per limitare la lunghezza del post. I corsivo i passaggi sottolineati cui seguono le mie osservazioni. 
Alla lettera C, trovo "crisi".
Per secoli l'educazione non ha conosciuto i sensi di colpa o d'incongruità da parte dei genitori, che oggi invece tendono a colpevolizzarsi per qualsiasi cosa: vogliono per i figli una strada in piano e senza curve, ma in questo modo preparano una generazione fragile e ricattabile
Mi chiedo se ciò nasca da una inconsapevole sensazione di inadeguatezza del ruolo. Essere genitori è difficile, senza se e senza ma. La difficoltà dell'impresa, però non giustifica l'atteggiamento di chi si mostra sul piede di guerra e sulle difensive dinanzi a un problema qualunque.  
C'è da aggiungere che i sensi di colpa appartengono perlopiù e in modo particolare ai separati e ai divorziati. Il fallimento del progetto porta automaticamente i genitori a essere protettivi e pronti a difendere l'indifendibile. Ciò appare anche in famiglie salde, ma in misura minore. 
Lettera D, "desiderio". E anche "despota", "dittatura, "dolore".
Se si regala tutto a un bambino, lo si condanna a una vita senza desideri. 
I ragazzi hanno tutto ciò che si possa comprare loro. A volte anche quello che non si può comprare. Il senso di colpa agisce ancora, ma a volte si tratta di un banale "deve avere tutto ciò che io non possedevo", oppure "i ragazzi sono competitivi quanto a oggetti da possedere, quindi mio figlio non può essere da meno". Nulla di più rovinosamente diseducativo. 
Per quanto riguarda il "despota", Crepet illustra il caso di una madre che pur detestando i luoghi affollati, sceglie le vacanze in un villaggio vacanze da carnaio umano sulle spiagge perché "ha deciso lui". Lui sarebbe il suo bambino di otto anni
Siamo dunque di fronte a una nuova forma di dittatura, fra le più subdole e difficili da combattere: quella dei figli. Molti adulti hanno abdicato al proprio ruolo consentendo a bambini e adolescenti di diventare veri e propri despoti domestici. Gli si permette di decidere qualsiasi cosa, dal menu ai luoghi per le vacanze ai film da vedere, al modo di comportarsi ovunque. 
Un modo un po' "folcloristico" di esprimersi sul problema, ma tant'è. 
Riguardo al "dolore", è evidente che i genitori oggi tremino al solo pensiero che i propri figli soffrano per qualcosa, anche la più semplice. Evitare il dolore ai propri figli è la loro massima vocazione. 
Basta guardarli: molti non reggono la minima avversità e cedono alla prima frustrazione, perché non hanno avuto la possibilità di costruire anticorpi psicologici attraverso piccoli dolori quotidiani che non vanno prevenuti, ma lasciati vivere. 
Possiamo negarlo? Dal mio mestiere si coglie questo dettaglio con molta chiarezza. Un brutto voto, una sgridata, qualche screzio fra amici, una gara persa, ecc. Cose che per molti genitori provocano un dolore evitabile, che cercano di contrastare ergendosi a paladini del proprio pargolo. Hai voglia a ribattere "guardi che non è successo niente di particolare, ha preso un brutto voto per queste ragioni, rimedierà" oppure "vincerà la prossima volta, o perlomeno sarà stata un'esperienza". Hanno una vaga idea del danno che provocano mentre i loro figli li osservano fare i paladini? 
Anche parlare di dolore a scuola è qualcosa di delicato. Sai che sono iperprotetti, quindi non hanno quegli "anticorpi", pertanto ti industri in mille modi per parlane in maniera "indolore". 
Lettera E, "eleganza".
Nell'educare, l'eleganza è fondamentale quanto il carisma. In un ritmo calmo, in gesti leggeri e in silenzi non esasperati abita il segreto dell'attrazione. 
Questo passaggio mi piace particolarmente. Dalla mia esperienza posso chiaramente affermare che urli e strepiti in cattedra o a casa non servono a nulla. L'educatore, il vero educatore, sa muoversi con padronanza di voce e gesto. Avviene qualcosa di straordinario in chi ascolta. Automaticamente si impone la calma. Non è cosa da poco. 
Lettera F, "famiglia".
Il capitolo dedicato alla famiglia è corposo e pieno di spunti, mi limiterò a un solo passaggio.
Se si cronometrasse il tempo reale che i genitori passano soltanto con i figli - senza televisori, telefoni e tecnologie varie - il risultato sarebbe preoccupante. 
Aggiungo, se cercassimo esclusivamente il tempo reale in cui i genitori parlano coi propri figli. Non si trovano allo stadio, non stanno facendo nulla, solo parlare. Quanti genitori dedicano esclusivamente al dialogo lo stare con i figli? Non oso immaginare un dato possibile. 
Lettera G, "gentilezza".
I ragazzi non vengono cresciuti nell'idea che l'essere gentili o riconoscenti faccia parte di un patrimonio indispensabile e insostituibile nella relazione con gli altri, quindi tendono a sentirlo come un peso fastidioso e anacronistico, un formalismo quasi ridicolo. 
La conseguenza è che trovarsi dinanzi a un ragazzo gentile e cortese è raro. Quando accade (perché accade, vivaddio) si è assaliti da una bella sensazione, direttamente proporzionale alla rarità dell'evento. 
Legato alla gentilezza c'è un bel passaggio: La crescita di sé avviene soltanto parallelamente alla rinuncia al proprio egoismo. Per non morire annegato, da grande, nella propria gelosa e noiosa autarchia. 
Lettera M, "meditazione".
Oggi il fare prevale sul pensare; pensare significa essere liberi, e questo fa paura a chi sente minacciato il proprio potere di controllo. Allora si preferisce insegnare (ovvero mettere fra due segni: forche caudine pedagogiche) invece che educare (ex-ducere, tirare fuori il talento di ognuno, il suo grado di libertà, la strada per apprendere davvero).
Questo passaggio mi ricorda il professor Keating de L'attimo fuggente. Seduce l'idea di un insegnamento col quale i ragazzi imparino a pensare, gli insegnanti meno comuni lo provano ogni giorno. Il fatto è che bisogna predisporre un ambiente di apprendimento che garantisca una certa riuscita. Luoghi, mezzi, atteggiamenti. Di certo la scuola è molto presa da programmi e scadenze, purtroppo. 
Lettera P, "perdere tempo".
Un modo odioso, anche perché invisibile ai più, per non rispettare e non voler bene ai bambini è obbligarli a occupare il tempo, tutto il tempo. Il loro tempo. Amare un bambino significa anche permettergli di non fare nulla. Perdere il tempo non significa alienarlo, ma sublimarlo: viverne l'esperienza significa che la vita può essere rallentata come i fotogrammi di una pellicola scanditi uno alla volta, permettendo contemplazione e immaginazione. 
Una visione piuttosto "romantica" del problema, che innegabilmente c'è. I ragazzi sono impegnati in decine di attività. Si destreggiano fra tempo a scuola, tempo per i compiti, tempo per attività collaterali alla scuola. Non c'è tempo per non fare nulla. Stanchissimi, il loro fare nulla coincide con ore passate al telefonino a scorrere immagini sui social e a caxxeggiare su wozzap. La stanchezza diventa noia e inabilità. Mancanza di impegno, spossatezza. 

Concludo con un'amara osservazione. Quanto possiamo fare realmente se la "comunità educante" è costituita da elementi in disaccordo? 
Questi bambini, i ragazzi, gli adulti del futuro, hanno bisogno di modelli educativi coerenti e credibili. Impossibile ben sperare se gli si offrono scenari differenti fra loro. Certo è che se la base è fragile, e per base intendo la famiglia, il nucleo dove si origina tutto, se diventa una "sfamiglia" da cui il ragazzo non trae buoni insegnamenti ma è disorientato e senza mezzi per migliorare, allora la scuola non può nulla. La scuola funziona solo in armonia con la famiglia, e all'interno di un sistema in cui gli adulti offrono strumenti per crescere in modo sano. 
Cosa ne pensate?