lunedì 24 luglio 2017

Lo schiavista - Paul Beatty

Incipit: So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato, incurante delle regole del mercantilismo e delle prospettive di salario minimo. 

Per la prima volta ho la sensazione di trovarmi dinanzi a un libro difficile da recensire, perché difficile da definire. 
Da lettrice, dico che ho impiegato un bel po' a finirlo - l'ho interrotto un paio di volte, in effetti - complici lo slang tipico dei ghetti di periferia di cui è disseminato, la velocità a cui si muove la storia, e in definitiva il genere stesso in cui è collocato. 
Poi ti convinci che sono solo alcuni aspetti di questo interessante affresco della situazione razziale statunitense - col quale il suo autore ha per altro vinto il Man Booker Prize 2016 - così come è adesso, dopo secoli di una storia che ha attraversato fasi di razzismo dichiarato e che è arrivata a essere specchio di una democrazia in cui ancora e ancora i diritti del popolo nero non esistono e i bianchi monopolizzano storia e cultura. 
Ma non voglio arzigogolare, veniamo all'intreccio. Protagonista Bonbon, un giovane nero di Dickens, cittadina inventata da Beatty sulla falsariga delle numerose frazioni delle metropoli americane, quelle in cui la storia nel tempo ha spinto i reietti, in questo caso la popolazione nera di Los Angeles. 
L'intento dell'autore si comprende dalle prime pagine, perché il nostro, un umile nero, si ritrova niente di meno che dinanzi alla Corte Suprema accusato di aver voluto ripristinare lo schiavismo. Insomma una storia surreale, grottesca, che si dipana pagina dopo pagina in tutta una serie di trovate degne della migliore tradizione di letteratura di genere. 
L'intreccio è fluido, esilarante e mi piace perché l'autore gioca su un duplice piano: sembrerebbe divertirsi a creare una storia che ha del comico e autoironico, in realtà ci offre un quadro amaro e innegabilmente senza speranza della condizione sociale cui appartiene. Direi proprio partendo dalla difficile infanzia di Bonbon, infarcita di esperimenti sulla razza cui lo sottopone il suo folle padre, che lo tortura per dimostrare la loro inferiorità. Esperimenti estremi, dolorosi, disumani. 
L'ironia che si spinge oltre l'immaginabile.
Chi legge questo libro fa una specie di "viaggio" all'interno di una mentalità, di ciò che si è sedimentato in decenni di esperienza. Il lettore è come uno spettatore accomodato e attento dinanzi a un susseguirsi di eventi in cui Beatty ci sta raccontando una realtà nota solo a chi la vive sulla propria pelle - o forse è il caso di dire "sul colore della propria pelle". 
Billy "Buckwheat" Thomas
Si direbbe uno di quei casi in cui scrittore e romanzo si identificano, insomma solo uno scrittore americano di colore avrebbe potuto scrivere un libro come questo. 
Solo che invece di offrirci un intreccio drammatico, magari uno di quelli che solleticano qualche produttore cinematografico e poi diventano film di successo, qui il bravo Beatty costruisce una trama comica e "iconica", in cui si ha una possibilità di identificazione perché quelle immagini da sempre scorrono dinanzi ai nostri stessi occhi attraverso film, serie tv, libri, fatti di cronaca. 
La trovata più interessante è introdurre nell'intreccio un attore realmente esistito, celandolo sotto lo pseudonimo di Hominy Jenkins: tenetevi forte, il bambino nero della combriccola delle Simpatiche canaglie, l'ultimo sopravvissuto del cast, ormai dimenticato e caduto in disgrazia, che chiede e ottiene obtorto collo da Bonbon di diventare suo schiavo, con tanto di frustate e umiliazioni. 
E' evidente che Beatty ritenga che la serie televisiva girata negli anni Trenta sia uno degli esempi di razzismo malcelato disseminati in tanta cultura a stelle e strisce. (Gli attori di colore protagonisti della serie difesero invece in più occasioni quella produzione dalle accuse di razzismo). 
Hominy rimpiange i bei tempi andati, resta un divo solo all'interno della scombinata comunità di Dickens, esige imperiosamente di essere uno schiavo e ritenuto tale da tutti, atteggia il suo stesso linguaggio a tale scopo, esprimendosi in termini di "zi badrone".
Tutti i personaggi con cui ha a che fare il protagonista sono un ritratto degli stereotipi riguardanti la popolazione nera americana, in parte fedeli alla realtà, in parte risultanti da un pregiudizio. 
Sullo sfondo Dickens - che Bonbon deve addirittura ridisegnare sulla carta, perché un bel giorno sparisce ritenuta imbarazzante - è il prodotto di vite senza sogni, o i cui sogni non superano i confini della città, immagine amara e verosimile. In essa il protagonista si ritaglia una posizione controversa, ricalcando le orme di suo padre che fino a prima della sua morte ne era un pilastro - era "l'uomo che sussurrava ai negri per liberarli dalla depressione suicida" - e cercando di restare fedele a quelli che potremmo definire i suoi principi. Perché Bonbon è un uomo onesto. 

Qualche citazione:

Crescendo in una fattoria in mezzo al ghetto arrivi a comprendere che quello che ti ripeteva sempre tuo padre durante le faccende mattutine era vero: la gente mangia la merda che gli spali. Proprio come i maiali, abbiamo tutti la testa nel trogolo. E anche se i porci non credono in Dio, nel sogno americano o nel fatto che la penna sia più forte della spada, tuttavia credono nel cibo con la stessa disperazione con cui noi crediamo nel giornale della domenica, nella Bibbia, nelle stazioni radio di musica urban nera e nella salsa piccante.  

***

C'era solo quel sorriso ampio, servile, bianco perlaceo da guitto di minstrel show, che splendeva raggiante e inespressivo verso di me. E' pazzesco, ma in un certo senso gli attori bambini sembrano non invecchiare mai. Nei loro lineamenti c'è sempre un dettaglio che si rifiuta di farlo e, quando non vengono dimenticati, li fa apparire giovani per sempre. Pensate alle guance di Gary Coleman, al naso a patata di Shirley Temple, all'attaccatura a V dei capelli di Eddie Munster, al seno piatto di Brooke Shields e al sorriso spumeggiante di Hominy Jenkins. 

***

I registi e i fotografi parlano spesso del carattere unico della luce solare a Los Angeles, che si riversa dolce e dorata per tutto il cielo come Vermeer, Monet e il miele sul tavolo della colazione mescolati insieme. Ma la luce lunare di Los Angeles, o meglio la sua mancanza, è altrettanto speciale. Quando cade la notte, il verbo cadere va inteso in senso letterale: la temperatura scende di venti gradi e un'oscurità totale, amniotica, ti avvolge e ti consola come un'amante che rifà il letto mentre sei ancora sdraiato. Quel breve attimo tra i televisori che si spengono e quelli che si accendono è la calma prima dell'apertura degli strip club di Inglewood, prima del risuonare cacofonico di colpi di pistola nella notte di Capodanno, prima che i Boulevard di Santa Monica, Hollywood, Whittier e Crenshaw si risveglino lentamente con il loro viavai.

La Fazi si rivela ancora una volta una CE che fa ottime scelte. In conclusione, credo che un plauso meriti la traduttrice, Silvia Castoldi, che ha restituito i contenuti di questo romanzo replicandone il senso e lo spirito, credo non sia poco. 

9 commenti:

  1. Ne ho sentito parlare, però non so se mi potrebbe piacere... Sicuramente bisogna iniziare la lettura con un buon grado di predisposizione.

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    1. Un romanzo così particolare penso lo richieda, sì.

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  2. Questo è uno dei tanti libri che, sulla comunità lettrice del web - sia blogger che youtube che su altri spazi - ho visto mostrare e citare da chiunque e purtroppo in questi casi dopo un po' mi viene l'urto anche solo a vedere la copertina in questione. Molte volte vado oltre e mi avvicino lo stesso, con esito positivo, al libro cult del momento, non è stato però il caso de "Lo schiavista", di cui scopro qui da te per la prima volta quale fosse in effetti la trama.
    Gli espedienti trovati dall'autore per raccontare la sua storia mi sembrano quanto mai originali. Mi fa male pensare che ancora oggi sia necessario scrivere romanzi che denuncino il razzismo, ma purtroppo lo è. Il razzismo è tutt'altro che superato, è solo nascosto da veli di ipocrisie e perbenismo.
    Non so proprio immaginare se, al di là di tutto, si tratta di un libro che potrebbe piacermi o meno, dovrei correre il rischio e provarci per scoprirlo, però al momento non me la sento. Vedremo se arriverà il suo momento!

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    1. Ricordo che quando la Fazi lo pubblicò circolò sulla loro pagina e in qualche sito di recensioni, ma personalmente non mi sono lasciata infastidire dalla sovraesposizione. Mia sorella a Natale mi ha chiesto cosa volessi ricevere e le ho detto questo e un altro titolo, lasciando scegliere a lei. E lei è rimasta colpita dalla seconda e quarta di copertina per i suoi contenuti e voilà.
      Insomma, mi è come caduto fra le mani. :)
      Non credo che questa né altre recensioni possano restituire appieno quanto sia interessante Lo schiavista. Bisogna fare un tentativo, perché è davvero particolare e inusuale.

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  3. Sono d’accordo al 100% con te, sul fatto che ancora oggi i diritti del popolo nero non esistono e che i bianchi monopolizzano storia e cultura.
    L’impressione che ho raccolto, guardandomi intorno, è che il razzismo, declinato in mille forme e non necessariamente verso questo popolo (anche se, probabilmente, rimane quello più bersagliato), è presente ovunque nel mondo. E questo mi amareggia moltissimo.
    Per quanto riguarda Lo schiavista, c’è qualcosa che mi respinge dal leggerlo e non so nemmeno dirti cosa, ma appunto per questo, paradossalmente, mi attrae: è una bella sfida. Perché no?
    Brava Luana, hai scritto davvero una bella recensione.
    A presto! ^_^

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    1. Sì, e ciò che ho trovato ammirevole in Beatty è che crea un romanzo di denuncia "travestito" da altro. Forse proprio questo aspetto, se guardiamo al registro e lo stile di Beatty, è ciò che me lo ha reso gradevole.
      Grazie, Clementina. :)

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  4. Ha qualcosa di Milleriano... forse ti piacerebbe "Incubo ad aria condizionata", il suo reportage del viaggio americano compiuto subito dopo il ritorno da Parigi.
    Sarà per questo che ho trovato molto belle le citazioni, in particolare le ultime due.

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    1. Intendi Henry Miller? Ho letto di suo solo "Insomnia" e mi è piaciuto molto.

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  5. Gran bella recensione, Luz! Da quello che racconti sembrerebbe un libro "difficile", sia per il tema trattato sia per la prosa che l'autore mette in campo, con punti di grande bellezza e altri di sordidezza altrettanto necessari. Mi ricordo anche di aver visto qualche episodio della serie Simpatiche canaglie, l'avevano ritrasmesso alcuni anni fa per colmare lo stanco palinsesto estivo.

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