mercoledì 4 febbraio 2015

Jane Eyre - Charlotte Bronte

Lessi “Jane Eyre” in un inverno di una ventina di anni fa, fra un esame universitario e l'altro. Adorai fin dalle prime pagine il personaggio di Jane. Rileggere “Jane Eyre” dopo 20 anni è come una scoperta piuttosto che una ri-scoperta. Le parole, la trama, la struttura di questo romanzo appaiono decisamente più affascinanti e "profondi" adesso. Me lo gusto lentamente, torno anche indietro a rileggere, mi isolo in questa Inghilterra vittoriana, seguendo i passi di una Jane nella quale mi piace identificarmi.
Romanzo di formazione che rientra in un filone tutto singolare, quello di una storia che si dipana su più anni, e che racconta la crescita, le esperienze di una giovane donna che cerca e trova un suo posto nel mondo. La forza di Jane è sovrumana, si resta come fulminati dalla sua abnegazione, dal coraggio, dalla lealtà a oltranza, dalla magnanimità. Altro grande personaggio è Rochester. Un peccatore, un uomo dedito alla prostituzione, padre disattento, amante delle libagioni con amici altrettanto libertini, sposato e che rinnega per ovvie ragioni quel matrimonio. Nonostante tutto ciò, conserva una certa signorilità, per questo Jane accetta di lavorare per lui. Il riscatto di Rochester sta tutto nell'incontro con Jane, e mi piace perché è lì che viene fuori l'animo nobile di quest'uomo, l'anima sua più vera: il suo credere ad una nuova possibilità. Il suo cambiare dinanzi al vero amore, o semplicemente all’essere per la prima volta amati.  
Il fatto che Charlotte Bronte descriva Jane come non bella mi ha sempre portato verso l'idea che Charlotte vedesse se stessa in lei. Lo si capisce anche dal senso del divino che è in Jane. E Charlotte era figlia di un religioso, un pastore.
Perché Jane è indimenticabile? Perché profondamente umana. Perché rappresenta e concretizza la forza che è in ogni donna che voglia giungere ad autoaffermarsi senza scendere a nessun compromesso. “Non sono un uccello, e nessuno può ingabbiarmi”, tentando una traduzione, è la frase che Jane rivolge a Rochester ribadendo risolutamente la forza della sua personalità.
Interessante un passaggio di Virginia Woolf sul confronto fra i due grandi romanzi delle sorelle Bronte.
 "Cime tempestose è un libro più difficile da capire di Jane Eyre, perché Emily era più poeta di Charlotte. Scrivendo, Charlotte diceva con eloquenza e splendore e passione «io amo», «io odio», «io soffro». La sua esperienza, anche se più intensa, è allo stesso livello della nostra. Ma non c'è «io» in Cime tempestose. Non ci sono istitutrici. Non ci sono padroni. C'è l'amore, ma non è l'amore tra uomini e donne. Emily si ispirava a una concezione più generale. L'impulso che la spingeva a creare non erano le sue proprie sofferenze e offese. Rivolgeva lo sguardo a un mondo spaccato in due da un gigantesco disordine e sentiva in sé la facoltà di riunirlo in un libro. [...] Il suo è il più raro dei doni. Sapeva liberare la vita dalla sua dipendenza dai fatti; con pochi tocchi indicare lo spirito di una faccia che non aveva più bisogno di un corpo; parlando della brughiera far parlare il vento e ruggire il tuono".

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