Charlie Chaplin

Luci della città, 1931

Monk's House

La stanza tutta per sé di Virginia Woolf

Miranda - The tempest

John William Waterhouse, 1916 (particolare)

I nottambuli

Edward Hopper, 1942

martedì 24 aprile 2018

La donna giusta - Sándor Márai

Incipit: Ehi, guarda quell'uomo. Aspetta, fa' come se niente fosse, continuiamo a chiacchierare... Se si voltasse potrebbe vedermi, e io non voglio che mi saluti. Ecco, adesso puoi guardarlo... Quello basso, tarchiato, con il cappotto dal collo di martora? Ma figurati! Quello alto, pallido, con il cappotto nero, che sta parlando con la commessa. Si fa incartare della scorza d'arancia candita. Strano, a me non l'ha mai comprata, la scorza candita. 

Come mi ero ripromessa, dopo l'esperienza di Le braci ho letto un altro dei libri di Márai, fra i suoi tre più noti. 
Avevo sentito di questo romanzo una recensione molto appassionata in tv, a cura della scrittrice Michela Murgia. Da lì ero partita poi con la prima esperienza di lettura dello scrittore ungherese, per poi approdare a questa monumentale narrazione divisa dapprima in due e poi, in successive edizioni, in quattro parti. In una nota leggo che la prima versione, apparsa in Ungheria nel 1941, era intitolata "Quello giusto", con valore neutro. Otto anni dopo il romanzo viene pubblicato in Germania integrato dall'autore con una terza parte. A sua volta questa terza parte rielaborata nel 1980 fu data alle stampe con l'epilogo. Dalle diverse stesure, si direbbe che Márai abbia considerato questo il suo capolavoro, ma non ne sono tanto certa. 
Continuo a preferire nettamente Le braci, al quale Márai deve la sua fama, ma non si può negare che La donna giusta sia imperdibile per chi voglia percorrere la scrittura di questo autore raffinato.
Alla base dell'intreccio troviamo la più classica e inflazionata delle storie: un intreccio amoroso. Lei ama lui, lui ama l'altra. 
Difficile crearne una trama così originale, però, perché la stessa storia viene narrata proprio dai tre, secondo i loro tre punti di vista differenti
Già solo per questo dettaglio varrebbe una lettura. Spiazzante, perché al realismo si aggiunge uno scandaglio psicologico innegabilmente interessante. La prima delle tre voci è quella della moglie tradita, Marika, e il lettore non può che schierarsi con lei, ne ammira la compostezza, le scelte, comprende l'inevitabile epilogo. Nella seconda voce, quella di Peter il marito fedifrago, l'autore mette il lettore nelle condizioni di comprenderne le ragioni, guardare agli eventi da un'altra angolazione, capire l'ineluttabilità del compiersi di quella relazione. 
Fino a quel momento, l'altra è sullo sfondo. Il lettore la percepisce come oscura e impenetrabile, come da copione è la guasta-famiglie, quindi eticamente riprovevole. Invece il gioco fra le parti sta tutto lì, lo spiazzante punto di vista, il terzo, dell'amante poi moglie del protagonista, e non si può fare a meno di comprendere anche lei, parteggiare per ogni suo atto. 
Nella voce narrante di Judit, l'altra, si svela il vero intento di Márai: la feroce critica della borghesia e della civiltà delle macchine. E Judit rappresenta la cuspide in questo triangolo in cui l'amore non trova reale spazio
Sì, perché l'amore di Marika è morboso, nei modi perfettamente in linea con il perbenismo alto-borghese in cui i coniugi si muovono, nel segreto di ogni gesto è una ricerca disperata del motivo per cui Peter non ricambia i suoi sentimenti. 
L'amore di Peter per l'altra è in realtà una sorta di attrazione fatale, una forma manifesta di opposizione ai canoni sociali, perché Judit è una cameriera - arrivò con un fagotto in mano, come le fanciulle delle fiabe popolari - e amarla significa frantumare ogni possibilità di accettazione da parte del bel mondo. 
Judit prova amore anzitutto nei riguardi di se stessa, perché vede nella propria bellezza e seduzione la possibilità di un riscatto per sé e di un attacco programmato alla classe sociale cui Peter appartiene. 
Sullo sfondo, il disfacimento della città di Budapest sotto i bombardamenti della Seconda guerra mondiale e con esso il disfacimento di quel capitalismo che sarà spazzato via dal comunismo sovietico. 
Márai si conferma un autore di grande pregio. Alcune descrizioni sono la sua stessa voce, c'è molto del suo autore in questo romanzo. Ha anche il pregio di scegliere la narrazione in prima persona a un interlocutore immaginario. Qualcosa molto vicino al monologo-soliloquio, qualcosa di teatrale
Affida a Peter una lucida critica dei "tempi moderni":
È come se il fuoco della gioia si fosse spento sulla terra. A volte, per qualche istante, qua e là arde ancora. In fondo all'animo umano vive il ricordo di un mondo felice, solare, giocoso, nel quale il dovere è al tempo stesso divertimento, e ogni sforzo è gradevole e sensato. Forse i greci, ecco, loro saranno stati felici. Si ammazzavano l'un l'altro allo stesso modo in cui massacravano le genti straniere, [...] e tuttavia possedevano un gioioso e straripante senso della comunità, perché erano colti, nel senso più profondo. Noi invece non viviamo in una vera cultura, la nostra è una civiltà di massa, meccanizzata ed enigmatica. Tutti hanno la loro parte, ma nessuno ne trae vera gioia. 
Nella visione di Peter, essere borghesi richiede uno sforzo continuo. 

Peter descrive Judit:
E siccome era bella da togliere il fiato, di una bellezza così fiera, virginale e selvaggiamente compiuta, un perfetto esemplare della creazione divina, che la natura riesce a disegnare e a fondere con tanta perfezione un'unica volta, la sua bellezza prese a influenzare pian piano l'atmosfera della casa e la nostra vita come un sordo e continuo sottofondo musicale.

Judit, personaggio chiave, al suo turno di narrazione si rivela molto legata all'amico di Peter, il "testimone", colui che del protagonista tutto sa e tutto comprende. Lázár è lo scrittore, un metaforico "avvocato difensore" di Peter, una figura simbolica che incarna la visione della letteratura per l'autore. Non riporto i numerosi passaggi riguardanti questo aspetto, ma sono davvero notevoli. 
La quarta e ultima parte, che racchiude la narrazione del batterista, ultimo amante di Judit, è a mio parere una ridondanza e non l'ho apprezzata granché. Le tre voci del romanzo sono esaurienti a tracciare il ritratto di tre anime e dell'epoca in cui si muovono. 
Non resta che leggere il terzo dei romanzi più noti di Márai, Divorzio a Buda

martedì 17 aprile 2018

Le madri straziate, la Letteratura e la Storia.

Questo è un episodio accaduto qualche mese fa nella mia terza classe delle medie, una di quelle manciate di minuti che ti fanno pensare che non tutto è perduto riguardo all'interesse dei ragazzi per la letteratura. 

Mi è tornato in mente perché mi è passata dinanzi l'immagine dolente di una donna, una madre probabilmente, che tiene fra le braccia una bambina priva di sensi; lo scenario è quello della Siria dei giorni dell'attacco ad Aleppo, della tragedia degli ennesimi attacchi chimici ai danni di popolazioni inermi e innocenti di un paese martoriato. 
Preferisco non pubblicarla, per pudore e rispetto. 
Come la madre siriana, la madre di Cecilia del celebre brano de I Promessi Sposi, è il simbolo di tutte le madri straziate dal dolore
Sembrerebbe un paragone azzardato, eppure la forza che emana dalle parole di Manzoni è innegabile e rappresentativa. 
Uno dei compiti di un insegnante di Italiano dovrebbe essere quello di far comprendere quanto la letteratura sia universale e trasversale. Non v'è letteratura lontana dalla realtà in cui prende forma. Manzoni, strenuo ricercatore di dettagli in fase di preparazione di quelle che saranno le diverse stesure del suo capolavoro, attinge alle cronache della peste che decimò Milano nel XVII secolo. 
Era la mattina in cui avremmo chiuso l'argomento Manzoni, ma i brani che presenta il nostro testo non esauriscono il discorso sulla bellezza di certi passaggi. E meno male che comprende l'addio monti e la descrizione della Monaca di Monza
Non si potevano perdere le righe della madre di Cecilia, così le ho cercate sul mio tablet e ho richiamato la loro attenzione intanto descrivendo il momento. 
La madre di Cecilia ha un portamento dignitoso, nobile, nell'atto di consegnare la propria figlia ai monatti, gli incaricati pubblici di portare i cadaveri nei lazzaretti. La descrizione di Manzoni è minuziosa, solenne, è il punto di vista di un autore che può ben definirsi "realista" e allo stesso tempo partecipe di ciò che narra. 
La mia lettura quella mattina è stata accorata, il mio tentativo è stato quello di far entrare idealmente i ragazzi in quei minuti narrati. E loro sono stati silenziosi, rispettosi, alcuni hanno detto che era un passaggio bellissimo. 
Eccolo qui di seguito. Mi sento di dedicarlo alle madri che non hanno voce, raccontate solo dalle immagini di reporter di guerra. 

Un'immagine di Aleppo, oggi
Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne cuori. 
Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo dintorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così».Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po' di posto sul carro per la morticina. 
La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’ io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.

lunedì 9 aprile 2018

Quando uno spettacolo teatrale è brutto?

Niente di più futile, di più falso, di più vano, niente di più necessario del teatro. 
Così scriveva Louis Jouvet, stigmatizzando la contraddizione insita nel teatro. 

C'è dell'ottimo teatro fra professionisti e amatori, così come c'è del pessimo teatro in entrambi gli ambiti. Vi è mai capitato di assistere a uno spettacolo teatrale in cui vi sia venuta la sana voglia di alzarvi e andarvene?
A me è capitato di assistere a più di uno spettacolo teatrale noiosissimo: questo è un giudizio da spettatrice. Se ci aggiungo che li ho guardati anche con l'occhio un po' esperto di chi pratica il teatro sul palcoscenico e fuori, direi che erano oggettivamente brutti
Quello che ho imparato vedendo del brutto teatro è che vedere del brutto teatro serve
Parrebbe una contraddizione in termini, invece è un paradosso assolutamente utile. 
Vedere del brutto teatro può offrire la cifra di ciò che non va fatto, perché il giudizio scaturisce assistendovi da una platea, e se si fa del teatro occorre tenere presente anzitutto il rispetto del pubblico. Non possiamo farci illusioni: il teatro non può permettersi di essere un atto di puro egocentrismo. Tutto ciò che si muove e viene raccontato in palcoscenico non può né deve essere il momento di un tronfio narcisismo. 
Sia chiaro, c'è anche un teatro a uso e consumo locale che non ha bisogno d'altro che di ciò che già conosce, per divertire amici e parenti, ed è perfettamente bastevole a se stesso. 
Voglio invece riferirmi a un teatro autentico, quello destinato a un'ampia platea, che vuole uscire da determinati confini, che si sente pronto ad andare incontro a spettatori d'ogni luogo.

The Laughing Audience by Edward Matthew Ward (1816-1879)

Gli errori più comuni di chi mette in scena un brutto spettacolo:
1. Una brutta drammaturgia: lo si nota in particolare coi testi inediti. Il teatro amatoriale pullula di autori, io ne sono parte. Moltissimi registi amano scriversi i copioni da soli, questa può essere cosa buona e giusta ma anche un errore grossolano. L'ultimo brutto spettacolo che ho visto era una drammaturgia inedita in cui sovrabbondavano citazioni intellettualoidi e battute vagamente riferite al repertorio brillante anglosassone, col pessimo risultato di un cicaleccio fra attori e attrici, sovraccarichi di battute e gag, in cui emergeva tutto l'autocompiacimento di chi ha scritto quel pessimo testo. Non si riusciva a individuare il tema, non ho capito dove volesse arrivare. Lo spettatore era disorientato, molti non sono arrivati a fine spettacolo.

2. Troppo di tutto: una brutta drammaturgia di solito presenta questo errore grossolano. Troppi personaggi, troppe parole, troppe situazioni, molte delle quali totalmente inutili. Il che mi fa pensare che alcuni si mettano a scrivere senza conoscere nessuna regola fondamentale della drammaturgia. La scrittura drammaturgica non ammette errori del genere. La vera scrittura drammaturgica lavora tutta per estrazione, sottrazione.

3. Attori e attrici "fuori ruolo", non "in parte": assegnazioni fatte per accontentare amici, magari... Pessima idea! A ogni attore il proprio ruolo, questo è un principio fondamentale. Una parte va assegnata considerando tutto, oltre alla capacità interpretativa è necessaria una credibilità fisica, e assieme a questa anche la scelta di ogni costume deve essere coerente. Mi è capitato di trovarmi dinanzi a interpreti in maglione e altri in prendisole, nella stessa scena e senza alcuna motivazione. È spiazzante e non solo, infastidisce proprio. Lo spettatore dinanzi a un dettaglio del genere sposta la mente continuamente su ciò che lo infastidisce, è un classico.

4. Uso scorretto degli arredi di scena: la cosa va dal non decidere da dove si entri e si esca per intendere la soglia di casa, all'infilarsi dietro una quinta in uscita senza che questa sia effettivamente la stanza che prima si intendeva. Fino a recitare tutto lo spettacolo dietro un divano posizionato a centro scena. Senza motivazione alcuna.

5. Assenza di una vera regia: se la storia è già pessima, figuriamoci cosa diventa quando è mal diretta. Anche qui, devo ripetermi. Alcuni non solo non scrivono correttamente ma non dirigono neppure. Non conoscono le norme fondamentali del dirigere un lavoro perché di fatto non hanno inventiva. Il regista firma anche metaforicamente il lavoro, è la sua visione personale
Fare regia richiede conoscenza, studio, esperienza. La regia nasce da un lampo, qualcosa che arriva e che richiede di essere raccontata. Personalmente ho delle vere e proprie visioni, il che mi ricorda un bellissimo racconto di Fellini a riguardo, quando disse che da bambino gli bastava mettere la testa su ogni angolo del suo letto perché quella visione si diversificasse. 
L'assenza di una vera regia guasta totalmente uno spettacolo, anche dinanzi a una buona drammaturgia. Mai affidare un racconto in palcoscenico a chi si millanta regista senza esserlo. 

Probabilmente anche altri aspetti rendono brutto uno spettacolo, ma questi cinque mi paiono quelli più evidenti. In definitiva, i brutti spettacoli cui ho assistito erano tutti il prodotto di un certo autocompiacimento che non giova al teatro, come lo spettatore sa assai bene. 
È necessario disporsi perennemente nella posizione di chi apprende. Sapere di avere ancora tanto da imparare aiuta, e l'umiltà è una fonte cui bisogna attingere sempre, dubitando e ancora dubitando. 

Avete mai assistito a un brutto spettacolo teatrale? 
Se sì, cosa avete trovato particolarmente intollerabile?

mercoledì 4 aprile 2018

La noia (un "jet lag" tutto primaverile)

Sono appena tornata dalla Calabria da quattro giorni intensi, come lo sono sempre quelli che trascorri rivedendo la famiglia e i luoghi dove si è nati e cresciuti. 
Le vacanze pasquali in Calabria hanno un leit motiv che va dall'affondare nel divano di mia madre guardando assieme a lei programmi televisivi che non guarderesti mai a casa tua, al passeggiare avanti e indietro sul lungomare che si affaccia su un pezzetto di Tirreno che in giorni primaverili assume colori diversi e un variare di onde, fino ai pantagruelici pranzi in cui il palato di riabitua festoso ai gusti di una cucina che sanno tener viva solo le donne della generazione precedente. 
La Pasqua finisce con l'essere bella, breve e intensa, troppo breve per chi si ritrova catapultata in giorni scolastici in cui attendono le famigerate Prove Invalsi per la prima volta on line. 
Ho scritto proveinvalsi? Sciò, non voglio pensarci almeno oggi, adesso, qui. 
Tornare dalla Calabria dalle vacanze pasquali significa:
sette ore di coda in autostrada e poi farsi una ragione al fatto che fino all'estate non ci sono ulteriori vacanze se non qualche festività qua e là;
- una montagna di impegni di chiusura anno scolastico e relativi esami, con l'aggravio di una serie di novità che fanno di noi prof un popolo di disorientati professionisti della scuola italiana; 
- convincersi che bisogna iniziare la dieta detox e andare in palestra puntualmente;
- scrivere due copioni entro luglio;
- occuparsi della messa in scena di Peter Pan per giugno.

Una bella serie di impegni improrogabili e buoni propositi, a quali durante i giorni in Calabria pensi con impeto futurista ("farò! non vedo l'ora! scansatevi, arrivo io!") e che poi diventano un nugolo di cose da fare cui guardi fra il terrorizzato e il vago. 
Oggi sono tornata in palestra, sì, prima di andare al lavoro come ogni mercoledì, ma per tutta la mattina ho ciondolato in cattedra in preda a un sonno invincibile. I ragazzi ovviamente non erano preparati per un'interrogazione, quindi giù a correggere i compiti di grammatica e letteratura, mentre in uno stato di confusione mentale non ricordi se "piacere" è un verbo intransitivo (!)
Ferma al semaforo di ritorno da scuola, ho avuto la certezza che non si trattasse solo di comune stanchezza stagionale, ma anche di... noia
La noia è qualcosa di terribile per me. 😣
Rifiuto categoricamente ogni felice definizione che la vedrebbe un'opportunità di rigenerazione. 
Sia chiaro, non credo neppure si tratti di ciò che pensava Schopenhauer ("la vita è un pendolo che oscilla fra il dolore e la noia") o Tommaseo ("fra il piacere e il dolore c'è sempre un vuoto che si chiama noia"). 
Piuttosto mi vedrei allineata con Heidegger ("la noia profonda è come nebbia che accomuna tutte le cose in una strana indifferenza") e Groucho Marx ("non mi ero mai reso conto di quanto fosse noiosa la mia compagnia fino a quando non mi sono trovato seduto da solo").
È tipico della primavera. La noia è quel punto di incontro fra le due stagioni in cui sei divisa fra ciò che è stato e quello che deve essere di lì a poco, e in quel segmento sei risucchiata dagli odori e dai tepori di aprile... e hai voglia di dormire
Non resta che fare proprio il pensiero di Dorothy Parker
La cura per la noia è la curiosità. Per la curiosità non c'è cura. 

Cos'è per voi la noia?