giovedì 4 maggio 2017

"... ma fa ridere?"

Domani, 5 maggio, Foglie d'erba - per chi non sapesse di cosa si sta parlando, ci sono post qui e qui - sarà rappresentato a Guidonia Montecelio, un piccolo comune vicino Roma che vanta un teatro di certa tradizione: l'Imperiale. 
Siamo stati invitati a partecipare al Premio Corvo d'Oro, in cui siamo in competizione con altre Compagnie per riconoscimenti sul migliore interprete, scenografia, costumi, spettacolo. Al di là della gara, che devo essere sincera sento poco perché questi premi finiscono spesso col favorire Compagnie locali piuttosto che premiare la qualità, il difficile è "giocare fuori casa" in merito al reclutamento di pubblico, a maggior ragione quando il biglietto in platea ha un costo di 15,00 Euro - la galleria invece ne costa 10,00 per fortuna. 
Il costo del biglietto è un tema fondamentale per il teatro. Meriterà un discorso a parte.
Il problema sta questa volta tutto nel cercare di far comprendere ai tantissimi che non ci conoscono il merito di questo spettacolo, di attirarli a vederlo, garantendo una buona esperienza da spettatori. 
Ho messo in atto in questi giorni le varie strategie pertinenti il marketing di uno spettacolo teatrale: grandi locandine sul territorio, volantini, creazione di una Pagina Fb apposita con tanto di post "sponsorizzato". Insomma, dirlo ai quattro venti e vedere cosa succede. Finora prenotazioni non molte. A fronte di una capienza di 300 persone, forse non arriveremo neppure a un centinaio, ma tant'è. Quello che fa riflettere è che lo spettacolo che ci ha preceduto, uno show comico con tanto di travestimento di due attori in abiti da donna, ha fatto la bellezza di quasi 200 spettatori e si trattava anche lì di una Compagnia "fuori casa". 
Nel pomeriggio in cui ho portato il materiale cartaceo sul posto, mi è capitato di imbattermi in una coppia di signori piuttosto distinti che curiosavano sulla locandina generica del Premio, scorrendo i titoli degli spettacoli. Mi avvicino e garbatamente li invito a vedere Foglie d'erba, indicando la locandina, quella su cui campeggiano le mie ragazze in una foto nata quasi per caso ma tanto bella, annunciando loro che saremo in scena venerdì 5 maggio. 
Dei due, la donna rigira fra le dita il volantino, guardandolo distrattamente, l'uomo invece mi chiede gentilmente "Ma fa ridere?". Ecco, è uno di quei momenti in cui, malgrado non sia la prima volta che questa domanda mi viene rivolta, ho la sensazione che le mie braccia cadano, che mi lascino come la Venere di Milo, con lo sguardo perso nel vuoto e nessuna voglia di raccattarle. 
Abbozzo un sorriso, rispondo che non è uno spettacolo comico, no, ma che è una drammaturgia tratta da L'attimo fuggente e chiedo se ricordano il film. Lui risponde solo che è un film vecchissimo, io non ribatto nulla, li saluto e vado via. 
Ora, al di là di questo particolare frangente, irrilevante dinanzi ai tantissimi che hanno visto questo e tanti altri miei spettacoli che di comico non hanno nulla, una volta di più sono costretta a osservare che il pubblico non è educato al teatro
Moltissimi potenziali spettatori restano tali perché si fidano o si affidano solo a spettacoli comici e al cabaret e non vedranno mai né teatro classico né quello che mi piace definire un tipo di "teatro poetico", che pratico io. Se questo fosse il frutto di una scelta consapevole, ne avrebbe legittimità, diverso se il potenziale spettatore medio si rifiuta a priori di acquistare un biglietto per un lavoro non comico. 
Manca una certa alfabetizzazione al teatro, manca una vera e propria istruzione, ergo il teatro poetico resta di nicchia, non farà mai i grandi numeri delle commedie brillanti di Neil Simon, di Clive Exton o Michael Frayn, che ho portato in scena nei primi dieci anni della mia attività artistica. 
Ai tempi in cui mi travestivo da suora, o fra colpi di scena, equivoci e uscite sboccacciate simulavo una vecchia bisbetica, una vedova petulante o una single caotica, il pubblico si creava da sé, bastava che guardassero il tipo di locandina o ricordassero quel particolare titolo, o semplicemente bastava rispondere "sì, fa ridere" e accorrevano numerosi.
Sta di fatto che poi quel tipo di teatro ti accorgi non lascia nulla, né in chi lo fa né in chi vi assiste. Non tutti i teatranti arrivano a questa consapevolezza. Chi ci arriva guarda in altra direzione, e per me che scrivo ha significato seguire le tracce di Virginia Woolf, Frida Kahlo, Shakespeare. 
Non disdegno un ritorno alla commedia brillante, ma certamente non avrà mai il posto privilegiato che occupa il tipo di prosa attuale. Nel frattempo, continueremo a rispondere che non fa ridere e avremo il privilegio di accogliere in teatro coloro che sanno far tesoro di un racconto intenso, di una prova vera d'attore. 

28 commenti:

  1. Hai ragione.
    Il fatto è che il teatro è visto come commedia e non più come tragedia.
    E' così perché il pubblico è abituato agli sketch e i one man show televisivi. Il massimo del teatro che ha visto è quello dialettale, d'estate nelle piazze.
    La tragedia (greca, scespiriana) ora è nei prodotti televisivi...

    Moz-

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    1. Eppure se lo si conoscesse, te lo dico per esperienza diretta, il teatro diverso da quello dialettale o "cabarettistico", quello che comunemente tende a piacere di più invece piacerebbe meno. Ci sono persone che escono letteralmente estasiate da un tipo di messa in scena che appunto mi piace definire "poetica".

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  2. Il teatro è considerato passatempo.. quelle due ore che fanno staccarecla spina e non riflettere. Credo che questo sia uno dei grandi problemi.
    Poi, come dice Miki, i tempi teatrali sono diversi da quelli cinematografici o televisivo. La gente non ha più pazienza

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    1. Il punto è che anche un tipo di teatro diverso da quello comico è uno "staccare la spina". Anche perché non si parla di drammi greci, ma di storie che toccano la sensibilità di ciascuno.

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    2. Però normalmente con staccare la spina molti intendono qualcosa che non faccia riflettere, pensare. Undistacoassoluto da qualsiasi forma di problema.
      C'è, non dico egoismo, ma poca voglia di porsidomande su problemi che potrebbero capitarci.

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  3. Giusto per alfabetizzarmi: cos'è il teatro poetico?

    Tanto tempo fa andavo a teatro. Devo ammettere che i classici, intesi come spettacoli che fanno il tutto esaurito di signore impellicciate e truccate, che vanno con l'abbonamento ai soliti Shakespeare, Goldoni, Cechov, Salemme, Brignano, Barbareschi, non lo considero alfabetizzazione teatrale ma solo andare a teatro per fingere una sensibilità culturale del tutto esteriore e snob. Praticavo invece teatri da 50 posti anche meno, con autori nuovi del tutto sconosciuti e sperimentali, con libere interpretazioni di testi noti (probabilmente è così anche il tuo). Nove volte su dieci testi terrificanti. Poi capita la perla di chi ha qualcosa di nuovo da dire e mettere in scena, e vale il rischio. Ma non lo puoi sapere prima.

    Il teatro poetico però non so cosa sia. Forse "fa ridere?" non è la domanda giusta. Però qualcosa che fa ridere non è detto che non faccia anche riflettere e sia solo superficialità.

    Helgaldo

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    1. Concordo sul non definire "alfabetizzata" al teatro la gente che d'abitudine va a vedere roba nei teatri "blasonati" perché fa chic, perché si usa così nella città-bene, ecc. Io mi defilo dinanzi alle stagioni del Quirino o dell'Eliseo, per citare due fra i teatri più in voga di Roma, perché scelgono il più delle volte di accalappiare pubblico con gente che fa televisione o del pessimo cinema, riciclata in una pièce teatrale e con dubbi risultati.
      Preferisco il teatro di nicchia, quello che descrivi e che tento io stessa, che viene dal basso ma con una forte componente drammaturgica, un teatro esperienziale e sotto molti aspetti sperimentale. Un tipo di teatro che punta sull'attore nel senso più nobile, che fa della parola il nucleo attorno al quale si determina, che non getta fumo negli occhi con scenografie vistose o con costumi in cui se non c'è il merletto che fuoriesce dalla manica allora lo spettacolo è scadente. Che è anche un modo per rispondere alla tua domanda sul teatro "poetico". Ho un testo sul quale compio un adattamento, oppure ho un'idea mia, ebbene, lavoro sulla sua realizzazione puntando su una serie di scelte sceniche e interpretative che mettano in risalto il messaggio, il senso del racconto.
      Ogni ruolo è scrupolosamente assegnato, non si fanno favori. Produco quello che è nelle mie corde in quel determinato periodo, ho in mente una sorta di cornice in cui tutto è già compiuto e mi industrio perché nello spettatore susciti un determinato "movimento".
      Forse sarebbe più appropriato definirlo "immaginifico", non so. E' che ci vedo dentro una certa poesia che ho raramente la sensazione di cogliere nei lavori altrui.
      Non denigro il ridere, la risata, la comicità, ma preferisco l'ironia, l'umorismo, nella definizione che ne ha dato Pirandello. Insomma, quel "sentimento del contrario" che non si risolve in un puro divertimento.

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  4. Ho cercato di immaginare la tua faccia al momento della fatidica domanda sul si ride o non si ride. Mi sono anche figurato i due distinti signori che nel tragitto verso casa vengono colpiti da recrudescenza di sciatalgia, pruriti incoercibili in posti innominabili, tutto a causa di eventi sovranaturali evocati dalla Musa Melpomene.
    Scherzi a parte, quello che dici è vero, purtroppo manca la cultura del teatro. Non sono molto ottimsta, cinema e televisione hanno sferrato un colpo decisivo. I perché e i percome aprirebbero una discissione infinita, alcune motivazioni sono riconducibili anche a quello che evidenziano Miki e patricia.

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    1. Come sempre, mi strappi una risata. :)
      Nessuna faccia particolare, no, è che l'abitudine ti dà quella giusta dose di pazienza, quella che occorre a spiegare in poche parole di cosa su tratti in realtà. Ovviamente i due signori non credo siano venuti a vederlo, ma come i tanti che lo hanno visto dicono, si sono persi qualcosa. E io non posso arrivare a tutti, ma tant'è.
      Sì, cinema e televisione, ma cattivi entrambi, hanno regolato gusti e preferenze, non c'è che dire.

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  5. Non è solo il teatro, è anche il cinema: se ci fai caso in Italia ormai si fanno quasi esclusivamente commedie, d'altronde siamo il paese dell'opera buffa, dell'operetta e del teatro di varietà...
    Diciamoci la verità: all'italiano medio non piace appesantirsi la testa con riflessioni profonde e storie drammatiche (a meno che non siano quelle di "Quarto grado", ma lì è diverso, serve a improvvisarsi detective per cercare di capire chi è l'assassino...) L'italiano medio vuole leggerezza, scherzo, ironia.

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    1. Sì, il discorso regge, ma quello che tento di dire è che questo prodotto, come quelli degli ultimi cinque anni, non presentano o non presentano soltanto "riflessioni profonde e storie drammatiche" tali da appesantire la testa. E' che in Foglie d'erba, così come in Frida Kahlo, Falene (Virginia Woolf), la shakespeareana, c'era molta ironia, c'era leggerezza, non mancano questi elementi oltre a quelli che rendono "poetico" tutto il resto. E' che molta gente, ottusamente, si rifiuta di "venire a provare".

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  6. Il pubblico non è alfabetizzato, mica solo al teatro. Cerca la risata facile, priva di sottotesti e ragionamenti. Sig.

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    1. Esattamente: priva di sottotesti. Ahimè.

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  7. E mi accodo: vale per tanti campi artistici, una ricerca di estrema facilità di fruizione.
    Hai reso potentemente l'idea della caduta della braccia, sì :P
    Il "fa ridere?" non è certamente un problema in sé, ma che si cerchi più spesso o soltanto la lobotomizzazione rassicurante, la si richieda addirittura, sì, eccome.

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    1. Anni fa, molti anni in effetti, misi in scena "La luna e le fragole", un mio adattamento da "Fiori d'acciaio" (hai mai visto il film? una meraviglia). Ecco, lì si rideva e si piangeva, un mix perfetto. E anche dietro a ciò che faceva ridere c'era una nota malinconica.
      Quella ritengo sia la commedia perfetta.

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    2. Sì, conosco il film e comprendo perfettamente quel che suggerisci ;)

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  8. "Ma fa ridere?" è una domanda che l'utente medio potrebbe porre in qualsiasi campo. Prendi anche i romanzi, ormai se un libro supera le cento pagine viene giudicato troppo impegnativo e quindi potenzialmente pericoloso per la materia grigia del lettore. Quest'ultimo ha solo voglia di leggere qualcosa che vada giù come un bicchier d'acqua. Ormai si possiede il grado di attenzione di un pesce rosso, a furia di fare zapping in tv e di cliccare qua e là sul cellulare.

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    1. Infatti, e tutto questo lo si coglie perfettamente anche lavorando nella scuola.
      Cotto e mangiato, tutto e subito, "prof, ma quante pagine ha il libro che devo leggere?", "prof, ma quanto dura questo film?". Il deserto di ogni sentimento.

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  9. L'Italia, purtroppo, ha una totale diseducazione in questo. Manca il libero pensiero.

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    1. ... e la scuola non riesce a fronteggiare questa amara verità.

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  10. Già, deprimente, ma anche normale. Deprimente perché uno si aspetta di potere riscoprire una certa sensibilità nella gente e invece trova disinteresse, normale perché, purtroppo, si ha sempre più voglia di svago e distrazioni e farsi una risata paga più di mille riflessioni sui molti temi della vita.
    Pazienza! Fortuna che c'è chi sa apprezzare non solo gli attori comici.

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    1. Il punto è, come rispondevo a Glo, che non è che si disdegni totalmente la comicità, ma se questa è solo fine a se stessa, se non contiene la possibilità di una riflessione, quel "sentimento del contrario" di pirandelliana memoria, che senso ha metterla in scena? O perlomeno non vi ho trovato più senso dopo aver portato in scena tante volte la commedia brillante anglosassone. Grande divertimento, nostro e del pubblico, ma poi? E quindi? Boh, lasciava come un retrogusto amaro.
      Non faccio teatro drammatico. Non metterei in scena né Chekov né Pirandello, per gusti miei e perché so che ammorberei il pubblico che sto fidelizzando. Chi mi segue sa cosa si troverà dinanzi, e questo dà grande soddisfazione. La strada è lunga ma il pubblico si sta ampliando sempre più. Non saranno mai grandi numeri, ma in fondo va bene così.

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  11. Ciao Luz, non sono così competente in materia e di sicuro non avevo idea di cosa fosse il "teatro poetico" per cui ti ringrazio per la spiegazione.
    Noi italiani, siamo abituati alla risata facile, al farci prendere in giro da quella bagarre di "teatranti" che affolla il nostro cinema mediocre e la nostra "scatola" domestica.
    Non abbiamo alcuna voglia di impegnarci a capire, di sforzaci di andare al di là delle parole udite.
    Abbiamo poco tempo da dedicare a noi e preferiamo sprecarlo.
    Vorrei però lanciare un sasso in favore della "comicità". Non è tutta fuffa in Italia.E tu fai giustamente il distinguo.
    Da poco ho assistito ad un "one man show" di Enrico Bertolino. L'attore e autore milanese, ha ricostruito con l'ironia e l'intelligenza che lo contraddistingue la storia delle 5 Giornate di Milano. Portandola a teatro e facendo avvicinare o riavvicinare tantissima persone di tutti i ceti sociali, ad un pezzo di storia italiana che pochi ricordano. Ha dipinto Milano e i milanesi dell'epoca in maniera grandiosa. Facendo ridere e facendo riflettere. Non è tutto da buttare via, insomma.
    Ma tornando alla media popolare, dovevano educarci da piccoli. Come avviene all'estero ad esempio. E mi vengono in mente i teatri di Covent Garden a Londra, l'educazione culturale degli inglesi. Lontani milioni di anni luce da noi. Praticamente irraggiungibili.

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    1. Concordo, esistono ottimi attori che portano in palcoscenico ottimi spettacoli a tema, a carattere divulgativo. In questo filone inserirei lo stesso Dario Fo, che nasce attore comico e poi diventa un eccellente elemento di divulgazione della Storia, dell'Arte, tutto conservando un carattere ironico, umoristico, a tratti burlesco. Un genio assoluto.
      Io denigro il teatro fatto male, e ho smesso di preferire il teatro brillante.
      E hai ragione, quello che manca in questa nostra cultura è proprio l'educazione all'arte. Penosa in tutti in sensi, posso dirtelo io che vivo la scuola.
      A volte capita di imbattersi in dirigenti che comprendono il senso del tuo fare, il valore, e allora ne promuovono le iniziative, molti altri dirigenti sono totalmente sordi a qualsiasi stimolo, per non parlare di molti insegnanti, essi stessi non avvezzi all'arte.

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  12. Ciao, Luz! Condivido ciò che osservi a proposito della scarsa attenzione che si presta al teatro drammatico; si tende a preferirgli qualcosa di diverso ( e non mi riferisco solo alla commedia ) . Vero è che una rappresentazione convince solo in presenza di ottimi interpreti e di una regia intelligente. Vedrai che grazie alla passione che intravedo leggendo il tuo post, i riscontri positivi arriveranno. Sarei nel pubblico anch'io per vedervi se non fossi così lontana.. Intanto seguirò il tuo blog:-)

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    1. Ciao, benvenuta!
      Diciamo che tutto sommato i riscontri ci sono ugualmente, in 9 repliche raggiungiamo quasi i 1000 spettatori. Vorrei però che arrivasse a più persone possibili, è questo ciò verso cui si orienta ogni nuova replica. Io continuo, eh, non mi faccio più tentare dal teatro "facile". :)
      Anch'io volentieri ti seguirò.

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  13. a me è successo di far leggere dei limericks perché mi ero divertito, e di sentirmi rispondere: "ma cosa significa??" (non significa niente, è un nonsense...) Da allora ho smesso, ma io lavoravo in fabbrica e tu sei un'insegnante: continua :-)

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    1. Ciao, Giuliano!
      I limerick sono deliziosi, mi è capitato di trattarne qualcosa durante uno dei miei laboratori ragazzi, ma poi ti accorgi che l'ironia tipica di un genere è possibile coglierla quasi sempre soltanto all'interno di certi ambiti in cui possa essere intesa.
      Per dirne una: quando mettevo in scena le commedie brillanti di Simon, di Exton, mi rendevo conto che in quella drammaturgia c'è un'ironia tipicamente british e quindi tendevo a modificare, ad adattare, altrimenti non sarebbe stata colta minimamente. A volte non era possibile modificare totalmente una battuta, il pubblico rideva, ma soprattutto per il modo in cui caratterizzavamo la boutade piuttosto che per il suo contenuto.
      Continuo, imperterrita! :-)

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