Charlie Chaplin

Luci della città, 1931

Monk's House

La stanza tutta per sé di Virginia Woolf

Miranda - The tempest

John William Waterhouse, 1916 (particolare)

I nottambuli

Edward Hopper, 1942

domenica 20 maggio 2018

Si fa presto a dire "leggi!"

Ultimamente la mia tenacia riguardo al progetto di far leggere un libro al mese nelle mie due classi ha perso qualche colpo. 
Sono un tipo umorale, forse è un retaggio del creativo che c'è in me, non dovrei cedere a questa tentazione, da prof, ma è così.
Il mio umore è cambiato al momento di raccogliere i frutti di questo progetto, quando i ragazzuoli mi hanno presentato delle relazioni sulle letture fatte. 

Minimal, poca argomentazione, insomma deludenti. 
Anche lo stimolo del riportare una citazione dal libro letto non ha dato i frutti sperati. Qualcosa deve cambiare. Siamo alla fine dell'anno scolastico, quindi ogni correzione di tiro andrà pensata per il prossimo anno o tutt'al più per qualche giudizioso che in estate leggerà almeno un paio di libri. 
I ragazzi vedono imporsi questa cosa come prettamente "scolastica". Insomma, leggo perché rientra fra i compiti che mi ha dato la prof. Ma se leggo solo perché è un compito specifico, come faccio a percepire la lettura come qualcosa di piacevole, come faccio a diventare un lettore?
Mi autocito, ribadendo quello che ho scritto qui
Io, bambino o ragazzino, ho bisogno di modelli di riferimento anzitutto in casa mia. 
Ma è sempre vero? Io ho amato leggere fin da sempre, mia madre però non era una lettrice, tantomeno mio padre. Il mio desiderio è stato innato. A cinque anni conoscevo le regole basilari dello scrivere. Leggere e scrivere sono diventati il mio pane quotidiano fin da piccolissima. 
Vero è però che a quei tempi, benedetti tempi andati, non c'erano stimoli pericolosi come tablet e smartphone. Al massimo potevamo distrarci davanti alla tv dei ragazzi rigorosamente dopo i compiti. Noi siamo stati per così dire "baciati dalla fortuna" quanto a ciò.
Inculcare il vizio di leggere nei nativi digitali pare impresa utopistica. 
E, di fatto, come si fa? Mi rendo sempre più conto che lavorare in classe deve diventare la parte fondamentale del loro apprendimento. Chi lo sa che combinano nel pomeriggio? Se spengono il cellulare, se si fermano alla scrivania almeno un'ora di fila, ecc.?
Dare molti, troppi compiti è un errore. I compiti a casa sono sempre più vissuti come una costrizione, perché troppe sono le materie da studiare e ripassare. Le ultime prove di grammatica per diversi di loro smentiscono che si siano realmente impegnati nell'esercitarsi a casa sulle regole dell'analisi logica e del periodo. Assegnare più di quattro o cinque esercizi non porta a nulla. 
Leggere dei libri è fondamentale e forse è la chiave di tutto. 
Leggere migliora le singole persone. Leggere – ce lo dicono molte ricerche – stimola il cervello e alimenta il sistema cognitivo. E ancora: leggere narrativa accresce la tolleranza e l’empatia migliorando la metacognizione, cioè la capacità di interpretare e capire quel che pensano, sentono e credono gli altri.
Leggere migliora la comprensione della parole e la capacità di usarle, e quindi la capacità di comunicare e di farsi capire: una delle competenze trasversali più importanti, strategica anche in termini di occupazione in questi tempi ipertecnologici.
E leggere è una forma di apprendimento permanente.
Così scrive la brava Annamaria Testa. 
C'è però un piccolo particolare: leggere è faticoso. Non siamo nati predisposti a leggere in maniera automatica, come respirare e muoverci. Leggere è esattamente come imparare uno strumento musicale. Lo si deve fare da piccoli e con molto esercizio. 
L'apprendimento dovrebbe essere serrato nei riguardi della lettura fin dalla più tenera età. Fin da quegli anni in cui il nostro cervello acquisisce delle competenze velocemente e bene. Quanti alunni nel triennio delle medie sono in grado di leggere velocemente e comprendere quello che c'è scritto?
Vi garantisco, sono pochi. La maggior parte ha bisogno di soffermarsi su una pagina a lungo, e badate, senza stimoli high tech a un passo
Molti di loro hanno perso la preziosa occasione di apprendere una lettura veloce ed efficace e fanno una gran fatica per venirne a capo. Ergo, non si può richiedere a tutti la stessa prestazione
Come si fa a esigere che leggano un libro al mese, comprendendone ogni passaggio, in mezzo a compiti, ore passate a scuola, attività pomeridiane? Potranno realmente farlo solo i velocissimi nella lettura - svegli e anche appassionati a un determinato autore - e di fatto sono al massimo due o tre per classe. Non c'è altro modo per portarli ai libri se non quello di imporglieli, con tanto di scadenza, che se manca davvero non si ottiene nulla. 
Uno scenario apocalittico, come mi piace ripetere scherzosamente in classe, battuta alla quale i miei discepoli sono abituati e autorizzati a riderci su. 
Bisogna, letteralmente, aiutare una passione a nascere, facendo leva sul desiderio, sulla curiosità, sull’immaginazione, sull’emulazione, sulle emozioni, sulla gratificazione personale e sull’orgoglio, scrive la brava Testa. 
Dovrò quindi portare materialmente fra le pareti delle aule i personaggi viventi fra le pagine dei libri. 
Questo non può che essere un atto simbolico, perché difficile da realizzare. Si dovrebbero moltiplicare le visite alle biblioteche civiche, portare i ragazzi a incontri con l'autore, fare magari confronti fra libro e film. 
Ecco, provare un nuovo approccio che prediliga l'esperienza in classe piuttosto che a casa. 
Speriamo di averne il tempo, fra programmi e tonnellate di burocrazia. 

Quando è nata in voi la scintilla, quella primissima sensazione di essere diventati lettori? Qual è stato il libro che vi ha reso tali? 

lunedì 14 maggio 2018

Blog tour "Come un dio immortale" - Lyra



Partecipo volentieri al Blog tour sull'ultimo avvincente romanzo di Maria Teresa Steri: Come un dio immortale, che ho recensito qui
Nell'istante in cui ho deciso di partecipare, sapevo già che il mio tema preferito sarebbe stato la sua protagonista femminile: Lyra. La rossa, affascinante, misteriosa Lyra mi ha colpito fin dalla sua prima descrizione, quando Flavio, risvegliandosi dopo essere stato aggredito, sente il battito del cuore fermarsi alla vista di un paio di occhi cristallini di un azzurro screziato di grigio che lo fissavano spalancati. Appartenevano a una giovane donna dalla pelle bianco latte, le guance appena velate di rosa e spruzzate di lentiggini. 
Lyra è il perno attorno al quale la vicenda si dipana, è l'anello di congiunzione fra il mondo di Flavio e quello incorporeo, il mistero incarnato, in un misto di fragilità e di forza che continua a farmi ritenere questo personaggio assolutamente adatto alla scrittura di un prequel sulle sue vicende. 
Ora la parola a Maria Teresa, che ci offre un'analisi molto accurata di questo personaggio. 

Durante la stesura di questo romanzo, mi sono resa conto molto presto che Lyra sarebbe diventata un personaggio chiave per la storia. Ma altrettanto in fretta ho capito che non potevo farne una protagonista vera e propria. I motivi sono due. Prima di tutto perché, per conservare la giusta suspense, nell’intreccio dovevano restare nell’ombra alcuni eventi a lei collegati. E in secondo luogo perché il personaggio stesso richiedeva una buona dose di mistero. Si tratta infatti di una figura piuttosto complessa, con una storia particolare alle spalle e una psicologia troppo inusuale per presentare gli eventi dalla sua prospettiva. La conferma l’ho avuta in seguito, quando ho iniziato a scrivere l’unico capitolo che usa il punto di vista di Lyra.

La padrona di casa di questo blog, nella sua bellissima e accurata analisi fatta qualche tempo fa sul romanzo, ha colto nel segno dicendo che c’era molto su Lyra che restava da scoprire e che forse meritava un prequel tutto suo, destinato a far conoscere in modo più dettagliato alcuni momenti del passato. Proprio dall’idea che ci sia ancora molto da raccontare su Lyra nasce questo posto di approfondimento.
Per chi non conosce la storia, saranno necessari un breve riassunto e qualche piccola anticipazione (ma non grossi spoiler, tranquilli).

La storia di Lyra

Gli eventi di “Come un dio immortale” hanno inizio nel prologo con la scomparsa di una bambina di sei anni, Lyra Campus. Il padre della bambina accusa di rapimento uno scrittore di esoterismo, Masterwen. Più avanti si scoprirà che Masterwen, con la complicità della madre di Lyra, ha portato la piccola in un luogo isolato tra le montagne, Valdiluna.
Dietro questo rapimento però non ci sono ragioni criminali. Lyra è infatti chiamata a diventare la prima componente di un gruppo di persone impegnate in uno sviluppo interiore e spirituale.

Lyra stessa afferma che Masterwen...
Intendeva fare di me una persona con capacità particolari.

Lyra quindi cresce in modo atipico. Masterwen conduce con lei una sorta di esperimento: scoprire se isolandola dagli influssi del mondo comune e dal materialismo, è possibile preservare le facoltà percettive che hanno tutti i bambini. Era convinto che Lyra Campus fosse il soggetto ideale, principalmente per il suo background, in quanto vissuta in un ambiente familiare non contaminato dalle consuetudini sociali, con una madre ossessionata dall’occulto e terrorizzata dal mondo esterno. Inoltre, Lyra si rivela adatta soprattutto per il suo talento, in quanto dotata di una sensibilità particolare.

L’intento di Tommaso riesce. Lyra sviluppa rapidamente delle facoltà paranormali e apprende conoscenze tali da fare di lei una guaritrice.
Non mancano però gli effetti collaterali, perché il suo equilibrio psicologico rimane in parte compromesso. Essere rimasta da sola per tanto tempo farà di lei una ragazza ingenua, incapace di capire a pieno le persone. La mancanza di esperienze e di socializzazione, la rendono vulnerabile e sprovveduta nelle relazioni umane.

A proposito della sua infanzia Lyra racconta di avere vissuto da sola con Masterwen a Valdiluna in condizioni spartane, misere.

     «Sentivo la mancanza della mia famiglia, la notte avevo paura e piangevo spesso».

Il suo rapitore però si rivela premuroso e protettivo nei suoi confronti, tanto da generare una sorta di rapporto paterno. In un colloquio con Flavio, il protagonista del romanzo, Lyra spiega che Masterwen...

 «...insisteva perché facessi cose che non capivo».
«Di che genere?», chiese, teso.
«Esercizi per allenare l’attenzione. Mi ha anche insegnato a leggere e scrivere, mi ha fatto studiare un mucchio di libri. Non sono mai andata a scuola come gli altri bambini, ma ho imparato molto da lui».
«Non hai mai provato a scappare?».
«No, col tempo ho imparato ad amare quel luogo».

Con il tempo dunque Lyra sviluppa dei sentimenti di attaccamento a Valdiluna e per l’uomo che l’ha condotta lì.

Tuttavia, a diciotto anni resta sola. Masterwen infatti decide che è arrivato il momento per il progetto di concretizzarsi: mettere insieme un piccolo gruppo di persone che possano svilupparsi interiormente.
E così, per un lungo periodo di tempo, Lyra resta a Valdiluna completamente isolata. Sono anni difficili, ma il peggio deve ancora arrivare. Le cose si complicano infatti quando gli altri membri del gruppo cominciano a “invadere” il suo territorio.

«Ero una bambina solitaria, taciturna. E da un momento all’altro mi ritrovai a convivere con degli sconosciuti. Ci furono delle tensioni, non facevo che litigare...».

L’adolescenza di Lyra

Come dicevo all’inizio, la storia di Lyra contiene molte ombre. In particolare, ci si potrebbe chiedere come siano stati per lei gli anni dell’adolescenza, condotti in una situazione così particolare di isolamento sociale.

Se dovessi scrivere la sua storia in modo più approfondito, partirei dal rapporto con Masterwen, una complicata relazione che di fatto è rimasta conflittuale anche in seguito. Sostanzialmente il tipico rapporto tra un’adolescente e un genitore.

Immagino che non saranno mancate le discussioni, le incomprensioni e i momenti di ribellione da parte di Lyra. Se fino a quel momento infatti la ragazza si era fidata ciecamente di Masterwen e dei suoi metodi di insegnamento, con gli anni dell’adolescenza sarà senza subbio subentrata una fase di resistenza, in cui avrà messo in discussione ciò che le chiedeva di fare. Si sarà rifiutata di praticare gli esercizi. Allo stesso tempo, avrà avvertito come quelli fossero gli unici punti fermi in una realtà tanto sfumata.

Inoltre, suppongo che Lyra avrà cominciato a farsi delle domande. Perché lei e Masterwen si trovano lì da soli? Avrà provato a chiedere, indagare, scontrandosi contro il muro del silenzio di Masterwen (chi ha letto il libro capirà che non è un tipo facile con cui confrontarsi).
Lyra comincerà a sospettare la verità? Forse troverà addirittura delle prove del suo rapimento e della sua vera famiglia?

Accanto ai dubbi, non mancheranno i momenti di confusione tipici dell’età, resi più pesanti dalla mancanza di relazioni. Senza tv, radio e altre tecnologie, la immagino buttarsi sui libri, suoi unici compagni in quella solitudine forzata e amata allo stesso tempo. Libri però filtrati da Masterwen. Immagino però che oltre ai saggi da studiare, le abbia fornito romanzi e libri di storia perché possa farsi un’idea del mondo al di là di quelle montagne. Che idea ne avrà ricavato? Che immagine si sarà fatta di sentimenti che ancora non ha sperimentato, come l’amore e l’amicizia?

Penso poi a quella che è comunemente l’adolescenza, causa di terribili tempeste emotive, punto di svolta in cui si erge una barriera tra noi e gli adulti. Proprio in questo periodo così delicato, Lyra non ha avuto la possibilità di confrontarsi con dei coetanei. Ha dovuto attingere alle risorse emotive particolari che Masterwen le aveva fornito, basate sull’esistenza di un mondo invisibile e di esseri incorporei.

L’immaginazione deve essere stata fondamentale per lei, come valvola di sfofo. Il mondo della fantasia e le tendenze caratteriali a ritirarsi in se stessa l’avranno portata a crearsi un mondo tutto suo, soprattutto nei sogni.

Immagino anche che abbia tenuto un diario su cui riversare i propri pensieri (come ha fatto in seguito per motivi diversi), come un amico a cui confidare le proprie insicurezze e lo stupore di fronte a un corpo in cambiamento, ma anche la frustrazione di non poterne parlare con nessuno.

Saranno inoltre mancati per lei dei punti di riferimento sociali. Masterwen l’avrà spinta a farne a meno, a considerarsi libera da qualsiasi vincolo dettato dal mondo esterno. Mi chiedo però se abbia mai desiderato la normalità, pur senza averla mai conosciuta direttamente. Di certo a un certo punto sarà subentrata una certa irrequietezza, il desiderio di visitare altri posti, fino a quel momento visti solo attraverso i libri.

Inevitabilmente avrà cominciato a desiderare anche di avere degli amici. E avrà sognato l’amore, idealizzandolo ancor più di come si fa ordinariamente a quell’età.

Ma non dimentichiamo che Lyra ha abilità speciali. Percepisce cose che i suoi coetanei non vedono. Avrà forse avuto visioni del futuro, belle e brutte. Squarci su ciò che sarebbe diventata e sull’uomo che incontrerà e amerà...

Infine, penso che in un possibile prequel del romanzo non mancherebbe il punto di vista di Masterwen, con un particolare focus suoi suoi dubbi e il suo disagio di fronte a una situazione indubbiamente difficile da gestire.

*******
Grazie a Maria Teresa per questa analisi che chiarisce ulteriormente i contorni di Lyra.
Concludo con una sorpresa.
E se Lyra fosse un personaggio destinato al palcoscenico, come lo racconterei da regista? 
Mi piacerebbe pensarla bambina, costruirle intorno la scenografia di un bosco, quello che diventa la sua casa quando Masterwen la prende con sé.
Sulle prime Lyra è smarrita, bisognosa di una figura forte, si affida a lui instaurando una dialettica non sempre facile. Se la Lyra adolescente è ribelle e ombrosa, la Lyra bambina è una creatura curiosa e osservatrice, ama esplorare il bosco, vi si incammina anche da sola e non teme alcun pericolo.
È una bambina che fa domande, cui il suo mentore risponde paziente e divertito. La Lyra bambina considera la Natura la madre che non le è accanto, per osmosi si convince caparbiamente che non può mancarle perché tutto ciò che le respira attorno è madre che accoglie e consola.
Lyra è puro mistero, pertanto è una bambina dal carattere cangiante. Alterna giorni di allegria a giorni di mutismo, come alla ricerca di risposte che a osservarla sembra trovare dentro di sé. Lyra è un mistero per il suo stesso mentore, che cerca incessantemente di arrivare a lei, al suo mondo interiore, non riuscendoci.
Tecnicamente, sul palcoscenico una storia come questa attrarrebbe lo spettatore, in particolare se artifici di scena fossero parte integrante del racconto. Allora immagino un effetto "nebbia", delle luci sullo sfondo, sagome di alberi che si stagliano nere quando i pensieri della bimba sono cupi. Lyra pensa e respira in armonia con la Natura, si è detto, così tutto l'apparato scenico sarebbe a servizio di questo assunto di base. Un atto unico che porterebbe il suo nome.
È stato un piacere essere parte della grande squadra del blog tour.
Chi non ha letto Come un dio immortale, corra a provvedere. Può trovarlo su Amazon.
I primi capitoli sono scaricabili gratuitamente qui.
Le tappe precedenti del blog tour:
10 aprile - Myrtilla's house, di Patricia Moll: Presentazione del romanzo
15 aprile - Liberamente Giulia, di Giulia Mancini: I personaggi del romanzo
20 aprile - Mite Ink, di Renato Mite: Dialogo sul romanzo
24 aprile - Storie e fantasia, di Gabriele Pavan: Intervista a Maria Teresa Steri
27 aprile - Drama Queen, di Elisa Elena Carollo: Lettura del Capitolo 3
3 maggio - Marco Freccero, dal blog omonimo: I luoghi del romanzo: la città anonima
9 maggio - Svolazzi e scritture, di Nadia Banaudi: I luoghi del romanzo: Valdiluna

mercoledì 9 maggio 2018

Come conservare i libri?

A raccolta, blogger, perché vorrei offrirvi la possibilità di riflettere su un argomento alquanto trascurato riguardante i libri: la loro conservazione
Credo che tutti sappiate che i libri si possono ammalare. Ebbene sì, la carta è sottoposta a un deterioramento impercettibile eppure distruttivo. 
Facciamo prima un po' di chiarezza: concordo con chi afferma che i libri non si possano conservare per sempre, che vanno usati, consumati, vanno fatti circolare perché di fatto veicolano idee. 
I libri sono dopotutto dei contenitori, quello che conta è il loro contenuto.
In virtù di questa premessa, alzi la mano chi non ha a cuore la manutenzione e il destino dei propri amatissimi tomi. Ben pochi. 
Se è normale chiedersi come si siano formate le nostre biblioteche e a chi lasceremo i nostri libri non possiamo non porci affatto il problema della loro "manutenzione".
In Italia, dal 1938, esiste un luogo dove si studiano tutti i modi possibili coi quali un libro si può ammalare. È l'ICRCPAL, l'istituto che si occupa della tutela e il restauro del patrimonio librario, un tempo noto come Istituto per la patologia del libro
Sono entrata in questo mondo nell'anno di studio presso la Scuola vaticana di biblioteconomia - ne racconto qualcosa qui - quando in una delle nostre visite fuori aula ci portarono in questo luogo di delizie. L'istituto tuttora si occupa del restauro e la conservazione di importanti beni librari ed è specializzato anche nella conservazione preventiva di tali beni. In particolare, il lavoro si svolge su incunaboli e carte provenienti anche dal resto del mondo. Il suo prestigio è a carattere internazionale.

I nemici giurati del libro
- umidità (la principale causa di degrado, provoca variazioni pericolose, le pagine si macchiano, si appiccicano, i libri assumono il classico odore di stantio),
- calore (dannosi sia riscaldamenti che condizionatori, candele, stufe, radiatori),
- luce diretta del sole (sbiadimento, sbalzo di temperatura),
- carico sui libri (si impedisce che la carta "respiri")
- polvere (lascia che proliferino piccoli parassiti come il classico "pesciolino d'argento")
- insetti (spesso fanno nidi fra i libri, anzi vanno a crearcisi micromondi) 

Cosa possiamo fare:
- tenere le nostre librerie lontano da fonti di umidità come cucina e bagno, se poste in un seminterrato, evitare di posizionarle su un lato non abbastanza arieggiato; 
- scegliere il più possibile una parete lontano dai termosifoni, evitare il caldo secco con ogni mezzo;
- ricordarsi di non lasciare che la luce diretta del sole baci la nostra libreria, proteggiamola almeno tirando una tenda
- riporre i libri sempre in posizione verticale, non divertiamoci a comporre tetris, belli a vedersi e utili per risparmiare spazio ma dannosissimi; 
- spolverare almeno due volte all'anno i libri, uno per uno, con un pennello morbido lungo la costa e le pagine (evitare assolutamente stracci umidi, saponi e sgrassanti), e coprire i libri se si fanno lavori di muratura;
- non riporre piante troppo vicino alle librerie, da lì a un'infestazione di insetti il passo è breve, oppure con un rimedio della nonna, lasciare qualche grano di pepe nero sugli scaffali di librerie in legno (valgono anche menta, lavanda e rosmarino).

Libreria "Acqua alta" a Venezia: caratteristica ma anche luogo di pessima
manutenzione del libro. Varrebbe comunque una visita per il suo "folklore".

I libri vanno protetti anche dai loro lettori (!)
- non sfogliamoli con mani umide 
- non pieghiamo gli angoli delle pagine 
- non sottolineamoli 
- non lanciamoli
- non consumiamo cibo mentre leggiamo
- non usiamoli per la gamba più corta del tavolino

Ok, quest'ultima parte era fra il serio e il faceto 😁 
Valgono poche e precise regole: se vogliamo proteggerli, vanno ben riposti, puliti, usati correttamente. Insomma, rispettati. 
Credete di rispettare queste regole? Che tipo di conservatori di libri siete? 

martedì 1 maggio 2018

La deriva educativa (o della "sfamiglia").

Sfoglio distrattamente un testo di Paolo Crepet che lessi diversi anni fa, Sfamiglia, e scopro di averne sottolineato diversi passaggi. 
È un bel libro, i cui contenuti possono trovarci d'accordo o meno, che offre l'opportunità di riflettere sul tema della deriva educativa, a detta di Crepet derivante essenzialmente dalla perdita di ruoli nella famiglia (il che mi trova grossomodo d'accordo). 
Un tema quanto mai scottante, alla luce di fatti gravissimi che i social rendono pubblici. 
Ci si chiede se sia realmente una novità il bullismo imperante. Dopotutto, negli Ottanta, non accadevano fatti del genere? Io ne ricordo un paio gravissimi nell'Istituto professionale non lontano da dove abitavo. Non c'erano telefonini a fissare la scena e a moltiplicarla esponenzialmente, ma tant'è. 
Anche se ricordiamo qualche episodio, il bullismo attuale è un fenomeno diventato preoccupante, perché si muove non solo fra pari ma in aule scolastiche, con azioni gravemente offensive nei riguardi di insegnanti inermi e mortificati
Cosa si è rotto in questa istituzione? Ne ho scritto qualche riflessione qui
Tornando a Sfamiglia, i capitoli corrispondono alle lettere dell'alfabeto e a ciascuna lettera corrisponde una parola chiave per la disamina del problema. Ne prendo alcune, per limitare la lunghezza del post. I corsivo i passaggi sottolineati cui seguono le mie osservazioni. 
Alla lettera C, trovo "crisi".
Per secoli l'educazione non ha conosciuto i sensi di colpa o d'incongruità da parte dei genitori, che oggi invece tendono a colpevolizzarsi per qualsiasi cosa: vogliono per i figli una strada in piano e senza curve, ma in questo modo preparano una generazione fragile e ricattabile
Mi chiedo se ciò nasca da una inconsapevole sensazione di inadeguatezza del ruolo. Essere genitori è difficile, senza se e senza ma. La difficoltà dell'impresa, però non giustifica l'atteggiamento di chi si mostra sul piede di guerra e sulle difensive dinanzi a un problema qualunque.  
C'è da aggiungere che i sensi di colpa appartengono perlopiù e in modo particolare ai separati e ai divorziati. Il fallimento del progetto porta automaticamente i genitori a essere protettivi e pronti a difendere l'indifendibile. Ciò appare anche in famiglie salde, ma in misura minore. 
Lettera D, "desiderio". E anche "despota", "dittatura, "dolore".
Se si regala tutto a un bambino, lo si condanna a una vita senza desideri. 
I ragazzi hanno tutto ciò che si possa comprare loro. A volte anche quello che non si può comprare. Il senso di colpa agisce ancora, ma a volte si tratta di un banale "deve avere tutto ciò che io non possedevo", oppure "i ragazzi sono competitivi quanto a oggetti da possedere, quindi mio figlio non può essere da meno". Nulla di più rovinosamente diseducativo. 
Per quanto riguarda il "despota", Crepet illustra il caso di una madre che pur detestando i luoghi affollati, sceglie le vacanze in un villaggio vacanze da carnaio umano sulle spiagge perché "ha deciso lui". Lui sarebbe il suo bambino di otto anni
Siamo dunque di fronte a una nuova forma di dittatura, fra le più subdole e difficili da combattere: quella dei figli. Molti adulti hanno abdicato al proprio ruolo consentendo a bambini e adolescenti di diventare veri e propri despoti domestici. Gli si permette di decidere qualsiasi cosa, dal menu ai luoghi per le vacanze ai film da vedere, al modo di comportarsi ovunque. 
Un modo un po' "folcloristico" di esprimersi sul problema, ma tant'è. 
Riguardo al "dolore", è evidente che i genitori oggi tremino al solo pensiero che i propri figli soffrano per qualcosa, anche la più semplice. Evitare il dolore ai propri figli è la loro massima vocazione. 
Basta guardarli: molti non reggono la minima avversità e cedono alla prima frustrazione, perché non hanno avuto la possibilità di costruire anticorpi psicologici attraverso piccoli dolori quotidiani che non vanno prevenuti, ma lasciati vivere. 
Possiamo negarlo? Dal mio mestiere si coglie questo dettaglio con molta chiarezza. Un brutto voto, una sgridata, qualche screzio fra amici, una gara persa, ecc. Cose che per molti genitori provocano un dolore evitabile, che cercano di contrastare ergendosi a paladini del proprio pargolo. Hai voglia a ribattere "guardi che non è successo niente di particolare, ha preso un brutto voto per queste ragioni, rimedierà" oppure "vincerà la prossima volta, o perlomeno sarà stata un'esperienza". Hanno una vaga idea del danno che provocano mentre i loro figli li osservano fare i paladini? 
Anche parlare di dolore a scuola è qualcosa di delicato. Sai che sono iperprotetti, quindi non hanno quegli "anticorpi", pertanto ti industri in mille modi per parlane in maniera "indolore". 
Lettera E, "eleganza".
Nell'educare, l'eleganza è fondamentale quanto il carisma. In un ritmo calmo, in gesti leggeri e in silenzi non esasperati abita il segreto dell'attrazione. 
Questo passaggio mi piace particolarmente. Dalla mia esperienza posso chiaramente affermare che urli e strepiti in cattedra o a casa non servono a nulla. L'educatore, il vero educatore, sa muoversi con padronanza di voce e gesto. Avviene qualcosa di straordinario in chi ascolta. Automaticamente si impone la calma. Non è cosa da poco. 
Lettera F, "famiglia".
Il capitolo dedicato alla famiglia è corposo e pieno di spunti, mi limiterò a un solo passaggio.
Se si cronometrasse il tempo reale che i genitori passano soltanto con i figli - senza televisori, telefoni e tecnologie varie - il risultato sarebbe preoccupante. 
Aggiungo, se cercassimo esclusivamente il tempo reale in cui i genitori parlano coi propri figli. Non si trovano allo stadio, non stanno facendo nulla, solo parlare. Quanti genitori dedicano esclusivamente al dialogo lo stare con i figli? Non oso immaginare un dato possibile. 
Lettera G, "gentilezza".
I ragazzi non vengono cresciuti nell'idea che l'essere gentili o riconoscenti faccia parte di un patrimonio indispensabile e insostituibile nella relazione con gli altri, quindi tendono a sentirlo come un peso fastidioso e anacronistico, un formalismo quasi ridicolo. 
La conseguenza è che trovarsi dinanzi a un ragazzo gentile e cortese è raro. Quando accade (perché accade, vivaddio) si è assaliti da una bella sensazione, direttamente proporzionale alla rarità dell'evento. 
Legato alla gentilezza c'è un bel passaggio: La crescita di sé avviene soltanto parallelamente alla rinuncia al proprio egoismo. Per non morire annegato, da grande, nella propria gelosa e noiosa autarchia. 
Lettera M, "meditazione".
Oggi il fare prevale sul pensare; pensare significa essere liberi, e questo fa paura a chi sente minacciato il proprio potere di controllo. Allora si preferisce insegnare (ovvero mettere fra due segni: forche caudine pedagogiche) invece che educare (ex-ducere, tirare fuori il talento di ognuno, il suo grado di libertà, la strada per apprendere davvero).
Questo passaggio mi ricorda il professor Keating de L'attimo fuggente. Seduce l'idea di un insegnamento col quale i ragazzi imparino a pensare, gli insegnanti meno comuni lo provano ogni giorno. Il fatto è che bisogna predisporre un ambiente di apprendimento che garantisca una certa riuscita. Luoghi, mezzi, atteggiamenti. Di certo la scuola è molto presa da programmi e scadenze, purtroppo. 
Lettera P, "perdere tempo".
Un modo odioso, anche perché invisibile ai più, per non rispettare e non voler bene ai bambini è obbligarli a occupare il tempo, tutto il tempo. Il loro tempo. Amare un bambino significa anche permettergli di non fare nulla. Perdere il tempo non significa alienarlo, ma sublimarlo: viverne l'esperienza significa che la vita può essere rallentata come i fotogrammi di una pellicola scanditi uno alla volta, permettendo contemplazione e immaginazione. 
Una visione piuttosto "romantica" del problema, che innegabilmente c'è. I ragazzi sono impegnati in decine di attività. Si destreggiano fra tempo a scuola, tempo per i compiti, tempo per attività collaterali alla scuola. Non c'è tempo per non fare nulla. Stanchissimi, il loro fare nulla coincide con ore passate al telefonino a scorrere immagini sui social e a caxxeggiare su wozzap. La stanchezza diventa noia e inabilità. Mancanza di impegno, spossatezza. 

Concludo con un'amara osservazione. Quanto possiamo fare realmente se la "comunità educante" è costituita da elementi in disaccordo? 
Questi bambini, i ragazzi, gli adulti del futuro, hanno bisogno di modelli educativi coerenti e credibili. Impossibile ben sperare se gli si offrono scenari differenti fra loro. Certo è che se la base è fragile, e per base intendo la famiglia, il nucleo dove si origina tutto, se diventa una "sfamiglia" da cui il ragazzo non trae buoni insegnamenti ma è disorientato e senza mezzi per migliorare, allora la scuola non può nulla. La scuola funziona solo in armonia con la famiglia, e all'interno di un sistema in cui gli adulti offrono strumenti per crescere in modo sano. 
Cosa ne pensate? 

martedì 24 aprile 2018

La donna giusta - Sándor Márai

Incipit: Ehi, guarda quell'uomo. Aspetta, fa' come se niente fosse, continuiamo a chiacchierare... Se si voltasse potrebbe vedermi, e io non voglio che mi saluti. Ecco, adesso puoi guardarlo... Quello basso, tarchiato, con il cappotto dal collo di martora? Ma figurati! Quello alto, pallido, con il cappotto nero, che sta parlando con la commessa. Si fa incartare della scorza d'arancia candita. Strano, a me non l'ha mai comprata, la scorza candita. 

Come mi ero ripromessa, dopo l'esperienza di Le braci ho letto un altro dei libri di Márai, fra i suoi tre più noti. 
Avevo sentito di questo romanzo una recensione molto appassionata in tv, a cura della scrittrice Michela Murgia. Da lì ero partita poi con la prima esperienza di lettura dello scrittore ungherese, per poi approdare a questa monumentale narrazione divisa dapprima in due e poi, in successive edizioni, in quattro parti. In una nota leggo che la prima versione, apparsa in Ungheria nel 1941, era intitolata "Quello giusto", con valore neutro. Otto anni dopo il romanzo viene pubblicato in Germania integrato dall'autore con una terza parte. A sua volta questa terza parte rielaborata nel 1980 fu data alle stampe con l'epilogo. Dalle diverse stesure, si direbbe che Márai abbia considerato questo il suo capolavoro, ma non ne sono tanto certa. 
Continuo a preferire nettamente Le braci, al quale Márai deve la sua fama, ma non si può negare che La donna giusta sia imperdibile per chi voglia percorrere la scrittura di questo autore raffinato.
Alla base dell'intreccio troviamo la più classica e inflazionata delle storie: un intreccio amoroso. Lei ama lui, lui ama l'altra. 
Difficile crearne una trama così originale, però, perché la stessa storia viene narrata proprio dai tre, secondo i loro tre punti di vista differenti
Già solo per questo dettaglio varrebbe una lettura. Spiazzante, perché al realismo si aggiunge uno scandaglio psicologico innegabilmente interessante. La prima delle tre voci è quella della moglie tradita, Marika, e il lettore non può che schierarsi con lei, ne ammira la compostezza, le scelte, comprende l'inevitabile epilogo. Nella seconda voce, quella di Peter il marito fedifrago, l'autore mette il lettore nelle condizioni di comprenderne le ragioni, guardare agli eventi da un'altra angolazione, capire l'ineluttabilità del compiersi di quella relazione. 
Fino a quel momento, l'altra è sullo sfondo. Il lettore la percepisce come oscura e impenetrabile, come da copione è la guasta-famiglie, quindi eticamente riprovevole. Invece il gioco fra le parti sta tutto lì, lo spiazzante punto di vista, il terzo, dell'amante poi moglie del protagonista, e non si può fare a meno di comprendere anche lei, parteggiare per ogni suo atto. 
Nella voce narrante di Judit, l'altra, si svela il vero intento di Márai: la feroce critica della borghesia e della civiltà delle macchine. E Judit rappresenta la cuspide in questo triangolo in cui l'amore non trova reale spazio
Sì, perché l'amore di Marika è morboso, nei modi perfettamente in linea con il perbenismo alto-borghese in cui i coniugi si muovono, nel segreto di ogni gesto è una ricerca disperata del motivo per cui Peter non ricambia i suoi sentimenti. 
L'amore di Peter per l'altra è in realtà una sorta di attrazione fatale, una forma manifesta di opposizione ai canoni sociali, perché Judit è una cameriera - arrivò con un fagotto in mano, come le fanciulle delle fiabe popolari - e amarla significa frantumare ogni possibilità di accettazione da parte del bel mondo. 
Judit prova amore anzitutto nei riguardi di se stessa, perché vede nella propria bellezza e seduzione la possibilità di un riscatto per sé e di un attacco programmato alla classe sociale cui Peter appartiene. 
Sullo sfondo, il disfacimento della città di Budapest sotto i bombardamenti della Seconda guerra mondiale e con esso il disfacimento di quel capitalismo che sarà spazzato via dal comunismo sovietico. 
Márai si conferma un autore di grande pregio. Alcune descrizioni sono la sua stessa voce, c'è molto del suo autore in questo romanzo. Ha anche il pregio di scegliere la narrazione in prima persona a un interlocutore immaginario. Qualcosa molto vicino al monologo-soliloquio, qualcosa di teatrale
Affida a Peter una lucida critica dei "tempi moderni":
È come se il fuoco della gioia si fosse spento sulla terra. A volte, per qualche istante, qua e là arde ancora. In fondo all'animo umano vive il ricordo di un mondo felice, solare, giocoso, nel quale il dovere è al tempo stesso divertimento, e ogni sforzo è gradevole e sensato. Forse i greci, ecco, loro saranno stati felici. Si ammazzavano l'un l'altro allo stesso modo in cui massacravano le genti straniere, [...] e tuttavia possedevano un gioioso e straripante senso della comunità, perché erano colti, nel senso più profondo. Noi invece non viviamo in una vera cultura, la nostra è una civiltà di massa, meccanizzata ed enigmatica. Tutti hanno la loro parte, ma nessuno ne trae vera gioia. 
Nella visione di Peter, essere borghesi richiede uno sforzo continuo. 

Peter descrive Judit:
E siccome era bella da togliere il fiato, di una bellezza così fiera, virginale e selvaggiamente compiuta, un perfetto esemplare della creazione divina, che la natura riesce a disegnare e a fondere con tanta perfezione un'unica volta, la sua bellezza prese a influenzare pian piano l'atmosfera della casa e la nostra vita come un sordo e continuo sottofondo musicale.

Judit, personaggio chiave, al suo turno di narrazione si rivela molto legata all'amico di Peter, il "testimone", colui che del protagonista tutto sa e tutto comprende. Lázár è lo scrittore, un metaforico "avvocato difensore" di Peter, una figura simbolica che incarna la visione della letteratura per l'autore. Non riporto i numerosi passaggi riguardanti questo aspetto, ma sono davvero notevoli. 
La quarta e ultima parte, che racchiude la narrazione del batterista, ultimo amante di Judit, è a mio parere una ridondanza e non l'ho apprezzata granché. Le tre voci del romanzo sono esaurienti a tracciare il ritratto di tre anime e dell'epoca in cui si muovono. 
Non resta che leggere il terzo dei romanzi più noti di Márai, Divorzio a Buda

martedì 17 aprile 2018

Le madri straziate, la Letteratura e la Storia.

Questo è un episodio accaduto qualche mese fa nella mia terza classe delle medie, una di quelle manciate di minuti che ti fanno pensare che non tutto è perduto riguardo all'interesse dei ragazzi per la letteratura. 

Mi è tornato in mente perché mi è passata dinanzi l'immagine dolente di una donna, una madre probabilmente, che tiene fra le braccia una bambina priva di sensi; lo scenario è quello della Siria dei giorni dell'attacco ad Aleppo, della tragedia degli ennesimi attacchi chimici ai danni di popolazioni inermi e innocenti di un paese martoriato. 
Preferisco non pubblicarla, per pudore e rispetto. 
Come la madre siriana, la madre di Cecilia del celebre brano de I Promessi Sposi, è il simbolo di tutte le madri straziate dal dolore
Sembrerebbe un paragone azzardato, eppure la forza che emana dalle parole di Manzoni è innegabile e rappresentativa. 
Uno dei compiti di un insegnante di Italiano dovrebbe essere quello di far comprendere quanto la letteratura sia universale e trasversale. Non v'è letteratura lontana dalla realtà in cui prende forma. Manzoni, strenuo ricercatore di dettagli in fase di preparazione di quelle che saranno le diverse stesure del suo capolavoro, attinge alle cronache della peste che decimò Milano nel XVII secolo. 
Era la mattina in cui avremmo chiuso l'argomento Manzoni, ma i brani che presenta il nostro testo non esauriscono il discorso sulla bellezza di certi passaggi. E meno male che comprende l'addio monti e la descrizione della Monaca di Monza
Non si potevano perdere le righe della madre di Cecilia, così le ho cercate sul mio tablet e ho richiamato la loro attenzione intanto descrivendo il momento. 
La madre di Cecilia ha un portamento dignitoso, nobile, nell'atto di consegnare la propria figlia ai monatti, gli incaricati pubblici di portare i cadaveri nei lazzaretti. La descrizione di Manzoni è minuziosa, solenne, è il punto di vista di un autore che può ben definirsi "realista" e allo stesso tempo partecipe di ciò che narra. 
La mia lettura quella mattina è stata accorata, il mio tentativo è stato quello di far entrare idealmente i ragazzi in quei minuti narrati. E loro sono stati silenziosi, rispettosi, alcuni hanno detto che era un passaggio bellissimo. 
Eccolo qui di seguito. Mi sento di dedicarlo alle madri che non hanno voce, raccontate solo dalle immagini di reporter di guerra. 

Un'immagine di Aleppo, oggi
Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne cuori. 
Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo dintorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così».Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po' di posto sul carro per la morticina. 
La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’ io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.

lunedì 9 aprile 2018

Quando uno spettacolo teatrale è brutto?

Niente di più futile, di più falso, di più vano, niente di più necessario del teatro. 
Così scriveva Louis Jouvet, stigmatizzando la contraddizione insita nel teatro. 

C'è dell'ottimo teatro fra professionisti e amatori, così come c'è del pessimo teatro in entrambi gli ambiti. Vi è mai capitato di assistere a uno spettacolo teatrale in cui vi sia venuta la sana voglia di alzarvi e andarvene?
A me è capitato di assistere a più di uno spettacolo teatrale noiosissimo: questo è un giudizio da spettatrice. Se ci aggiungo che li ho guardati anche con l'occhio un po' esperto di chi pratica il teatro sul palcoscenico e fuori, direi che erano oggettivamente brutti
Quello che ho imparato vedendo del brutto teatro è che vedere del brutto teatro serve
Parrebbe una contraddizione in termini, invece è un paradosso assolutamente utile. 
Vedere del brutto teatro può offrire la cifra di ciò che non va fatto, perché il giudizio scaturisce assistendovi da una platea, e se si fa del teatro occorre tenere presente anzitutto il rispetto del pubblico. Non possiamo farci illusioni: il teatro non può permettersi di essere un atto di puro egocentrismo. Tutto ciò che si muove e viene raccontato in palcoscenico non può né deve essere il momento di un tronfio narcisismo. 
Sia chiaro, c'è anche un teatro a uso e consumo locale che non ha bisogno d'altro che di ciò che già conosce, per divertire amici e parenti, ed è perfettamente bastevole a se stesso. 
Voglio invece riferirmi a un teatro autentico, quello destinato a un'ampia platea, che vuole uscire da determinati confini, che si sente pronto ad andare incontro a spettatori d'ogni luogo.

The Laughing Audience by Edward Matthew Ward (1816-1879)

Gli errori più comuni di chi mette in scena un brutto spettacolo:
1. Una brutta drammaturgia: lo si nota in particolare coi testi inediti. Il teatro amatoriale pullula di autori, io ne sono parte. Moltissimi registi amano scriversi i copioni da soli, questa può essere cosa buona e giusta ma anche un errore grossolano. L'ultimo brutto spettacolo che ho visto era una drammaturgia inedita in cui sovrabbondavano citazioni intellettualoidi e battute vagamente riferite al repertorio brillante anglosassone, col pessimo risultato di un cicaleccio fra attori e attrici, sovraccarichi di battute e gag, in cui emergeva tutto l'autocompiacimento di chi ha scritto quel pessimo testo. Non si riusciva a individuare il tema, non ho capito dove volesse arrivare. Lo spettatore era disorientato, molti non sono arrivati a fine spettacolo.

2. Troppo di tutto: una brutta drammaturgia di solito presenta questo errore grossolano. Troppi personaggi, troppe parole, troppe situazioni, molte delle quali totalmente inutili. Il che mi fa pensare che alcuni si mettano a scrivere senza conoscere nessuna regola fondamentale della drammaturgia. La scrittura drammaturgica non ammette errori del genere. La vera scrittura drammaturgica lavora tutta per estrazione, sottrazione.

3. Attori e attrici "fuori ruolo", non "in parte": assegnazioni fatte per accontentare amici, magari... Pessima idea! A ogni attore il proprio ruolo, questo è un principio fondamentale. Una parte va assegnata considerando tutto, oltre alla capacità interpretativa è necessaria una credibilità fisica, e assieme a questa anche la scelta di ogni costume deve essere coerente. Mi è capitato di trovarmi dinanzi a interpreti in maglione e altri in prendisole, nella stessa scena e senza alcuna motivazione. È spiazzante e non solo, infastidisce proprio. Lo spettatore dinanzi a un dettaglio del genere sposta la mente continuamente su ciò che lo infastidisce, è un classico.

4. Uso scorretto degli arredi di scena: la cosa va dal non decidere da dove si entri e si esca per intendere la soglia di casa, all'infilarsi dietro una quinta in uscita senza che questa sia effettivamente la stanza che prima si intendeva. Fino a recitare tutto lo spettacolo dietro un divano posizionato a centro scena. Senza motivazione alcuna.

5. Assenza di una vera regia: se la storia è già pessima, figuriamoci cosa diventa quando è mal diretta. Anche qui, devo ripetermi. Alcuni non solo non scrivono correttamente ma non dirigono neppure. Non conoscono le norme fondamentali del dirigere un lavoro perché di fatto non hanno inventiva. Il regista firma anche metaforicamente il lavoro, è la sua visione personale
Fare regia richiede conoscenza, studio, esperienza. La regia nasce da un lampo, qualcosa che arriva e che richiede di essere raccontata. Personalmente ho delle vere e proprie visioni, il che mi ricorda un bellissimo racconto di Fellini a riguardo, quando disse che da bambino gli bastava mettere la testa su ogni angolo del suo letto perché quella visione si diversificasse. 
L'assenza di una vera regia guasta totalmente uno spettacolo, anche dinanzi a una buona drammaturgia. Mai affidare un racconto in palcoscenico a chi si millanta regista senza esserlo. 

Probabilmente anche altri aspetti rendono brutto uno spettacolo, ma questi cinque mi paiono quelli più evidenti. In definitiva, i brutti spettacoli cui ho assistito erano tutti il prodotto di un certo autocompiacimento che non giova al teatro, come lo spettatore sa assai bene. 
È necessario disporsi perennemente nella posizione di chi apprende. Sapere di avere ancora tanto da imparare aiuta, e l'umiltà è una fonte cui bisogna attingere sempre, dubitando e ancora dubitando. 

Avete mai assistito a un brutto spettacolo teatrale? 
Se sì, cosa avete trovato particolarmente intollerabile?

mercoledì 4 aprile 2018

La noia (un "jet lag" tutto primaverile)

Sono appena tornata dalla Calabria da quattro giorni intensi, come lo sono sempre quelli che trascorri rivedendo la famiglia e i luoghi dove si è nati e cresciuti. 
Le vacanze pasquali in Calabria hanno un leit motiv che va dall'affondare nel divano di mia madre guardando assieme a lei programmi televisivi che non guarderesti mai a casa tua, al passeggiare avanti e indietro sul lungomare che si affaccia su un pezzetto di Tirreno che in giorni primaverili assume colori diversi e un variare di onde, fino ai pantagruelici pranzi in cui il palato di riabitua festoso ai gusti di una cucina che sanno tener viva solo le donne della generazione precedente. 
La Pasqua finisce con l'essere bella, breve e intensa, troppo breve per chi si ritrova catapultata in giorni scolastici in cui attendono le famigerate Prove Invalsi per la prima volta on line. 
Ho scritto proveinvalsi? Sciò, non voglio pensarci almeno oggi, adesso, qui. 
Tornare dalla Calabria dalle vacanze pasquali significa:
sette ore di coda in autostrada e poi farsi una ragione al fatto che fino all'estate non ci sono ulteriori vacanze se non qualche festività qua e là;
- una montagna di impegni di chiusura anno scolastico e relativi esami, con l'aggravio di una serie di novità che fanno di noi prof un popolo di disorientati professionisti della scuola italiana; 
- convincersi che bisogna iniziare la dieta detox e andare in palestra puntualmente;
- scrivere due copioni entro luglio;
- occuparsi della messa in scena di Peter Pan per giugno.

Una bella serie di impegni improrogabili e buoni propositi, a quali durante i giorni in Calabria pensi con impeto futurista ("farò! non vedo l'ora! scansatevi, arrivo io!") e che poi diventano un nugolo di cose da fare cui guardi fra il terrorizzato e il vago. 
Oggi sono tornata in palestra, sì, prima di andare al lavoro come ogni mercoledì, ma per tutta la mattina ho ciondolato in cattedra in preda a un sonno invincibile. I ragazzi ovviamente non erano preparati per un'interrogazione, quindi giù a correggere i compiti di grammatica e letteratura, mentre in uno stato di confusione mentale non ricordi se "piacere" è un verbo intransitivo (!)
Ferma al semaforo di ritorno da scuola, ho avuto la certezza che non si trattasse solo di comune stanchezza stagionale, ma anche di... noia
La noia è qualcosa di terribile per me. 😣
Rifiuto categoricamente ogni felice definizione che la vedrebbe un'opportunità di rigenerazione. 
Sia chiaro, non credo neppure si tratti di ciò che pensava Schopenhauer ("la vita è un pendolo che oscilla fra il dolore e la noia") o Tommaseo ("fra il piacere e il dolore c'è sempre un vuoto che si chiama noia"). 
Piuttosto mi vedrei allineata con Heidegger ("la noia profonda è come nebbia che accomuna tutte le cose in una strana indifferenza") e Groucho Marx ("non mi ero mai reso conto di quanto fosse noiosa la mia compagnia fino a quando non mi sono trovato seduto da solo").
È tipico della primavera. La noia è quel punto di incontro fra le due stagioni in cui sei divisa fra ciò che è stato e quello che deve essere di lì a poco, e in quel segmento sei risucchiata dagli odori e dai tepori di aprile... e hai voglia di dormire
Non resta che fare proprio il pensiero di Dorothy Parker
La cura per la noia è la curiosità. Per la curiosità non c'è cura. 

Cos'è per voi la noia? 

venerdì 23 marzo 2018

Franken-meme, edizione 2018

Sì, un po' in ritardo, ma non posso non dedicare il mio ringraziamento e apprezzamento ai due premi Franken-meme ricevuti nelle ultime settimane. 
Il primo dei due dalla mia ormai storica amica Cristina del blog Il manoscritto del cavaliere e il secondo dalla cara Clementina del blog L'angolo di Cle. Ringrazio entrambe per la menzione, ne sono onorata in proporzione alla stima che nutro nei riguardi di entrambe. 
Se andate a leggere nel blog Nocturnia, vi renderete conto di quanto sia stato bravo Nick Parisi nell'elaborare questo premio, che non solo si riserva lo scopo di diffondere notizia dei blog che circuitano in questo angolo di blog-sfera, ma fa menzione anche di coloro che sono spariti da un po' dal giro, probabilmente anche nella speranza di vederli tornare. 
Ora c'è da fare una lista di blog divisi per categorie, ecco la mia personalissima:

I MUST
Beh, di questa categoria fanno parte i blog per me "storici", quelli che conosco da tre anni o poco meno, quelli dove non mi perdo neppure una riga. Sono per me la piacevole abitudine del mio leggere attorno al mio blog. Quelli dove passi sempre, anche nei ritagli di tempo.

Il Manoscritto del Cavaliere. Per me un "must" perché Cristina è sempre sul pezzo. Accuratissima, rigorosa e allo stesso tempo sempre ricca di nuovi spunti. Amante della Storia, ma anche drammaturga, coraggiosa nel voler affrontare l'università in età matura (ma è per sempre giovane chi è così curiosa e attenta nei riguardi della vita) E poi lei, simpatica, intelligente, aperta, ironica, gentilissima. Sa sempre come accogliere ogni lettore, si prende cura di tutti. Follia non essere nel circuito di Cristina Cavaliere se si è blogger. Peccato vivere lontane. 

Il Taccuino dello Scrittore. Qui gioco facile, perché Marina la conosco di persona e per me questo è un valore aggiunto. Conoscersi di persona rende facile capire chi c'è dietro ogni parola e Marina non solo è una brava scrittrice ma anche un'analista della parola scritta. Non avrei che da imparare da una come lei, e di fatto ne osservo ogni passo. Ogni volta che ci si vede è una festa, è diventata una fedelissima del mio teatro. Donna simpaticissima, intelligente, brillante, di carattere. La sua sicilianità è qualcosa che adori fin da subito. 

L'angolo di Cle. Faccio un'eccezione, perché non conosco Clementina da moltissimo, eppure siamo entrate in sintonia dal primo istante. Donna colta, simpatica, gentile, i suoi commenti sono talmente belli da poterne immaginare la voce e i modi. Peccato vivere lontane, perché nascerebbe una grande amicizia, ne sono certissima. 

Anima di carta. Uno dei blog che conobbi fin da quando mi affacciai a questo mondo. Una volta imbattutami nello spazio di Maria Teresa Steri, non lo lasciai più. Mi travolse con i suoi post sulla scrittura, che mi capita di rileggere di tanto in tanto. È una fucina di idee sull'universo-mondo della scrittura ed è una donna estremamente generosa nel condividere tutto il suo sapere a riguardo. Mi sono aggiunta alla schiera dei suoi lettori, felice di aver recensito due suoi romanzi. 


MENZIONI D'ONORE
Blog di cui sono fedele, grande stima in chi li gestisce, di cui apprezzo la passione e la scrittura sempre accurata di argomenti vari.

Scrivere Vivere. Blog che leggo sempre volentieri, ricco di spunti, osservazioni. Grazia sa creare una discussione anche solo attorno a una citazione, occasione per riflettere sulla scrittura e altro. E poi Grazia è una donna di grande dolcezza. Non vedo l'ora di leggere il suo Cercando Goran.

Athenae Noctua. Giovane insegnante, colta, grandissima lettrice, diciamo quella che si direbbe "divoratrice". Si è affacciata al mondo della scuola da poco eppure potrebbe sostituirsi a molti per preparazione e capacità. E' una raffinata conoscitrice del mondo antico, dell'arte, e apprezza la letteratura di ogni epoca, di cui analizza le caratteristiche nel suo prezioso blog.

Cronache del Tempo e del Sogno. Ecco un altro dei blog che scoprii fin da subito. Ivano è un nostalgico dei tempi andati, è sensibile, pubblica post di eccellente fattura, c'è sempre qualcosa da apprendere, un ricordo da riafferrare da ciò che scrive. 

Ariano Geta. Non lo conosco da lungo tempo come gli altri, ma di Ariano ho apprezzato fin da subito quella leggerezza che caratterizza chi ama scrivere e condividere il proprio pensiero senza sovrastrutture e farlocchi. Ama anche fotografare, il che non guasta. :)


LE NEW ENTRY
Qui posso elencarne tanti, perché davvero diversi blog sono entrati nel mio circuito di preferenze e meritano una menzione.

Il cavallo di Brunilde. Una fucina di citazioni e osservazioni, su tutto lo scibile, ben gestito da Giuliano e Giacinta.

Vincenzo Iacoponi. Ciò che penso di Enzo si può chiaramente leggere dall'intervista che gli ho fatto. Eclettico, vivace, si diletta a scrivere di narrativa, poesia, teatro. 

Scrivere la vita. Scoperto da pochissimo ma davvero da leggere da cima a fondo. Rosalia Pucci, con grandissimo garbo, ne gestisce ogni post, regalando tanti spunti sulla narrativa. 

Webnauta. Per me davvero una scoperta, con una Barbara Businaro vivace e intellettualmente molto stimolante. 

Liberamente Giulia. Gestito da una dolcissima scrittrice che ho avuto il piacere di conoscere da poco. 

Nadia Banaudi. Dell'omonima scrittrice pubblicata da BookaBook.


I MERITEVOLI DI EMERGERE

Più che regine. Andate a dare un'occhiata al blog di Carlo, che ho scoperto di recente. Io ancora non ci ho navigato a dovere, ma traspare una certa competenza e passione che certamente andrebbero premiate. In particolare per chi ama le figure delle grandi regine del passato, i film che le raccontano assieme alla loro epoca e tutto ciò che di bello si possa immaginare sulle corti europee. 


GLI HIGHLANDERS

Moz O'Clock. Chi sennò? Il venerabile blog di Moz, il nerd più folle e informato della rete riguardo a tutto ciò che è la comunicazione fra gli anni Ottanta e oggi. Moz è un giovane diretto, con l'argento vivo addosso, occhio attento al mutamento di costumi e modi di narrare. Se desiderate un viaggio/graffiti nel passato dell'ultimo ventennio, il blog di Moz fa al caso vostro. Esiste dal 2006.


BLOGGER, TORNA SUL BLOG!

Infinitesimale. Massimiliano Riccardi ama scrivere, e lo fa anche bene. Purtroppo Saturno contro gli impedisce al momento di tornare a frequentare regolarmente la blog-sfera. Io spero che tutto si sistemi e possa tornare presto. Mancano i puntualissimi commenti e la simpatia di Max. 


I DESAPARECIDOS
Cito due blog ai quali tenevo moltissimo e che al momento sono in fase di stallo assoluto. Sono stati un pezzetto importante della blog-sfera, mi dispiace immensamente che non vengano più aggiornati, ma ancora di più il non potermi ancora confrontare con i blogger che li animavano. 

La nostra Libreria. Il blog di Glò, Michele e PiGreco ha smesso di essere animato da un pezzo. In particolare manca Glò, che è stata una fantastica compagna di viaggio per almeno i primi due anni dalla fondazione di questo mio spazio. Glò era un punto di riferimento, ragazza affettuosa e sempre disponibile. Incredibile che La nostra Libreria abbia smesso la sua attività. Non so se sia una cosa definitiva, perché non è stato fatto alcun annuncio. Spero che tornino a scrivere. 

Da dove sto scrivendo. Il blog di Helgaldo ha ufficialmente chiuso dallo scorso settembre, lasciando molti assai dispiaciuti per questo. Helgaldo manca. I suoi post, i commenti, la capacità di disamina di tanti fenomeni legati alla scrittura. Dall'abbandono di Helgaldo si è avvertita una crisi generale. Questo accade quando un blogger è molto in gamba e lascia un forte segno di sé al suo passaggio. In molti confidiamo che torni a scrivere, magari fondando un posto tutto nuovo. 

La mia carrellata di premiati e menzionati termina qui. 
Ringrazio e virtualmente abbraccio anche coloro che non compaiono, ma che hanno ugualmente la mia stima.