mercoledì 30 dicembre 2015

Tornando a Virginia Woolf

Virginia in uno scatto di Man Ray
Ogni tanto torno a sfogliare i suoi libri, perché a Virginia è bello tornare, anche solo a sprazzi, ricercando i passi accanto ai quali si è lasciato un segno a matita. Torno a riflettere su ciò che la Woolf è stata, sulla sua vivacità intellettuale, la sua passione per la vita - in aperta contraddizione con la scelta di spegnerla annegandosi - e nuovamente sono colta da una certa fascinazione. 
Se volete, soffermatevi dinanzi alle tante foto di famiglia o fra gli amici che la ritraggono nella sua quotidianità, fra quella gioventù gaudente che ha alimentato con la sua ospitale cordialità. Trasudano quella vivacità e quel senso della vita che invidio. Guardate le immagini della sua amica e amante, Vita Sackville-West, e vedrete in quei loro occhi l'affetto tutto femminile che le ha avvinte.
Poi sai bene che sul piano esistenziale la vita di Virginia, dall'infanzia fino alla morte, è stata tutta una violenza ed un caos di cui ha pagato lo scotto - molestie subite nella giovane età dai fratellastri incestuosi, da un padre sottilmente ricattatore e da tutto un crogiolo di scambi/identificazioni entro un contesto duplice: socialmente conformista e allo stesso tempo anticonformista nella mente di Virginia. Scotto pagato anche dal marito Leonard, che nutrì per lei un amore protettivo-paterno, entro il "gioco psichico" dei contrari. Leonard Woolf è stato di certo l'unico vero amore della sua vita,  a fronte di un patto che lui accettò coraggiosamente, un amore gratuito e dedicato senza essere o poter essere completo, viste le scelte sessuali della scrittrice.

mercoledì 9 dicembre 2015

La città incantata

Orbene, finalmente torno a occuparmi del mio angolo virtuale, che mi è mancato moltissimo. Parliamo di cinema. Avete mai visto uno dei film di Hayao Miyazaki? Non si deve essere necessariamente estimatori del cartone nipponico - e di fatto questo stile grafico non mi fa impazzire. Quello che affascina dei suoi film è il perfetto connubio fra intreccio e metodo, e i giapponesi si sa quanto siano scrupolosi sul metodo.
"La città incantata", premiato con l'Orso D'Oro a Berlino nel 2002, è decisamente bello nell'intreccio, che per altro adopera tutti gli espedienti classici della fiaba popolare. Per fare qualche esempio: la bambina prima piena di paure che diventa l'eroina salvifica, l'aiutante nella forma del bambino-drago, la maga che soggioga un intero mondo e che ha un suo doppio, ecc.
Belle anche le ambientazioni, ad esempio mi è piaciuto molto quel mare che compare chissà da dove e sommerge tutto, trasparente, vi si vede la ferrovia sotto. Anche questo un elemento tipico della fiaba, per altro, il mare o un grande lago che rappresenta l'ignoto. Particolare l'elemento del cibo, che torna ossessivamente in ogni snodo. Tipico in tante fiabe popolari anche questo.

sabato 21 novembre 2015

Essere Frida Kahlo

Settimane frenetiche le mie, in questo novembre di teatro. Sono in scena con "Frida de mi alma", il racconto di vita di una delle straordinarie testimoni dell'arte del Novecento: la messicana Frida Kahlo. Un progetto che è stato definito 'coraggioso' perché difficile e sul quale non si potevano fare previsioni circa il gradimento del pubblico. Si sa, il pubblico di nicchia avrebbe potuto amarlo a prescindere, coglie all'istante l'aspetto interessante di un racconto simile, mentre il pubblico delle grandi cifre in genere "preferisce ridere" e in questa storia non si ride affatto, anzi.
Ho già scritto in altri articoli quanto mi attragga il teatro non scontato, facile, quanto piuttosto quello estemporaneo, inedito, di sperimentazione, e come mi piace dire "poetico". Un teatro essenziale, che non ha bisogno di orpelli, ridondanti scenografie, troppi attori, frenetici effetti. La mia Frida è così, poetica e fragile, ingenua e poi inflessibile, e si muove nel suo mondo d'arte e passioni con lo slancio di chi ama la vita e vuole aggrapparvisi nonostante tutto. I primi tre spettacoli di novembre sono stati un successo. Magari non un successo con grandi numeri e file al botteghino, un successo a modo mio, di quelli che fanno arrivare persone che non vedevi da anni, attratte dal nome "Frida", incuriosite dalle infinite possibilità che sanno posso suscitare in un racconto così complesso.

lunedì 2 novembre 2015

Kafka sulla spiaggia - Murakami

Incipit: - E così il denaro sei riuscito a trovarlo? - chiede il ragazzo chiamato Corvo. Il modo di parlare è il solito, un po' strascicato. Come di uno che si è appena svegliato dopo una lunga dormita e ha i muscoli della bocca ancora intorpiditi. Ma il suo è solo un atteggiamento: in realtà è perfettamente sveglio. Come sempre. 
Volto l'ultima pagina di questo romanzo e la sensazione è quella di svegliarmi da un sogno strano. Sono al mio terzo Murakami e penso di essermi trovata dinanzi a uno dei romanzi più belli e straordinari della letteratura contemporanea. C'è da precisare che Murakami non è per tutti. Che lo si ama o si detesta, che si arriva fino in fondo o lo si abbandona. Per me, che lo scoprii con Norwegian Wood, tutto ciò che scrive questo autore giapponese è impossibile da perdere.  
Qui ci troviamo di fronte a una sorta di "viaggio interiore" in cui si intrecciano visioni e situazioni anche surreali e per questo travolgenti, ipnotiche. Un punto di partenza, un punto di arrivo, congiunti da un ideale cerchio che si chiude e mostra un compimento finale dai contorni non nitidi, imperfetto, come la logica di questo intreccio legittimamente esige.

sabato 3 ottobre 2015

Sull'incipit

L'incipit. Bel problema per chi scrive. Una vera sfida. Argomento non nuovo fra i blogger che amano la scrittura, ma mi immergo anch'io in una possibile definizione, premettendo che ritengo l'incipit di fondamentale importanza nella stesura di un romanzo.  Ma andiamo per gradi. 
Scrive Italo Calvino, in Se una notte d'inverno un viaggiatore: Come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già prima. La prima riga della prima pagina di ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori del libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo.
Osservando lo stile di "attacco" di tanti scrittori, a mio parere la scrittura più affascinante è quella che spezza un andamento prevedibile e lineare, e lo scrittore valido non teme di farlo proprio nell'incipit. Gli incipit che mi appassionano di meno sono quelli che riescono a focalizzare fin dalle prime righe l'inizio di una storia, così come il termine "incipit" in sé richiederebbe. Per quanto questo tipo di incipit riesca a introdurre il lettore nella narrazione in modo invitante, non riescono a piacermi realmente. Prediligo gli incipit che non abbiano uno stile "tradizionale", non abbiano quel sapore di inizio di una storia, piuttosto mi intrigano quelli che irrompono prepotentemente, che sembrano arrivare dal centro di una storia. Le mie scelte, quindi, sono sempre indirizzate in tal senso e non so se possano essere definite buone o cattive in assoluto, però, per quanto mi riguarda, le trovo di sicuro seducenti e, spesso, sublimi nel senso romantico del termine.

domenica 20 settembre 2015

Autobiobibliografia di una lettrice

Partecipo volentieri al gioco lanciato da Ivano Landi qui, stilando la mia personalissima autobiobibliografia - un termine che parrebbe uno scioglilingua di quelli che adopero nei miei laboratori teatrali, e che sta a significare tutto ciò che  possiamo considerare "inchiostro del nostro inchiostro". 
Sono sincera: potrete scorrere qui sotto il mio personalissimo elenco, ma sono certissima che di questi cento titoli meno della metà hanno veramente scosso qualcosa dentro di me. Ho faticato non poco a compilarla. Mi sono rifatta a un ordine cronologico di lettura quanto più possibile realistico, dalle primissime letture da bambina, che mi fecero diventare avida lettrice, fino alla scoperta dei romanzi ottocenteschi, per andare alle letture di un'età più matura, quelle che scelsi per trovarvi ispirazione o aiuto nei momenti più difficili, quelle cui mi accostai per semplice curiosità e che si sono rivelate libri indimenticabili. 

lunedì 14 settembre 2015

La lezione del professor Keating



Un ricordo adolescenziale di tanti anni fa, 1989, il cinemino di un paese del sud, il film che mai si dimentica, che si rivede commuovendosi allo stesso modo ogni volta. Oggi, da insegnante, lo propongo puntualmente alle mie classi, come un modello di riferimento che riguardi uno degli aspetti fondamentali dell'essere insegnanti e alunni: la comunicazione. E assieme a questo aspetto fondamentale direi la motivazione, la scoperta di sé. Occorre il maestro che rompe gli schemi perché gli obiettivi si facciano più interessanti, è innegabile. Commentare questo straordinario film - che per altro vede il compianto Robin Williams nella sua prova migliore a mio parere - apre scenari infiniti quanto a osservazioni e interpretazioni. Invece mi soffermerò su uno dei momenti più belli del film, la lezione sul linguaggio della poesia. In una scala di preferenze, porrei questa sequenza esattamente dopo la celebre scena del "carpe diem".
Il testo in esame è "Comprendere la poesia", di Evans Pritchard.
Leggete questo interessante passaggio dal film: "Dobbiamo anzitutto conoscerne la metrica, la rima e le figure retoriche, e poi porci due domande: uno, con quanta efficacia sia stato reso il fine poetico, due quanto sia importante tale fine. La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza di una poesia diventa una questione relativamente semplice. (Keating si appresta a disegnare degli assi cartesiani sulla lavagna) Se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico, e la sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della poesia per misurarne la grandezza. Un sonetto di Byron può avere valori alti in verticale, ma soltanto medi in orizzontale. Un sonetto di Shakespeare d’altro canto avrà valori molto alti in orizzontale e in verticale, con un’imponente area totale che di conseguenza ne rivela l’autentica grandezza. Procedendo nella lettura di questo libro, esercitatevi in tale metodo di valutazione, accrescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà il vostro godimento e la comprensione della poesia”. (Keating comincia il suo "attacco" alle fantomatiche teorie)

venerdì 4 settembre 2015

L'ora del tè: Jane Austen e Virginia Woolf

Chi almeno una volta non abbia sentito il fascino del mondo inglese fra Ottocento e Novecento alzi la mano. Uhm, credo siano davvero in pochi. Personalmente tutto ciò che termina in "shire" mi attrae da sempre, così come le brume che si levano dal Tamigi in una Londra del passato e le abitazioni, ville o cottage che siano, di questo paese che chiamiamo Inghilterra ma che comprende un insieme di terre, colori, lingue, latitudini. 
Non ci sono mai stata (!), non ancora, ma ho "vissuto" questo mondo nei tanti romanzi che ho letto, i classici delle Bronte, la Austen, Dickens, Henry James, Defoe, Fielding e tanti altri, nutrendomi a ogni pagina di atmosfere di epoche lontane e diverse, lasciandomene catturare e direi avvincere. Credo che ogni buon lettore non possa né debba perdersi quello straordinario repertorio. Poi nel Novecento esplode l'intelligenza originale di Virginia Woolf, e con lei si riesce a fare una sorta di "resoconto" sul pregresso, perché Virginia è scrittrice assai colta e conosce molto bene la propria letteratura. Tempo fa mi sono divertita a immaginare alcuni dialoghi fra personalità della letteratura, del teatro, dell'arte vissuti in epoche diverse, una sorta di incontri impossibili basati sulle norme della cortesia, nei quali queste straordinarie menti si raccontano e si mostrano assai incuriosite dei racconti dell'altro. Cominciamo con queste due grandi donne, nate e vissute a più di un secolo di distanza, che si "parlano" da due epoche diverse e lontane.

domenica 23 agosto 2015

Recanati, Leopardi e Goghe'

Quando vidi Recanati qualche anno fa, non immaginavo minimamente che sarebbe stata molto diversa da come la pensavo. Recanati è, per chi non c'è stato, ma ama Leopardi, un luogo dove ci si aspetta di trovare un bellissimo palazzo signorile e un'immensa biblioteca, invece è molto di più. Palazzo Leopardi è il gioiello incastonato in un borgo che tutto è affascinante. E' come una tavolozza in cui si trovano, in perfetto accordo, la casa dove visse, le stradine lastricate in cui camminò, il colle fonte d'ispirazione per uno dei capolavori della Poesia, il paesaggio che restituisce agli occhi del visitatore lo stesso panorama. Ho visto tutto ciò che lo riguardasse, sono entrata nella sua casa, ho toccato la scrivania dove studiò, ho visto i suoi disegni di bambino, così come i mirabili scritti che dedicava al padre fiero della sua precoce intelligenza.

martedì 11 agosto 2015

Il teatro più piccolo al mondo: la Concordia

Lasciate che vi racconti una bella storia. Una storia vera. Eccomi seduta sul palcoscenico del Teatro della Concordia, il più piccolo al mondo, incastonato come un gioiello in un borgo, uno dei tanti, dei colli umbri, Monte Castello di Vibio. Desideravo da tempo vederlo di persona, mossa dalla mia passione per il teatro ma anche dalla curiosità di vedere come si possa concepire un teatro classico di queste dimensioni. Ebbene, ciò che il talento umano può desiderare può essere realizzato e farsi vivo dinanzi agli occhi. L'esperienza è una di quelle belle sul serio, singolari, che non si dimenticano. C'è da dire anche che questo gioiello si ama ancora di più se ne si conosce la storia.

mercoledì 5 agosto 2015

I giorni dell'abbandono - Elena Ferrante

Incipit: Un pomeriggio d'aprile, subito dopo pranzo, mio marito mi annunciò che voleva lasciarmi. Lo fece mentre sparecchiavamo la tavola, i bambini litigavano come al solito nell'altra stanza, il cane sognava brontolando accanto al termosifone.

Poche volte mi sono imbattuta in libri da leggere "tutto in un fiato" o divorare come piace dire a molti quando un romanzo coinvolge in modo particolare. Un romanzo di diversi anni fa che ancora troviamo nelle librerie, accanto a libri più recenti e decisamente ormai notissimi di questa autrice per molti aspetti controversa. Su Elena Ferrante, e in generale sui ghostwriters, voglio scrivere in altro momento, mi soffermerò invece su questo abbandono e sulla sua forza prorompente. 
Si sa, quando un romanzo è buono sono due gli aspetti che funzionano all'unisono: il cosa e il come. In questo caso si tratta di una tematica estremamente attuale, la separazione, narrata attraverso uno stile pulito e armonico e direi diretto. Tutto in prima persona, ed è Olga, la protagonista a narrare, generosamente e onestamente, la sua discesa negli inferi.

venerdì 31 luglio 2015

Suite francese - Irène Némirovsky

Incipit: Fa caldo, pensavano i parigini. Aria di primavera. Una notte di guerra, l'allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana. Quelli che erano svegli, i malati a letto, le madri che avevano i figli al fronte, le donne innamorate con gli occhi sciupati dal pianto coglievano il primo respiro della sirena.

Ero stata attratta da Suite Francese dalle diverse ottime recensioni in rete e da alcuni frammenti di biografia della sua autrice. Probabilmente è proprio dalla Némirovsky che bisogna partire per comprendere appieno le intenzioni di questo epico intreccio. Ma gettiamo alcune salde basi al commento: è un'opera incompiuta, perché la scrittrice non molto tempo dopo veniva deportata ad Auschwitz e lì moriva di febbre tifoide. Singolare questa esperienza di lettura, perché non puoi non pensare a Irène e le sue vicissitudini per entrare nel nucleo del romanzo e farne uno scenario dai contorni netti. Perché in quel quadro narrativo è collocata la sua stessa vita, la Francia occupata dai nazisti che fa da sfondo alle vicende dei molti personaggi è la stessa Francia nella quale la scrittrice vive e scrive, rifugiata in un paese straniero perché in fuga dal regime sovietico. Irène vive molte disavventure, è una fervida scrittrice che riempie i suoi taccuini di appunti con una scrittura fittissima, ha bisogno di esternare questa sua generosa vena creativa, le pubblicano diversi romanzi, diventa una scrittrice nota e stimata, ma Irène è anche ebrea e un giorno subisce l'arresto e poi la deportazione.

lunedì 27 luglio 2015

The hours

Mi sono concessa di vedere questo film per la quinta o sesta volta, consapevole che non sarà l'ultima. Sì, perchè è una di quelle pellicole senza tempo, nelle quali scorgi ogni volta una nota nuova e diversa. Capolavoro imperdibile, insomma.
La sceneggiatura è tratta dall'omonimo romanzo di Michael Cunningham, vincitore del Premio Pulitzer. Tre racconti paralleli e concatenati, "tre note sui diversi piani della scala", come la stessa Virginia Woolf, una delle tre protagoniste dell'intreccio, teorizzava in uno dei suoi scritti mentre pianificava la struttura de "La signora Dalloway", cui per altro il libro di Cunningham è largamente ispirato.
Di questo film mi colpiscono diversi aspetti, a cominciare dalla scelta delle interpreti. Nicole Kidman fu Premio Oscar per questa interpretazione, che senz'altro è un'apprezzabile imitazione di come doveva muoversi Virginia Woolf. Eppure a me sarebbe piaciuto vederci la Streep in quel ruolo, pur sapendo che forse nessun'altra avrebbe potuto interpretare altrettanto bene Clarissa.
Nel complesso, è tutto dove deve stare, regia e fotografia sono perfette. La mia scena preferita è quella della stazione, il sofferto dialogo fra Virginia e Leonard, suo marito (immaginate quanto sia stato difficile e affascinante interpretarlo, due anni fa, in palcoscenico).

martedì 21 luglio 2015

Expo 2015

Andare a vedere l'Expo di Milano era fra i miei programmi di quest'anno, avrei solo dovuto scegliere un periodo migliore ed evitare il caldo torrido di luglio. Un evento mondiale, annunciato da mesi di preparazione, assemblee di vertice, spettacoli e qualche fisiologica polemica italian style, che promette di raggiungere un obiettivo di certo calibro: trovare soluzioni al problema della nutrizione nel mondo, garantire cibo per tutti e mirare alla salvaguardia del pianeta. Beh, mica bruscolini. Quando esci da quest'area dopo due giorni e mezzo di dedizione assoluta a ogni suo angolo, comprendi che queste ambizioni sono una bella facciata e che il vero obiettivo era e resta realizzare una vetrina di un milione di metri quadri in cui sfilano i massimi giganti dell'economia mondiale e le piccole e medie economie in ascesa. Con tanto di padiglioni sulla biodiversità accanto a negozi del McDonald's e Nutella. Di fatto, su questa esperienza devo dividermi e scindere questo "specchietto per le allodole" dalla resa effettiva di uno spettacolo globale, che certamente è da vedere.

venerdì 10 luglio 2015

On the road

Oggi più che mai vivere significa viaggiare; la condizione spirituale dell'uomo come viaggiatore, di cui parla la teologia, è anche una situazione concreta per masse sempre più vaste di persone. Sempre più incerto, nelle vertiginose trasformazioni del vivere, appare il ritorno - materiale e sentimentale - a se stessi; l'Ulisse odierno non assomiglia a quello omerico o joyciano, che alla fine ritorna a casa, bensì piuttosto a quello dantesco che si perde nell'illimitato.
C. Magris, da "Tra i cinesi che sognano Ulisse"

Alla ricerca di una definizione di "viaggio", trovo in questa di Magris la perfezione del concetto. Non siamo probabilmente nuovi a questa visione della vita stessa come viaggio. Un viaggio permanente il vivere, nel quale percorriamo strade, ci amalgamiamo con il nostro simile, cerchiamo sempre nuovi obiettivi. Sono consapevole che non tutti siamo così, e di fatto stento a capire come si possa stare sempre fermi, non desiderare vedere, sperimentare, modificare, credere che gli scenari non smettono mai di essere nuovi, per chi sa vederli con occhi sempre nuovi.

lunedì 6 luglio 2015

Memorie di Adriano - Marguerite Yourcenar

Incipit: Mio caro Marco, sono andato stamattina dal mio medico, Ermogene, recentemente rientrato in Villa da un lungo viaggio in Asia. Bisognava che mi visitasse a digiuno ed eravamo d'accordo per incontrarci di primo mattino. Ho deposto mantello e tunica, mi sono adagiato sul letto.
Così ha inizio un romanzo celebre e amato da diverse generazioni, per alcuni neppure un romanzo, quasi una narrazione non ascrivibile ad alcun genere. E di fatto, come si potrebbe definire questo lungo racconto in forma epistolare, se solo guardiamo al suo valore documentaristico? Usciamo dall'impasse e rinunciamo a una facile definizione. Da queste Memorie si esce arricchiti come alla fine di un viaggio, frastornati dall'eccellente capacità della Yourcenar di aver scolpito una ricostruzione accurata e di altissimo pregio. L'imperatore Adriano è al termine dei suoi giorni e scrive alcune epistole a Marco Aurelio, colui che ha designato come suo successore. Vuole esserne il mentore, fare delle proprie esperienze una preziosa guida per il difficile sentiero che un imperatore è chiamato a percorrere.

mercoledì 1 luglio 2015

Luci e ombre di Calabria

Sono "emigrante". Nel senso che sono emigrata alla fine degli anni Novanta dalla Calabria al Lazio. Sono una di quegli emigranti senza il richiamo forte delle origini, ho con la Calabria un rapporto di equidistanza, forte probabilmente delle mie concomitanti origini siciliane. Preferisco dire "sono meridionale", piuttosto che "sono calabrese". Ogni anno il grosso delle mie vacanze estive si svolge a Paola, piccolo paese del cosentino inerpicato sui monti che scendono a picco sul mare. La spiaggia è di quel tipo sassoso, sabbia grigia, mare che si inabissa dopo qualche decina di metri dalla costa. Questo paesino dalla storia millenaria ha problemi molto seri, assieme a molti altri centri vicini. Amministrazioni locali scadenti, denari spesi malissimo. Le risorse sono quindi addirittura spesso invisibili, perchè gestite male e senza criterio. Cominciando dal mare, per molti giorni d'estate sporco e impraticabile (pare che vi si scarichino fogne, addirittura). Un vero peccato, insomma.
Sono stata in Francia qualche anno fa, e mi sono stupita dinanzi alla somiglianza della Costa azzurra con la costa tirrenica che tanto bene conosco. Solo che laggiù si lavora alla valorizzazione del territorio.

mercoledì 24 giugno 2015

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery


Incipit: "Marx cambia completamente la mia visione del mondo" mi ha dichiarato questa mattina il giovane Pallières che di solito non mi rivolge nemmeno la parola.
Antoine Pallières, prospero erede di un’antica dinastia industriale, è il figlio di uno dei miei otto datori di lavoro. Ultimo ruttino dell’alta borghesia degli affari – la quale si riproduce unicamente per singulti decorosi e senza vizi –, era tuttavia raggiante per la sua scoperta e me la narrava di riflesso, senza sognarsi neppure che io potessi capirci qualche cosa. Che cosa possono capirci le masse lavoratrici dell’opera di Marx? La lettura è ardua, la lingua forbita, la prosa raffinata, la tesi complessa.

Ricordo che ne chiusi l'ultima pagina dopo essermelo gustato a piccoli sorsi, per settimane, leggendo e rileggendo, sottolineandone le cose più coinvolgenti. Sono pochi gli scrittori in grado di compiere questi miracoli. La storia si svolge tutta fra le mura di un palazzo dell’alta borghesia nel cuore di Parigi, protagoniste la portinaia Renèe e la bimba ricca Paloma. Il soggetto è geniale: sono entrambe “ricci” nel senso più comune del termine, ovvero scelgono di chiudersi al mondo, isolarsene, pur vivendoci dentro. Osservano la realtà circostante con costante occhio critico, non si sentono affatto parte del sistema, trovano un confortante rifugio nella Bellezza dell’arte, nell’estetica che le rapisce. Renèe, coltissima e raffinata in realtà, si finge la portinaia che convenzionalmente tutti si attendono: sciatta, ignorante, burbera. Stesso dicasi per Paloma, geniale ragazzina in una classe di beoti figli di ricchi come lei, sceglie l’isolamento e l’altezzoso mutismo, celando accuratamente un cuore di bimba sensibile e buona. Renèe e Paloma insomma accettano il meccanismo di una realtà falsa e ipocrita, ma se ne nascondono indossando costantemente una maschera, che le rassicura e le fa sopravvivere.

venerdì 19 giugno 2015

Prestare i libri

Non prestare mai i libri, perchè nessuno li restituisce. I soli libri della mia biblioteca sono quelli che mi hanno prestato.
Anatole France

L'ironia di Anatole France, nella quale mi imbatto stamani, mi porta a dedicare una riflessione a questo aspetto. Credo che ciascuno di noi, almeno una volta, si sia trovato dinanzi alla richiesta del prestito di un nostro libro, al quale magari teniamo particolarmente, e si sia sentito tentennante e fortemente dubbioso se cedere o meno. Personalmente ho almeno 6 o 7 libri dati in prestito a parenti e amici, non li ho più visti e mi è difficile reperirli. Erano tutti interessanti e campeggiavano assai bene nella mia libreria, ma... hanno preso il volo. Solo da pochissimo ho insistito per la restituzione di un testo di Arte di Bonito Oliva, al quale ero legata da un ricordo universitario, ma è stata davvero dura vedermelo tornare indietro. Perchè succede questo? 
Forse scatta nella persona alla quale si presta un sentimento di appartenenza del libro stesso, forse il libro finisce con l'essere posto su uno dei loro scaffali e poi dimenticato, non saprei. Peggio è quando il libro torna ma con sottolineature o "orecchie". Sta di fatto che impera una certa indifferenza verso la restituzione e questo è davvero avvilente. Inutile precisare che non presto più nulla da anni. 

lunedì 15 giugno 2015

Educare ad amare i libri... si può?


Mi sento di iniziare con una massima per me imprescindibile: leggere è quanto di più bello si possa annoverare fra le attività umane. Tutti noi che amiamo leggere, ci saremo posti almeno una volta la domanda se si nasca lettori o si possa diventarlo. Ma come fare a invogliare, a fare nascere nei più piccoli il desiderio di questa continua "esperienza" che è leggere? 
Ci sono diverse "strategie" da adoperare per attuare un efficace "invito alla lettura", perchè l'invito sia raccolto e messo in atto, attraverso la scoperta di un libro.
Assodato che non tutti nasciamo con la voglia o la propensione ad aprire un libro e svanire letteralmente fra le sue pagine, ci sono strategie che permettono di fare avvicinare i bambini molto piccoli alla lettura. Mi viene in mente un artigiano che intervistarono tempo fa in tv, un genio direi, perchè aveva fabbricato libri in tutti i materiali, e cercava di brevettare l'idea, già questo sarebbe un primo passo, ma andiamo oltre. In età scolare, alle elementari innanzitutto, il lavoro delle maestre dovrebbe essere costantemente orientato verso l'invito e l'educazione alla lettura. Molte fanno questa importante, ancorchè fondamentale operazione (forse l'unica vera missione di un'insegnante), molte altre no.

giovedì 11 giugno 2015

Profumo di carta

Argomento più che mai attuale: carta o e-book? Per me per sempre 1 - 0.  Avete presente quel profumo delizioso, dolce e asciutto, della carta dei buoni libri? Ce ne sono almeno di due tipi: quello della carta un po' ruvida, e quello della carta liscia e un po' patinata, quest'ultimo un po' dolciastro appunto. Avete mai annusato un libro, sentendoci tutta la voglia di tuffarvi in esso, e immersi, godere della bellezza del suo contenuto? Insomma... a me sì. E ogni volta, se ho una bella edizione fra le mani, segretamente la annuso. Ho imparato che alcuni libri... profumano! Perchè la buona carta stampata ha un gradevole profumo preso in parte in cartiera e completato con la lavorazione in stamperia. Illuminante in merito la visita alla celebre cartiera di Fabriano, che ebbi modo di perlustrare non molto tempo fa.
La carta è insostituibile per registrare le parole e le immagini. Tutti gli altri "supporti" sono dei miseri surrogati. Non c'è molto da dire. Ho un mio personale gusto in fatto di carta: la carta migliore per la lettura non deve essere bianchissima e neanche lucida: meglio un colore giallino leggero e una superficie satinata.

venerdì 5 giugno 2015

La versione di Barney - Mordecai Richler


Incipit: Tutta colpa di Terry. E' lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata. Fra l'altro mettendomi a scribacchiare un libro alla mia veneranda età violo un giuramento solenne, ma non posso non farlo. 
Se un lettore fosse spinto a leggere questo libro anche solo per curiosare fra pagine in cui si sospetta si celi lo stesso autore, sappiate che ne vale la pena. Posso annoverarlo fra "imperdibili" senza remora alcuna. Richler ha negato che il suo romanzo migliore fosse un libro autobiografico e probabilmente c'è da credergli. Tuttavia è probabile che nel romanzo ci sia molta della sua esperienza di vita. Il carattere dei personaggi, le abitudini e i vizi del protagonista, le sue paure e il suo modo di pensare sono realistici, poco esaltanti, molto umani insomma. Fa eccezione Miriam, che è descritta con venerazione, come donna perfetta. Una considerazione sull’autore: Mordecai viene da una famiglia modesta, emigrata in Canada dall’Europa orientale. Pur appartenendo ad una minoranza malvista e emarginata, dal niente, si conquista una vita di successo, anche economico, e diventa l’artista che sappiamo. Non ha avuto la possibilità di accedere a scuole prestigiose e non ha avuto aiuti da nessuno. Come tanti intellettuali ebrei la sua forza è venuta dalla sua intelligenza e volontà - per altro, Richler, come altri scrittori ebrei, accenna al diffuso universale antisemitismo senza enfasi e vittimismo, come un fatto naturale senza colpevoli.

sabato 30 maggio 2015

Seta - Alessandro Baricco

Incipit: Benché suo padre avesse immaginato per lui un brillante avvenire nell'esercito, Hervé Joncour aveva finito per guadagnarsi da vivere con un mestiere insolito, cui non era estraneo, per singolare ironia, un tratto a tal punto amabile da tradire una vaga intonazione femminile. Per vivere, Hervé Joncour comprava e vendeva bachi da seta.
Una di quelle esperienze di lettura dalle quali esco come stordita.
Stilisticamente impeccabile. Piccolo, essenziale, una di quelle cose cui non aggiungeresti o non toglieresti nulla. Perfino gli spazi bianchi lasciati alla fine di un piccolo capitolo hanno un senso e si intrecciano alla narrazione, nell'intento di contribuire a quella sospensione del tempo che vige in tutto il romanzo.
La trama, in breve, si dipana tra la Francia e il Giappone, dove il protagonista si reca per acquistare larve di bachi da seta. In quel paese lontanissimo si imbatte in una giovane donna, compagna del potente commerciante che gli offre ospitalità. Hervé è stregato dal fascino di lei, per una volta giacciono assieme, e molto tempo più tardi riceverà in patria una lettera che crede scritta dalla giovane, una struggente confessione d'amore e al contempo un addio. Solo più tardi il protagonista saprà che la lettera era stata invece scritta da sua moglie, consapevole del folle innamoramento di lui.

martedì 26 maggio 2015

Amare la letteratura: 35 perchè semiseri

Rubo da un blogger dell'area Wordpress: mi piace come scrive, è un divoratore assoluto della carta stampata e adora esprimere generosamente il proprio pensiero. Gli ho chiesto di poter pubblicare questo gustoso elenco. Mi ha detto di sì.

- Perché quando sono in fila alla posta, dal dottore o altrove posso attendere il mio turno senza morire di noia
- perché l’ultima pagina de “La nausea” di Sartre mi fece piangere
- perché ogni anno, il 19 marzo, quando nel mio paese accendono i fuochi per la festa di S. Giuseppe, penso al finale de “La luna e i falò” di Pavese
- perché leggendo non ho scoperto il senso della vita, ma ho scoperto che anche se non c’è alcun senso “bisogna immaginare Sisifo felice”
- perché quando mi chiedi un consiglio di lettura, anche se vorrei baciarti romanticamente in riva al mare o fare sesso selvaggio con te nel bagno di un pub, io ti consiglio qualcosa e non capisco mai se ho fatto bene a tacere tutto il resto

venerdì 22 maggio 2015

Sul gusto di essere "blogger".

Lo so, lo so, non è un tema nuovo. Tutti voi blogger probabilmente avrete un articolo simile nel vostro spazio, ma voglio togliermi anch'io il gusto di pormi questa domanda e girarla a chi leggerà. Vi propongo un testo di Primo Levi che è un elenco di motivazioni sull'urgenza di scrivere. Credo che in alcuni punti possa riguardare non solo lo scrittore dilettante o professionista, ma anche chiunque ami scrivere, e in particolare mi soffermo appunto sul gusto di essere blogger. Eccolo.
Perché si scrive?

martedì 19 maggio 2015

Burnout

Sia chiaro: non sono il tipo di insegnante fotografata in queste immagini, è un cliché che non mi appartiene. 
Insegno Lettere nelle scuole medie ormai da un quindicennio, di ruolo dal 2008, e sono il tipo da jeans e giacca sportiva, borsa pachidermica al fianco, scartoffie in disordine fra le braccia. Sono nella categoria "nuove leve", sto poco in cattedra, sono una "passista" in classe, mi capita anche di sedermi fra i ragazzi.
Mi piace utilizzare le cose in modo creativo, e mi hanno detto che le mie lezioni di Storia paiono monologhi teatrali (!) Nonostante mi possa annoverare fra gli insegnanti "cool", un termine che prendo a prestito dall'inglese e dai miei giovanotti di terza, anch'io secondo le stime sarei a rischio "burnout". Il bornout è termine che si utilizza per tutti quei lavoratori che hanno condizioni di stress elevato, derivante soprattutto dalla condizione di relazione interpersonale accentuata. Si tratta di Assistenti Sociali, Educatori professionali (specie quelli che agiscono in situazioni "limite": tossicodipendenze, devianze, ecc.), addetti a front-office per molte ore al giorno, perfino selettori del personale e "motivatori" dei quadri dirigenti d'azienda.

venerdì 15 maggio 2015

Non ora, non qui - Erri De Luca

Incipit: Finchè ebbe luce negli occhi, mio padre fece fotografie. Un intero scaffale si riempì di immagini nostre riprese nelle circostanze speciali come nelle comuni. Durò dieci anni, non di più, la raccolta: gli anni del primo benessere e della caduta della sua vista. Resta così documentata fino al dettaglio una sola età, forse l'unica che sono riuscito a dimenticare. Gli album, gli archivi non mi sorreggono la memoria, invece la sostituiscono.

Il solo libro di Erri De luca che ho letto e che mi è piaciuto per una serie di ragioni. Intanto perchè vi si racconta vita vissuta, e questo è sempre un valore aggiunto a un testo narrato. Mi è piaciuto per lo stile asciutto e diretto, e per il fatto che emerge da questo racconto un legame madre-figlio estremamente interessante. Un ruolo centrale rivestono queste fotografie scattate da suo padre nel giro di dieci anni, sono anzi il leit motiv di tutto il racconto. In quelle instantanee è facile immaginare la donna di ieri, e non vi nascondo che, non so come, mi ci sono immaginata mia madre stessa. Forse per le affinità con questa donna d'altro tempo, simile alla mia per i silenzi, il gusto per l'essenziale, e perchè come la mia è stata sempre abbastanza parca nel manifestare il proprio affetto.

domenica 10 maggio 2015

Fantascienza "distopica"

Corre l'obbligo di una premessa: non prediligo questo genere di film e non ne guardo di conseguenza mai, ma casualmente mi sono imbattuta in "Divergent", produzione americana della scorsa stagione e sono riuscita ad arrivare fino alla fine. Un genere che non si smentisce, poichè il fine è quello di creare merchandising attorno a una trilogia, con tanto di seguito, videogioco, star osannate e quant'altro, ma se metto da parte tutto questo e vado al nucleo attorno al quale si dipana la storia, c'è qualcosa che trovo interessante. Il film è tratto da un romanzo di genere "fantascienza distopica", termine che ignoravo totalmente e che mi sono andata a cercare, scoprendo poi che trattasi di quel filone che narra di società immaginarie, future, in cui il progresso ha assunto la forma di un'apocalisse del sistema e dei costumi. Nulla di nuovo, insomma, se pensiamo alle opere di Orwell.

mercoledì 6 maggio 2015

L'arte di correre - Murakami

Incipit: Oggi è il 5 agosto 2005, un venerdì. Isola di Kauai, arcipelago delle Hawaii, costa nord. Il tempo è sempre così bello che quasi viene a noia. Al momento non c'è una nuvola in cielo, non c'è nemmeno un'allusione all'idea di nuvola. Sono arrivato qui alla fine di luglio e come al solito ho preso in affitto un appartamento.
Così comincia questo libro di Murakami, un diario di due anni che ripercorre una delle attività che gli appartengono intimamente: la maratona. Perlomeno questa la cornice nella quale si colloca un racconto più ampio, dal quale emerge il Murakami uomo dedito alla scrittura, le sue profonde riflessioni sul talento e la disciplina. In realtà è un testo a linee concentriche, alla fine del quale il lettore ha un ritratto fedele di questo celebre scrittore, comprese le sue fragilità e la consapevolezza dei propri limiti. 
Il mondo di Murakami è intimo, costruito con metodica dedizione ogni ora del giorno, un mondo pianificato e che si rivela passo a passo, quasi a rappresentare una metafora del suo correre verso obiettivi sempre maggiori. Credo che molto di questo mondo abbia a che vedere con lo spirito più genuino del Giappone, culturalmente legato al dettaglio, alla lenta costruzione di sé, all'apprezzare il tempo scomposto in innumerevoli segmenti. Mi piace questa descrizione di se stesso come uomo comune, fragile, con le proprie frustrazioni.

mercoledì 29 aprile 2015

Creare l'incanto dal niente

Nel suo libro "La vita del teatro", Julian Beck racconta riguardo alle origini del Living Theatre, una conversazione col famoso scenografo Robert Edmond Jones:
"Quanti soldi avete? 6000 dollari, risposi. Peccato, disse, vorrei che non aveste proprio denaro, assolutamente niente, allora forse potreste creare il nuovo teatro, costruire il vostro teatro con spaghi e cuscini di poltrone, farlo in studi... e soggiorni. Dimenticate i grandi teatri, disse, là non succede niente, niente altro che istupidimento, non verrà mai fuori niente di li. Se volete prendetevi questa stanza, disse, offrendoci il suo studio, se volete iniziare di qui potete averla." Solo quattro anni più tardi, incapaci di trovare un teatro in cui lavorare, decidemmo di dare alcuni lavori nel nostro soggiorno. Funzionò, aveva ragione".
Quando si comincia a fare teatro, si pensa di dover allestire grandi scene, si trema dinanzi ai limiti, ai costi esorbitanti, ai tanti "no" che si riceveranno. E invece questa "arte totale" possiede una prerogativa unica: può nascere dal nulla. Non è forse vero che il teatro di qualità alla fin fine è quello essenziale?
 Mi piacerebbe un giorno trovare un piccolo magazzino, dismesso, cadente, oppure un sotterraneo. E immaginarci tutto ciò che può diventare. Costruirlo pezzo a pezzo, tavola a tavola, affondando chiodi, cucendo stoffe, incollando pezzi. E creare l'incanto dal niente. E' il mio vero grande progetto. 

martedì 21 aprile 2015

Gli sdraiati - Michele Serra

Quando ho cominciato questo libro mi trovavo sulla spiaggia di Barceloneta, in Spagna. Avevo bisogno di un piccolo libro da portare con me in vacanza e da cominciare, nel caso mi fossi trovata a dover riempire il tempo. Mi trovo dinanzi al racconto, immediato e senza fronzoli, di un padre che dinanzi al caos del figlio adolescente lascia intendere subito di non essere assolutamente capace di farvi fronte. E' un padre divorziato e questo figlio condivide la sua casa in qualche fine settimana in cui il ragazzo non ha di meglio da fare. Sulle prime, in questa lettrice in vacanza all'estero sotto sole di luglio monta un senso di fastidio. Mi ritrovo a pensare che si tratti dell'ennesima storia di questi genitori contemporanei, inabili al loro mestiere, privi di talento, educatori mancati. Ci sono tutti gli ingredienti che occorrono per costruire la storia di un uomo di mezza età che fa i conti coi propri sensi di colpi e l'incapacità di instaurare un dialogo col proprio figlio. Ma io stimo troppo Michele Serra per credere che si tratti semplicemente di questo. E difatti, man mano che ci si addentra nella storia, si scopre che si tratta di una provocazione alla riflessione.
Sentirmi chiamare papà, e da lontano, e in quella esposta porzione del mondo, in quella incerta dimensione del tempo dove la mia infanzia ancora galleggiava, quasi mi atterrì. Come un’accusa. Un richiamo all’ordine. Io – non altri – sono quelle due sillabe.

venerdì 17 aprile 2015

Olive Kitteridge - Elisabeth Strout

Incipit: Per molti anni Henry Kitteridge era stato farmacista nella città vicina, e ogni mattina guidava attraverso strade piene di neve, oppure fradice di pioggia, oppure dove d'estate i lamponi selvatici protendevano i loro germogli novelli dai cespugli lungo l'ultimo tratto della cittadina, prima di svoltare nella strada più larga che portava alla farmacia.

Mi sono accostata a questo romanzo dopo aver visto la miniserie televisiva in due puntate, mirabilmente interpretata da Frances McDormand nel ruolo della protagonista. Un personaggio che non concede sfumature, che si ama o si detesta, fieramente spigoloso e indimenticabile. Credo che la trasposizione su pellicola abbia donato molto a questo romanzo, vincitore del Premio Pulitzer nel 2009. Lo scenario è quello della provincia del Maine, le vite narrate quelle comuni, e lo straordinario sta tutto nel punto d'osservazione di Olive. Il suo occhio mette a fuoco le interiorità della gente di questo piccolo paesino affacciato sul mare, nulla può sfuggirle, perchè Olive appartiene alla schiera dei sensibili e di coloro che sanno elargire cum grano salis la propria generosità. Ciò che la caratterizza è il disincanto più totale sulle possibilità umane, per questo spesso rischia e accoglie la forte antipatia altrui, ma questo rende prezioso ogni suo intervento in aiuto altrui. Mirabile la scena del dialogo con l'ex alunno ormai uomo e in preda alla forte depressione generata dalla solitudine; ci accorgiamo che solo Olive potrebbe salvarlo da se stesso, anche senza "entrare nel merito", solo con l'ascolto. Perchè Olive è così, lucidamente consapevole delle miserie altrui e proprie.

venerdì 27 marzo 2015

Libridine

Leggo libri dall'età di cinque anni, il primissimo fu una bella edizione de Le mille e una notte che ancora custodisco gelosamente. Sono stata lettrice onnivora, i miei gusti si sono modificati nel corso del tempo e adesso sono molto selettiva. Credo che i nostri gusti seguano da vicino le particolari esigenze che abbiamo in quel dato periodo. Oggi mi piacerebbe rileggere i tanti libri che ho apprezzato da adolescente, ma so che c'è tanto da scoprire e il tempo è sempre più ridotto. In questo e altri post, mi prefiggo di fare una rapida carrellata di alcuni dei libri che ho letto negli ultimi anni, andando a caso, ricordando ciò che mi è piaciuto e ciò che ho ritenuto una perdita di tempo.


Uno di quei libri che non chiudi finchè non lo finisci. La trama è particolarissima, così come alcuni personaggi, che ho trovato genialmente costruiti. Non lo metterei mai e poi mai tra i miei preferiti, però. L'intreccio a volte mi risultava difficile, senza quella linearità che accompagna il lettore. Piuttosto ogni tanto si accende quell'emozione dinanzi ad un passaggio, che questo scrittore sa costruire mirabilmente. Vi si trova la celeberrima frase "Accadono cose nella vita che sono come domande...". E altre raffinate volute di parole imperdibili.




Pare sia nato da una costola di "Mr Gwyn", Baricco stesso lo spiega in una introduzione. A me è parsa un'inutile forzatura. E come sempre mi divido: scindo i colpi di genio stilistico, l'invenzione, dall'opera vista nel suo insieme. Alcuni dettagli sono belli, in generale non mi piace.

domenica 22 marzo 2015

Della stessa sostanza dei sogni

Schifanoia è un personaggio che nasce per caso, come un'entità in cerca di qualcuno che lo racconti. Il drammaturgo lo trova fra le pieghe di un racconto che prende forma originato da svariate suggestioni, e lo colloca al centro della scena, confuso fra guitti in cerca d'autore. Questo il personaggio che sto portando in scena in questi mesi.
Chi è Schifanoia? Un personaggio ambiguo, non collocabile nel suo genere, donna en travesti o uomo di fatto? Non si sa e non occorre saperlo. Parrebbe il domatore di un vecchio circo, talora è l'impresario, poi diventa come i suoi Guitti, guitto pure lui, maschera senza soggetto, smarrito e timoroso di un oblio in cui nessun attore vorrebbe precipitare. Schifanoia è il deus ex machina, la sua ombra si proietta sul Fool che arranca nel suo cappotto consunto.

sabato 21 marzo 2015

Io, Aloysia - Gian Nicola Vessia

Incipit: La pioggia di questa notte ha lavato le strade di Salisburgo. L'ottusa città, come la chiamava Nannerl Mozart. Eppure qui ci siamo ritornati e ritirati in tanti. Nannerl stessa dorme nel cimitero di S. Peter. Ha fatto fatica a prendere sonno, povera donna. 

Questo piccolo libro si gusta come un assaggio raffinato sul quale il palato si sofferma per capirne sfumature e piccoli segreti. La letteratura che riguarda Mozart è sterminata, probabilmente con un po' di scetticismo ci si accosta oggi all'ennesima pubblicazione che riguardi il suo genio, ma questo racconto non delude, anzi lo si finisce con la sensazione di aver passeggiato fra decine di stanze precluse ai più e con la certezza di aver meglio compreso alcune pieghe del carattere del compositore salisburghese.

mercoledì 4 marzo 2015

Il mio frenetico tran tran... shakespeareano.

Non è semplice star dietro a tutto in questi giorni. Avete presente quando a un periodo di calma semipiatta subentra la frenesia di impegni più esagerata? Ecco, questo succede quando a scuola, prove, palestra, famiglia, subentra... il debutto dello spettacolo.
Ci siamo quasi, al momento mancano nove giorni, e si susseguono come sempre prove su prove, "aggiustamenti", ripensamenti, ritocchi, un brusio creativo e brulicante di parole, costumi, parrucche, scarpe con fibbia e senza, ventagli, bastoni da passeggio, oggetti di scena, sciarpe consunte, cilindri e calze, trucchi ed escamotage più disparati. E' la prima volta che mi misuro con questo grandissimo, e ho preferito farlo con discrezione e una drammaturgia che mescola sacro e profano, drammatico e comico. Non poteva che essere così, perchè questo mio lavoro parla di una ricerca, spasmodica e un po' sofferta, del segreto del grande Bardo, attraverso un viaggio fra i temi essenziali del suo teatro, questa dimensione senza tempo che ha saputo concretizzare, celebrata in tutto il mondo da sempre. Cosa ne sarà solo il pubblico potrà decretarlo. Quello che so io è che l'esperienza di scrittura e poi di realizzazione di questo lavoro è stata intensa e molto particolare, poiché ha toccato aspetti finora mai sperimentati in prima persona.

sabato 21 febbraio 2015

Tutto il bello della calligrafia

E' bello ricevere in dono un piccolo set per scrivere come si faceva in epoche lontane. Un set completo perfino di ceralacca per suggellare una missiva. Una boccetta d'inchiostro, diverse punte da applicare alla penna, tampone e carta sopraffina. 
La calligrafia è un'arte pressoché dimenticata, una di quelle belle cose che richiede tempo e dedizione, pazienza e passione, di conseguenza destinata in questo nostro tempo a ritagliarsi una timida nicchia da irriducibili (...sentirsi dire che vedendo il set in bella mostra in una vetrina qualcuno ha pensato esattamente a te, meglio ancora se si tratta di un bambino particolarmente sensibile).
Non v'è stata civiltà del mondo antico che non abbia fatto di questa pratica un proprio fiore all'occhiello, dai greci agli egizi, dagli arabi alle splendide prove di calligrafia dell'estremo Oriente. A pieno titolo nel patrimonio umano e culturale mondiale.

mercoledì 18 febbraio 2015

Virginia Woolf sul palcoscenico

Si può scoprire una donna come Virginia Woolf anche in età matura, regalandoti il gusto di un lento svelamento. Perchè Virginia si svela lentamente come una grandissima donna: intelligente, estremamente sensibile e profonda, un mix che splendidamente si concentra in tutto ciò che ha vissuto e scritto. Interpretarla in una pièce teatrale può sembrare azzardato, e difatti un'operazione simile richiede coraggio e fiducia nelle proprie possibilità. Per poterla portare in scena, lo studio è stato complesso. Mi sono anzitutto regalata l'interessante biografia di Nadia Fusini, la massima conoscitrice della Woolf in Italia. Che mirabile viaggio ho compiuto. Ho visto le sue fotografie, letto diversi suoi scritti, le ho guardato gli occhi degli anni felici. Virginia non è la donna cupa e triste che tanti hanno descritto. E' (perchè resterà sempre) una donna straordinariamente vivace e appassionata e amante della vita - quale immensa contraddizione in quella morte cercata e ottenuta! Mi sono commossa dinanzi alle foto delle sue feste in casa, a quella gioventù gaudente che ha alimentato con la sua ospitale cordialità e l'intento di creare cattedrali di pensiero.

venerdì 13 febbraio 2015

La leggerezza

Sfuggire al peso di una gravità che rende la vita soffocante, spigolosa, priva di fantasia. Un'impresa non da poco se allo stesso tempo si cerca di non essere superficiali, di entrare dentro le cose e percorrerle fino in fondo, di concretizzarle seriamente quando si tratta di un prodotto della creazione artistica o di un momento della nostra vita professionale. Eppure perchè privarci di supporre che leggerezza e rigore possano essere abbracciati entrambi, costantemente, e piuttosto non arrivare alla certezza che proprio questo connubio dà un'opportunità in più al vivere, rende ricca e originale la creazione e significativa ogni relazione umana? 
Calvino nelle sue Lezioni americane dedica un gustoso capitolo alla leggerezza, desunto da una conferenza che credo incantò l'uditorio. Intendendo spiegare tanti suoi registri narrativi, fa scivolare il suo sguardo attraverso grandi opere d'ogni epoca, leggendovi proprio la leggerezza che vuole teorizzare.

mercoledì 11 febbraio 2015

Fare teatro

Definirsi un'attrice non è facile. Probabilmente è una parola troppo complessa e importante perchè ci si possa permettere questa velleità. Mi definisco tale quando interpreto in modo soddisfacente un personaggio, quando penso di avere raggiunto un certo livello di credibilità. Praticare l'arte drammatica a volte può essere perfino una profanazione, pur consapevoli di esserlo a un buon livello non professionale, giacchè quando non si arriva da una formazione accademica possiamo fare agire solo un istinto, uno slancio innato, una capacità. Non si può fare del buon teatro rispondendo a un'esigenza di puro divertimento, poichè il palcoscenico richiede studio e sacrificio. Mi piace pensare di lasciare il puro divertimento alle troppo numerose compagnie teatrali che fanno pura amatorialità, divertendosi e divertendo probabilmente un parterre non particolarmente raffinato in fatto di gusti. Ma tant'è. Il teatro è forse anche arte puramente popolare, fatta dal popolo per il popolo, a tutti i livelli possibili.

domenica 8 febbraio 2015

La mia Londra - Simonetta Agnello Hornby

Incipit: Non saprei esprimere il mio amore per Londra meglio di Samuel Johnson, il più famoso intellettuale inglese del Settecento, che vi arrivò da una cittadina delle Midlands, Lichfield, alla stessa età in cui io vi andai a vivere - ventisette anni - e vi rimase fino alla morte. 

E' bello arrivare ad uno scrittore attraverso uno dei suoi libri meno noti. La Agnello Hornby è diventata celebre per romanzi come "La mennulara" e "La zia marchesa", che non ho ancora letto e ai quali arriverò, proprio sulla scia dell'unico finora letto. 
Mi sono imbattuta spesso nei libri di questa scrittrice le innumerevoli volte in cui sono capitata in librerie, ma non è mai scattato in me il desiderio di leggerla, fino a quando ne conobbi l'intelligenza e la sensibilità in una trasmissione televisiva. Un programma tv singolarissimo, con la nostra che lascia entrare le telecamere in una delle tenute di famiglia, in Sicilia, e lei assieme alla sorella racconta antiche ricette di mamma e nonne, mentre oggettivamente le realizza. Mi colpiva in quelle piccole trasmissioni il senso di familiarità che traspariva nelle parole, le cose, i modi, oltre al fascino che emanavano gli oggetti maneggiati in quella grande cucina, tutti rigorosamente d'epoca, originali. Piatti realizzati secondo antiche usanze e con strumenti dell'epoca di quelle usanze. Lo trovo magnifico. L'ho pensata come una signora a modo, rigorosa e salda, uno di quei tipi che suscitano stima. Da lì ad acquistare questo suo testo il passo è stato breve.

sabato 7 febbraio 2015

L'arte di leggere libri

Fa parte dei miei buoni propositi per il nuovo anno, sto cercando di tenervi fede in modo preciso e senza "scappatine". Anche perchè fa bene, e tanto. Si tratta del fermo proposito di leggere almeno due libri al mese. Ci sarà chi resta basito dinanzi a questa affermazione... "ma come, solo due? e sarebbe anche un nuovo proposito?". Certo. Solo due. Semplicemente due libri ogni mese. Non sono pochi, anche se può sembrarlo. 
Leggere è un atto compulsivo, una necessità, ma leggere significa anche gustare, rileggere, calarsi pienamente nello stile dell'autore senza indulgere alla fretta, alla lettura veloce e di conseguenza superficiale. Non sono mai stata una lettrice vorace, salvo in qualche occasione di ghiotte letture che mi hanno coinvolta totalmente - e anche in quelle occasioni sono tornata a ri-leggere, perchè troppo vorace ero stata. Non ho mai capito i lettori bulimici, proprio perchè non potrei mai esserlo.

Luz

C'è da chiarire subito che Luz è il diminutivo del mio nome e quella piccola "z" vi campeggia da qualche tempo. Insomma, mi sono ribattezzata allegramente con questo piccolo abbreviativo dal bel suono, giocando con i suoi numerosi significati. Non che voglia impersonare tutti i significati del termine, ma ciascuno di essi porta a una definizione che mi piace perchè è beneaugurante. Cos'è il nome se non una specie di "abito" che ci definisce? 
Fin da piccola ho cercato un mezzo per esprimere un mondo interiore a strati, complesso e ricco, pertanto ho amato disegnare, ad esempio. Il disegno è diventato poi una serie di fumetti che raccontavano i tormenti dell'adolescenza, fino ad arrivare a diventare breve racconto e poi romanzo.

venerdì 6 febbraio 2015

Il luogo del teatro

Spesso mi sono trovata a cercare una definizione personale, originale, di "teatro". E allora mi sono venuti in mente tanti lemmi da associare a questa arte e una frase a effetto che potesse definirla e suscitare in chi legge almeno una vaga idea di cosa possa essere fare teatro.
E invece non voglio stupire nessuno e, volando basso, dico che il teatro è magia, se a questa parola può associarsi tutto ciò che è incanto e fascino. Non è un caso dunque che l'arte teatrale venga praticata da millenni, se la maschera, e con essa la simulazione, il travestimento, affascina l'uomo da sempre.

L'ora di lezione - Massimo Recalcati

Termino di leggere il libro di Recalcati con una certezza in più: la scuola non è e non sarà mai più il luogo in cui vige l'autorevolezza riconosciuta come tale di chi si siede in cattedra, l'insegnante di oggi è sempre più disorientato in questo difficile mestiere e questo fenomeno è irreversibile.
Nel saggio l'autore si pone una domanda ben precisa. Dove si colloca il limite oggi per un insegnante, come si può spiegare la crisi della scuola? Questo luogo che si fa da sempre specchio dei tempi, nel quale il "maestro" esercita un ruolo non più autorevole e gli allievi sono come impermeabili agli stimoli, è oggi Scuola-Telemaco, e attraversa la terza fase dopo aver attraversato quelle della Scuola-Edipo e della Scuola-Narciso. Dapprima scuola dell'obbedienza, nella quale i discenti cercano di smarcarsi da questo incombente padrone che è l'autorità (del padre biologico e del professore), poi Scuola-Narciso, fatta da quei ragazzi cresciuti e completamente assorbiti dal Sé nella ricerca di una autoreferenzialità che li riscatti da anni di obbedienza, per arrivare alla Scuola-Telemaco, dove i figli di quei padri apparentemente "liberi ed emancipati" non sono che ragazzi soli, privati della figura autorevole del padre, che spesso si pone sul loro stesso piano. Ottima guida pertanto per comprendere fenomeni sociali e dare un perchè a tanti aspetti di questa scuola vessata di oggi. Al di là questa teorizzazione riguardo al progressivo cambiamento della scuola e del suo inevitabile accordarsi all'epoca in cui si realizza, c'è un altro interessante aspetto argomentato in questo libro. Testimoniato in questa e molte altre citazioni:

Il giovane favoloso

Un film sulla vita di Giacomo Leopardi sembrerebbe istintivamente impensabile. Come si fa a raccontare un genio, un animo complesso, dolente e infinitamente infelice, la sua epoca così singolare? Raccontare sulla pellicola la storia del più strordinario genio della nostra Letteratura pare non fosse idea nuova. Fu ventilata questa possibilità molti anni fa, una decina credo, con Sergio Rubini nel ruolo del protagonista. Produzione che poi non fu mai realizzata. La sfida viene raccolta da Mario Martone, in una produzione che porta la sua firma nello stile e nel rigore del racconto.
Questo è un film che emoziona, uno di quelli che alla fine ci lascia attoniti e incapaci di lasciare la sala del cinema, mentre quella colonna sonora dal ritmo moderno descrive l'ultimo canto di Giacomo, il testamento poetico che declama dinanzi al cielo notturno di Napoli, e lui ancora una volta come sgomento dinanzi al creato, percepito fin dalla sua cosmogonia, come se la sua mente si dilatasse un'ultima volta dinanzi a spazi siderali che egli percepisce fin dalla sua adolescenza.

Una fragile armonia

Interessante questo racconto ambientato nel sofisticato mondo della musica classica, che si fa cornice di un intreccio sulle relazioni umane, sull'ambizione e la frustrazione, sulla solitudine e il rancore. 
Trama semplice: il maestro di violoncello, fondatore del quartetto, è colpito dal Parkinson, pertanto non potrà più sostenere i virtuosismi dell'Opera 131 di Beethoven, il prestigioso repertorio della tournée imminente. Il ritiro dalle scene, sapientemente preparato, fa da sfondo alle difficili relazioni fra gli altri tre componenti del gruppo, che modificano il loro percorso consapevoli del vuoto che lascia il loro maestro e mentore. I protagonisti si scoprono in equilibrio instabile, al centro di un sistema cui solo la musica riesce a dare stabilità. Robert, il secondo violino, intende prendere il posto di Daniel, primo violino, amico e maestro di strumento di sua figlia; il dialogo fra Robert e sua moglie Juliette, violista del quartetto, precipita fino al tradimento di lui con una danzatrice di flamenco; Alexandra, loro figlia e promettente violinista, inizia una relazione con Daniel. E' tempo di resoconti e bilanci dell'ultimo ventennio, mentre Peter sprofonda lentamente nella sua malattia e si prepara al suo addio alle scene.

Preraffaelliti

L'esperienza di visitare una mostra di Preraffaelliti rivela la totale impossibilità di riprodurre queste opere in fotografia o in altra forma di rappresentazione. Le opere di Millais, Waterhouse, Dante Gabriel Rossetti, si devono cercare nei musei che le conservano oppure accorrere ai musei che le espongono in determinati periodi.

Frida Kahlo

Non saprei dire con precisione quando seppi dell'esistenza di Frida Kahlo. Ricordo di aver sfogliato una rivista una ventina di anni fa e di aver visto la fotografia in bianco e nero di una donna sdraiata in un letto, con una tavolozza in una mano e un pennello nell'altra. Ricordo anche che mi colpì il suo volto, gli occhi che guardano distrattamente l'obiettivo, le grandi sopracciglia. Solo molti anni più tardi Frida fu completamente riscoperta quale icona possente di primo Novecento.
Nella storia personale di Frida l'artista e la donna gareggiano per attirare l'attenzione. Tuttora non saprei quale delle due prevalga nel mio pensiero. Da un lato l'artista surrealista con le sue opere di impressionante forza, dall'altra la donna della quale senti il dolore, la forza, l'imperioso gettarsi in una vita amata e odiata. La bellezza di questo straordinario personaggio sta nel fatto che entrambe le anime sono alla fin fine una sola, un'amalgama fluido ed esplosivo che ha scavato un solco profondo nella storia dell'arte del secolo scorso.

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